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Carretti siciliani

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Il rosso, il giallo, il blu, il verde: sono i colori dei carretti siciliani, gli stessi della terra da cui provengono.

Il rosso, il giallo, il blu, il verde: sono i colori dei carretti siciliani, gli stessi della terra da cui provengono. Su due ruote, questi antichi mezzi di trasporto, di cui è attestato l’uso già dalla fine del ‘700, portano per il mondo le tradizioni di una regione ricca di storia e di cultura. Il Quirinale, il Vaticano, la Casa Bianca, Mosca, Parigi, Tokio, sono molti i luoghi in cui i carretti vengono esposti e ammirati. Nati per il trasporto delle merci pesanti e delle persone, i carretti sono oggi il simbolo della Sicilia e l’espressione di un lavoro artigianale che in molti casi può ben dirsi arte. Aci Sant’Antonio è considerata la patria del carretto, il piccolo paese in provincia di Catania ospita infatti una delle rare officine per la fabbricazione dei carretti e il più antico laboratorio di pittura. Dopo una lunga ricerca e un’odissea di autobus e attese, riusciamo finalmente a trovare il celebre laboratorio. Sono le sei del mattino e nella penombra della stanza l’odore della vernice è già forte. Antonio è chino su un piccolo carretto quasi tutto rosso, intento a colorarne le minuscole decorazioni. Il laboratorio è al piano terra della sua casa e tra le ruote, i pennelli, le fiancate, le chiavi, le assi, lui ci è cresciuto. Antonio Zappalà ha 79 anni e lavora da tempo immemorabile nella bottega di Domenico Di Mauro, il più vecchio pittore di carretti della Sicilia. Antonio è il ragazzo di bottega, fa fatica a parlare, così ci mostra le foto degli artigiani appese alle pareti, i giornali con gli articoli sul loro lavoro, i disegni sui pannelli dei carretti. Torna a sedere sullo sgabello accanto ai colori e, rivolto verso il vetro della finestra, riprende il suo pennello. All’ingresso c’è un grande carretto con le scene della Cavalleria Rusticana, mancano dei disegni sulle fiancate interne e poi sarà inviato in Germania, dove lo hanno richiesto. Vicino al carretto c’è Domenico Di Mauro. Con la mano sinistra aggrappata alla fiancata e la mano destra appoggiata al braccio sinistro, come se il pennello fosse pesante, il maestro continua a dipingere. Quando si volta verso di noi, ci guarda e ci accoglie con un gran sorriso. La mano ha un tocco leggero e, tra le sue dita, i disegni sui carri acquistano profondità e lucentezza. Di Mauro ha 94 anni e da più di ottanta si occupa della pittura dei carretti. “Io dovrei iniziare a dire che per la fabbricazione di un carro ci vogliono quattro artigiani, che sono: il costruttore (colui che costruisce il legno), lo scultore, il fabbro e in ultimo il pittore. Il carro è composto delle ruote, le mozze, le curve, le fiancate, la chiave”. Il carretto era soprattutto un mezzo da lavoro, ogni sua parte ha infatti uno scopo specifico per il carico e lo scarico della merce, solo la chiave, che è la parte posteriore, ha una funzione puramente decorativa. L’uso di dipingere i carretti è nato dall’esigenza di preservare il legno dalle intemperie e i commercianti che giravano tra le strade della Sicilia lo hanno mantenuto come motivo di attrazione per la vendita. Per la costruzione di un carretto, la pittura del suo legno e la scultura delle sue parti in ferro si possono impiegare anni. La pittura, in particolare, è un lavoro lento e meticoloso. In questo laboratorio si realizzano in media due carri all’anno e una serie di piccoli souvenir destinati al mercato locale. Di Mauro continua:“Il carretto in Sicilia è stato scoperto all’inizio del 800. È stato un francese che trovandosi come turista in Sicilia lo ha visto e ne ha fatto una descrizione, valorizzando questo carro. Dopo questo francese c’è stato il Pitré di Palermo che ha dato valore al carretto”. Il letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo è infatti il primo viaggiatore che racconta di aver visto dei carretti sulle strade siciliane. Lo scrittore restò un mese in Sicilia e raccolse materiale per il suo libro di viaggio, in cui per la prima volta sono descritti i carretti: “Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l’immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati, porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso”. Le scene dipinte sui carretti sono tratte dalla mitologia o dalla religione, dalle opere degli scrittori siciliani, oppure copiate da stampe e da disegni antichi. I motivi religiosi avevano anche un valore di protezione per i viaggiatori e i commercianti.
“Aci sant’Antonio è stata la madre patria del carretto, il mio maestro da ragazzino anche lui ha fatto il pittore, il maestro del mio maestro era il primo, quello che ha creato la pittura di Aci Sant’Antonio: Maugeri Giuseppe”. Di Mauro si è trasferito qui a dodici anni per imparare il mestiere di pittore di carretti e, due anni dopo, aveva già aperto una sua bottega. “La mia bottega antica era una bellezza straordinaria, difatti quando è venuto re Gustavo di Svezia è venuto prima uno con una motocicletta. Poi sono arrivati lui, un uomo alto quanto questo palazzo, e sua moglie, che invece era piccolina, e quando hanno visto tutto è stata una cosa stupenda”. Carlo Levi, Corrado Cagli, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, sono molti gli ospiti illustri che il pittore ha ricevuto nella sua bottega. “È tanto tempo che faccio l’artigiano”. Di Mauro è consapevole che il suo stile pittorico ha aumentato il valore di questa antica forma di artigianato, ma fa fatica a capire il motivo di tanto interesse per il suo lavoro, “Questa è l’arte mia, è normale che so cosa devo fare”.
Nel paese, alcune associazioni hanno avviato dei corsi per insegnare ai ragazzi l’arte del carretto e portare così avanti questa tradizione. Nel passato c’erano degli apprendisti, ma ultimamente nessuno si sente attratto da questo mestiere. Tra la vernice e i pennelli, Di Mauro trascorre tutte le giornate, domenica inclusa, e con calma sceglie i toni adatti a delineare una figura o le sfumature giuste per coprire il legno. “Non c’è nessuno che chiede di imparare”. Ha una mano fermissima e un occhio straordinario per ogni miniatura, mostra i suoi disegni, sorride e si rammarica della difficoltà di trovare chi continui la sua arte, poi si siede e riprende lentamente il suo lavoro. Resterà a dipingere fino a mezzogiorno e ritornerà alle tre del pomeriggio, per lavorare fino alle dieci della sera. Giorni e giorni, ore ed ore per ogni tratto di ogni immagine in ogni angolo del legno.
Nel silenzio della bottega, lasciamo lui ed Antonio immersi tra i loro colori.

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