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Cicerone e il dio dei motori

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C’era una pioggerellina fredda e insistente stamattina, ma ho caricato il cane in macchina e sono andata… per lui. Non che a me facesse particolarmente piacere, e poi con...

C’era una pioggerellina fredda e insistente stamattina, ma ho caricato il cane in macchina e sono andata… per lui. Non che a me facesse particolarmente piacere, e poi con quel tempo! ma lo facevo per lui. Non avevo idea di cosa avrei trovato, magari gente che sventola bandiere ai lati delle strade e belle donne in minigonna, bellimbusti con le cuffie e gli occhiali da sole… no con quel tempo no, gli occhiali da sole no, e non era certo quello di cui parlava lui, ma andavo, lo dovevo fare per lui. Magari col cane al guinzaglio, razza mordace, bello ma mordace; nessuno si sarebbe fatto avvicinare e poi a lasciarlo libero… oddio il fango! Ma tutto questo aveva un senso solo per lui. E poi a pensarci bene c’avevo anche l’emozione della prima volta a fare una cosa da maschi, come la lotta o il gioco dei soldatini o come quella volta allo stadio: la scusa pronta, e perché poi?, di veder giocare il figlio dell’amica mia, – prego accomodatevi le donne non pagano – emozionata e consapevole che lo spettacolo vero era tra gli spalti accanto alle sciarpe colorate dei tifosi più incalliti, quelli con le battute pronte e calde calde ad ogni momento.
Stamane andavo ad una gara o manifestazione automobilistica, che so! Per lui. Per chi? Per Vincenzo Florio? Per il ricordo di un signorotto di antico lignaggio? Uomo di vini e navigli, o il nipote, l’appassionato di corse che dà il nome alla targa delle automobili? Anche oggi, sì attorno al lago di Pergusa, sul circuito automobilistico prestigioso quasi come quello di Monza, dicono gli esperti, se non fosse decentrato. Vincenzo Florio, quello per cui i siciliani “di ogni contrada diventavano esperti ingegneri meccanici, competenti collaudatori e arditi piloti. Per seguire i loro beniamini, gli appassionati di ogni età, anche avanzata, si sottoponevano a lunghi viaggi, spesso notturni e si accampavano poi sotto le stelle, il sole cocente o la pioggia, incuranti dei malanni che potevano derivarne. Lui aveva voluto che le macchine corressero su strade di campagna, vere e proprie mulattiere, e gli abitanti dei paesi attraversati dovevano trattenere in casa gli animali domestici e da cortile. I bolidi rasentavano le mura esterne delle abitazioni e l’odore di benzina e olio bruciato invadeva per giorni le case. Forse è così che ha avuto inizio la passione e l’ardore della gente per la Targa. Al pari della nazionale di calcio.”
Però io oggi non andavo per lui. No, anche se la gente delle Madonie, di Cerda Cefalù, Collesano, impazziva al passaggio dei motori rombanti. Non andavo per lui, e non a causa di pregiudizi o perché dopo i morti ai bordi delle strade e il pilota numero 13 durante l’edizione 17, è facile dire che ogni bel sogno di potenza s’infrange coi limiti umani. No, non è per questo. Certo oggi il fatto che a correre fossero automobili ad energia compatibile e che quella Florio fosse un’ecotarga, un green prix aperto a tutte le vetture alimentate con fonti di energia differenti dal petrolio, mi solleticava parecchio. Anche lui sarebbe contento, mi è venuto di pensare, per questo sono andata. “Sistemi di cogenerazione con motori Diesel alimentati con combustibili rinnovabili” e la benedizione di Italia Nostra e i veicoli ibridi solari tra cui quello di vistoso aspetto extraterrestre, vincitore del campionato solare 2006 a Darwin in Australia. “Vale un milione di euro sa?” Ma questo so che a lui non lo dirò.

Sì perché io stavo lì per lui, per Cicerone e le sue parole e la storia del lago di Pergusa prima che ci costruissero l’autodromo, prima che sparisse l’acqua e ce la rimettessero, nel lago naturale di origine vulcanica, prima che qualcuno uccidesse i cigni e poi si pensasse di fare una riserva naturale speciale, di quest’”area nevralgica per la corrente migratoria degli uccelli” e nello stesso tempo un circuito automobilistico, regalo ormai degli anni cinquanta e dell’incoscienza e della voglia di modernismo ad ogni costo.
“Esiste un’antica credenza, o giudici, che si fonda dagli antichissimi documenti e dalle testimonianze dei Greci, che tutta l’isola della Sicilia è consacrata a Cerere e Libera. Non solo pensano questo tutte le genti, ma anche per gli stessi Siculi è una profonda persuasione (…) Infatti credono che queste Dee siano nate in quei luoghi e le messi in quella terra per prima siano state scoperte, e che Libera, che chiamano Proserpina, sia stata rapita da un bosco degli ennesi; questo luogo poiché è posto nel mezzo dell’isola, è chiamato ombelico della Sicilia. Cerere volendo ricercare con cura, si dice che abbia acceso delle fiaccole con quei fuochi che vengono fuori dalla sommità dell’Etna (…) Enna in vero dove vengono ricordate siano accadute le cose che dico, è in un luogo elevato e prominente, sulla cui sommità si trova un terreno uniformemente piano, acque perenni ed in vero è tutto da ogni parte scosceso e a picco attorno al quale sono moltissimi laghi, boschi e fiori leggiadri in ogni tempo dell’anno, così da sembrare che lo stesso luogo attesti quel famoso ratto della vergine (…) Infatti vicino vi è una certa spelonca rivolta ad aquilone di enorme profondità, dalla quale dicono che all’improvviso sia balzato fuori il padre Dite con un carro, ed abbia strappato la vergine da quel luogo, l’abbia portata con sé, e all’improvviso non lontano da Siracusa, sia penetrato sotto terra…”
E siccome oggi stiamo diventando tutti un po’ gli ecologisti della domenica, quelli che vogliono conciliare riserva con autodromo per l’appunto, verde coi motori, mi piace pensare a lui mentre si arrabbia contro Verre che si rubò la statua di Cerere coi suoi tesori, a lui mentre racconta la storia di una vergine rapita da un dio su un carro a motore ecocompatibile, stavolta, un dio appassionato di carri a motore, solare no, il dio delle tenebre non potrebbe!, ma magari ad idrogeno e perché no, elettrico! Che l’elettricità può rendere più accogliente l’ambiente laggiù per la futura sposa!
E mentre me ne vado e scatto ancora qualche foto, penso però che a pochi, tra quelli che lascio lì, importino i miei, i nostri – di me e di Cicerone – antichi discorsi.

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