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Giocando col fuoco

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E’ magro magro, indossa un largo pantalone di raso fermato alle caviglie, ha il petto nudo, le braccia lisce, gli occhi d’un nero liquido sotto le sopracciglia folte, la fronte delicata, e delicata anche la faccia e quelle labbra che dopo studieremo con attenzione per vedere se il fuoco le ha davvero risparmiate.

E’ magro magro, indossa un largo pantalone di raso fermato alle caviglie, ha il petto nudo, le braccia lisce, gli occhi d’un nero liquido sotto le sopracciglia folte, la fronte delicata, e delicata anche la faccia e quelle labbra che dopo studieremo con attenzione per vedere se il fuoco le ha davvero risparmiate. Ma adesso no, non è il momento: Hamed – così l’hanno presentato – sta portando in giro per la pista un vassoio pieno di fiocchi bianchi:
“E’ cotone” dice Didi.
A noi, da lontano, sembra zucchero filato, ma i bambini confermano che sì, è proprio cotone.
Hamed sfiocchetta l’ovatta e la mangia. Perché? Forse per tappezzare di fibre le pareti della bocca e non farle bruciare? Forse per creare nello stomaco un cuscinetto bagnato che impedisca al fuoco di incendiare le viscere? I bambini lo guardano stupiti. Lui, indifferente, continua a inghiottire cotone con la stessa naturalezza di quelli che intorno mangiano lo zucchero filato.
Intanto Olivia, una ragazza uguale a Pippi Calzelunghe, ha portato un tavolino sul quale adesso poggia un bicchiere, dei fiammiferi, quattro bastoncini che sembrano lunghi zolfanelli dalla capocchia bianca. Hamed ripone il vassoio e prende i fiammiferi:
musica, rullo di tamburi, la fiamma sprizza improvvisa, gialla e rossa, tra le sue mani a coppa. E le mani si alzano, si abbassano, vanno e vengono e le fiamme con loro. Sembrano contente, davvero contente di trovarsi in questo giardino pieno di bimbi che guardano curiosi. E così si esibiscono: signorine vezzose che hanno fatto nido nel palmo di Hamed e da qui mandano per l’aria le loro gonnelle arancioni. … e due e tre oplà.
Inchino, applauso.
Adesso Olivia allunga ad Hamed due di quei bastoncini con la capocchia bianca, e le fiammelle guizzano sul bianco e lo avvolgono. Sono due fiaccole che già roteano nell’aria: Hamed le prende, le lancia, le riprende, e intanto balla al suono d’una musica araba, e il fuoco disegna nell’aria cerchi e volute.
Poi la musica cessa e rullano i tamburi: Hamed prende un bastoncino infuocato e se lo passa sulle braccia. E ride, non si brucia. I bambini allibiscono:
“E’ finto” dice uno.
“E’ vero” dice invece Didi, e non sta scherzando, perché Didi, che ha i capelli grigi sotto il cappello da pagliaccio, in questo momento – pur conservando la faccia dipinta – ha smesso di essere un pagliaccio e sta attento – attentissimo, quasi preoccupato – alla esibizione di Hamed.
Che non si chiama Hamed – lo scopriremo dopo, quando gli andremo incontro e gli chiederemo, noi adulti, che per favore ci sveli il mistero, per favore sì, perché ne abbiamo visti tanti di fachiri quando eravamo piccoli, e mai abbiamo avuto il coraggio di accostarne uno e di parlarci – non si chiama Hamed, ma Roberto, e viene da Pomezia, e ha cominciato da poco questo gioco col fuoco: è sempre un lavoretto, ci guadagni qualcosa.
“Col fuoco?”.
“Sì”.
“E non hai paura?”.
“All’inizio sì, ero terrorizzato, poi c’è stato uno che m’ha ‘mparato, uno bravo, m’ha detto che devi essere veloce”.
“E’ questo il segreto? Essere veloci?”.
Ma per ora non ci importa, facciamo un passo indietro: Hamed sta facendo roteare le bacchette infuocate, e adesso, ecco, se le infila in bocca e le spegne.
“Ohhhhhhhhhhhhh” fanno i bambini.
Ma non è finita, altre due bacchette con la punta infuocata: Hamed le prende, se le ripassa sulle braccia, se le poggia sulla lingua.
“Ahi!” urla una bambina.
Gli altri ridono. Anche Hamed, che adesso si sta riempiendo la bocca d’un liquido chiaro che sembra acqua e invece è petrolio: lo spruzza in alto e avvicina il bastoncino infuocato, ed ecco che nell’aria s’accende una nuvola rossa – rossa e un poco nera – come se fosse stato un drago a sfiatare. E di nuovo, e di nuovo, mentre scoppia l’applauso e le bacchette di fuoco girano nell’aria e Hamed le riprende, e ride e gioca, se le poggia sulla lingua e poi di nuovo, auhmm, dentro la bocca e dalla bocca esce il fumo, davvero, un soffio bianco di fumo come d’inverno quando c’è freddo e dalla bocca ti viene fuori un fiato gelato.
Scroscia l’applauso.

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Hamed, s’inchina. Porge le fiaccole a Didi, che cerca di spegnerle soffiandovi sopra. Ma il fuoco non gli obbedisce e dopo ogni soffio è sempre lì, a prenderlo in giro. E deve essere Hamed a intervenire: apre la bocca e auhmm, inghiotte per sempre le fiamme ribelli.
Ma non è finita:
“Adesso Hamed camminerà sui vetri” declama Didi.
E Hamed cammina sui vetri. Che sono vetri vetri, non finti, non di plastica, i bambini controllano, e Didi, naturalmente, conferma.
Una bella passeggiata sulle schegge aguzze. E noi, intanto, pensiamo a una canzone che dice di un uomo che cammina sui pezzi di vetro e ha due anime e un sesso di ramo duro il cuore, un santo a piedi nudi di cui ci si potrebbe innamorare, davvero innamorare, perché sì, è così, t’innamori di uno che non conosci, che fa cose di cui stupisci, che governa il fuoco e cammina sui vetri e non si taglia, e passa indenne tra i rasoi della vita e ride e scherza e non piange mai, ed è per questo che t’innamori di lui, che gli consegni il cuore anche se non lo conosci…
Ma lo spettacolo continua. Hamed si prepara a salire su una tavoletta chiodata:
“Signore e signori duemilaquattrocento chiodi, due-mila-quattro-cento” scandisce Didi e passa a mostrare quanto siano fitti e aguzzi i chiodi, e i bambini, coscienziosamente, toccano ahi ahi, pungono davvero. E lui ci salirà sopra? Ma no! Ma sì! Guardate. E Hamed è già sopra i chiodi, e noi distogliamo lo sguardo, perché i chiodi li abbiamo toccati e ci siamo punti e non ci spieghiamo com’è che lui non si ferisca. E poi ancora, ancora e peggio, signori e signore: la tavoletta chiodata è per terra, Hamed ci poggia le spalle nude, e Olivia sale sopra il suo petto. Voilà.
Hamed si alza, mostra la schiena: neppure una goccia di sangue.
“Oh” fanno i bambini. E non è il solito Oh scemo della canzoncina dei bambini che fanno oh se vedono l’uccellino o il fiorellino, qui fanno “Ohhhh” davvero, perché i chiodi pungono, Olivia non è certo leggera e le spalle di Hamed sono nude e il fatto che i chiodi non le abbiano bucate, caspita, è proprio da restarci a bocca aperta.
E tarataratattata, suona la musica e Didi torna a fare l’idiota, e Hamed ringrazia e mostra le braccia, che non sono rosse e neppure ustionate.
E mentre Didi gonfia i palloncini da regalare a fine spettacolo, ecco che Hamed, vestito di jeans e maglietta rossa comincia a impilare le sedie. Noi ne approfittiamo per avvicinarlo:
“Ma come fai?”.
Ride. Gli occhi gli si fanno splendenti:
“Provo e riprovo”.
“Ma non ti bruci?”
“Come no!” e ci mostra i peli bruciacchiati delle braccia.
“Pure la bocca” dice e mostra il labbro superiore: “Ormai me’ so’ abituato e nun me viene più la bolla d’acqua, ma prima sì”.
E guardiamo le labbra, rosse, sì, ma nessuna ustione. Possibile? Eppure il fuoco c’è passato e ripassato lì sulle labbra.
“E quando ti metti il fuoco in bocca?”.
“Se spegne subito. Je manca l’ossiggeno”.
“E i vetri, com’è che non ti tagliano”.
“Eh, ce devi ave’ i piedi asciutti. Io, prima, ho camminato scarzo, là dietro. E poi bisogna taglia’ le bottije in un certo modo”.
“E poi”.
“Devi sta’ attento” e solleva le spalle.
“Ti devi concentrare?”.
“No, nun ce credo proprio in questa cosa della concentrazione”.
E lascia capire che sono tutti trucchi di scena: le luci che si abbassano, il silenzio in sala, gli occhi chiusi, le mani sulle tempie per consentire lo sgombero della mente.
“Stupidaggini” dice “devi solo sta’ attento. E comunque certe vorte me’ tajo”.
E ci sorride. E ci sembra così piccolo, così minuto nella persona che pesa sì e no cinquanta chili, in questo suo sguardo ragazzino che ancora conserva la stessa innocenza dei bambini che sgambettano intorno: avrebbe potuto tenersi per sé i suoi segreti, e dirci – col sussiego dei Mandrake di scena – che sì, il fuoco… il fuoco è un mistero: uh! devi saperlo domare, sissignore, domare e soggiogare e blandire, insomma, essere più forte di lui, più abile della sua fiamma… E i chiodi? Oh, i chiodi, terribili, ti trapassano la carne e ti possono uccidere: devi essere molto bravo! Devi lavorare sulla concentrazione, spegnere il mondo intorno a te: ecco, lo spirito invade la mente e tu comandi al corpo di farsi di ferro, e il corpo ubbidisce, si fa di ferro e i chiodi ti fanno un baffo. Così come i vetri, perché, concentrando concentrando, la tua pelle s’è fatta di pietra e i vetri si spuntano e non ti tagliano. E tu dimostri di essere superiore ai comuni mortali…
Stupidaggini.
Sì, stupidaggini. Ma non solo. Perché quello che importa, alla fine, è di vedere un uomo che mangia il fuoco, che si sdraia sui chiodi e cammina sui vetri e pensare che lui sì, è diverso dai comuni mortali, perché ha un potere che gli altri non hanno.
“Quale potere?” domanda Martina che non s’è persa una parola di quelle pronunziate da Roberto/Hamed, e se lo sta mangiando con gli occhi, lo sta guardando come si guarda a un prodigio, perché lei l’ha visto davvero il fuoco sparire dentro la sua bocca, li ha toccati i chiodi e i vetri e sa che pungono e tagliano, e adesso è come ipnotizzata dalle sue braccia – che mostrano davvero alcuni peli bruciacchiati – dalla sua bocca, dal suo sguardo brillante di ragazzino che si esalta per un qualcosa che non è ancora diventato mestiere.
Hamed le arruffa i capelli, le regala un palloncino.
Lei continua a guardarlo trasognata.
E chissà che non si sia già innamorata di lui…

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