Giudice tedesco

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Parliamone. Con calma, cercando di prenderla un po’ a ridere, perché se così non fosse, se si desse retta al primo istinto, la risata non sarebbe compresa...

Parliamone. Con calma, cercando di prenderla un po’ a ridere, perché se così non fosse, se si desse retta al primo istinto, la risata non sarebbe compresa tra le dieci azioni immediatamente successive all’apprendimento della notizia. Questo è successo: che un certo giudice di Buckeberg – cittadina della Sassonia a 360 chilometri da Berlino -, tale barone Von Hammerstein, ha dato lezioni di sociologia in aula. E’ una fortuna che ci siano persone tanto erudite da spaziare in tutti i campi dello scibile umano, e quale meraviglia quando tutto questo sapere viene messo al servizio del cittadino. Questo scrupoloso giudice infatti, ha evidentemente tanto a cuore il suo lavoro da fare delle approfondite ricerche quando si trova a dover prendere decisioni su situazioni che, non è che non conosca, si badi bene. Diciamo, piuttosto, che in determinati momenti gli sfuggono. Così, quando ha dovuto emettere la sentenza relativa ad un giovane cameriere sardo che ha picchiato, stuprato, umiliato la sua giovane fidanzata lituana, non se l’è sentita di applicare il codice tedesco tout court, che in questi casi prevede una pena massima di 15 anni. Voleva essere giusto il barone Von Hammerstein. E allora si è andato a studiare le usanze di quella lontana terra da cui proviene lo stupratore, il violento, il sadico cameriere sardo. E dopo un attento studio, il giudice ha preso la sua decisione: l’imputato è sardo, e questo è motivo sufficiente per veder ridotta la sua pena a sei anni di reclusione. Esilarante la motivazione alla base della concessione dell’attenuante: “Bisogna tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”. Dunque, ricapitolando: un maschio sardo, in quanto tale, può esercitare il diritto di ammanettare al letto la propria femmina per tre settimane, picchiarla a sangue, spegnere le sigarette nelle parti intime, portare un amico per distrarlo altruisticamente dalla sua solitudine, farle bere a forza bicchieri pieni di aceto e iniettarle eroina tanto quanto le sue vene riescono a contenere. Perché è questo l’inferno che il ventinovenne cameriere sardo – di origine cagliaritana – ha fatto vivere alla sua fidanzata lituana. Va da sé che, se lei fosse stata sarda, questa storia non sarebbe mai uscita fuori. Il motivo è semplice: non le sarebbe mai saltato in mente di denunciare il suo uomo, e perché mai avrebbe dovuto? Se fosse stata sarda, avrebbe visto fin dall’infanzia quelle scene ripetersi centinaia di volte, con protagoniste a volte la madre, a volte le sorelle. Dopo che il padre era tornato dai pascoli sul mulo di famiglia. Quel poveretto del giudice non ha neanche lontanamente un’idea di quello che ha scatenato. Perché i sardi – e questo non lo si può negare – sono leggermente sensibili a certe tematiche. Per giorni e giorni i quotidiani “La nuova Sardegna” e “L’Unione sarda” hanno fatto a gara nel pubblicare articoli che dimostrassero come nella storia loro si siano sempre distinti dal resto d’Europa sui diritti delle donne. Storici hanno ricordato che, mentre gli altri le bruciavano al rogo le donne, chiamandole streghe, loro tagliavano le mani a chi stuprava una donna, ecc. ecc. Povero il giudice barone, chissà se l’ha ammesso di aver fatto una sciocchezza. Nel caso in cui non l’avesse nemmeno sfiorato il dubbio, si spera che almeno non gli venga mai la voglia di farsi una vacanza in Sardegna. Né a lui, né ai suoi figli, e ai figli dei suoi figli, e ai figli dei figli dei suoi figli. Potrebbe trovarsi davanti qualcuno di quei trogloditi che così bene ha descritto nella sua sentenza. Fra tutti i commenti sulla vicenda, vale la pena ricordare quello espresso da Renato Soru, presidente della regione Sardegna: “Questo fatto dimostra che gli imbecilli esistono”. Antica saggezza isolana.

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