Stagione Omerica – Vitaliano Trevisan: “A un editor preferisco un buon correttore di bozze”

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Vitaliano Trevisan, uno degli autori di narrativa più interessanti di questi ultimi anni, è stato ospite della Scuola Omero per l’iniziativa “I migliori racconti pubblicati dal 2000 a oggi

Vitaliano Trevisan, uno degli autori di narrativa più interessanti di questi ultimi anni, è stato ospite della Scuola Omero per l’iniziativa “I migliori racconti pubblicati dal 2000 a oggi, letti e interpretati da sei scrittori italiani”.
Durante l’incontro che faceva parte della Stagione Omerica, Trevisan, autore che ha alle spalle diversi scritti tra racconti (ricordiamo la bellissima raccolta Shorts, pubblicata da Einaudi), romanzi, pièce teatrali e sceneggiature, ma anche la partecipazione come attore al film Primo amore di Matteo Garrone (del quale era uno degli sceneggiatori), ha letto – di certo non a caso – proprio il racconto Primo amore di Samuel Beckett, in una traduzione comparata che ha fatto lo stesso Trevisan con un occhio alle versioni inglese e francese.

Domanda di rito: come mai proprio questo racconto?
Perché è scritto molto bene. Nella mia traduzione ho cercato di rimanere il più possibile fedele al testo originario, per esempio senza tralasciare le ripetizioni che fanno parte dello stile originale e che talvolta i traduttori eliminano. Ad esempio la precedente traduzione di Primo amore in italiano non è di mio gradimento. Mi rendo conto comunque che mantenere il ritmo non è cosa facile cambiando lingua.

Prima che iniziasse a leggere abbiamo ascoltato la canzone “I don’t want nobody to give me nothing” cantata da James Brown. Perché?
“Non voglio che nessuno mi dia niente”. È una canzone che mi ricorda la giovinezza, l’orgoglio di classe, della classe proletaria, la mia classe.

Il pubblico ha gradito la sua lettura, che potremmo definire neutrale. Sembrava stesse leggendo un suo racconto. Come ha interpretato il protagonista di questo Primo amore di Beckett?
Non cerco mai di interpretare un personaggio mentre leggo. Un attore cercherebbe di farlo e più attori renderebbero diverse interpretazioni. A questo punto non è più una lettura, io credo.

Fare l’attore, dal punto di vista della comunicazione e della creatività, è come fare l’autore?
Sì, specialmente a teatro. Si tende sempre a dare qualcosa di proprio al testo.

Come le è sembrata l’esperienza di sceneggiatore del film Primo amore di Garrone?
Non credo che farò ancora lo sceneggiatore. I registi molto spesso non sanno scrivere ma vogliono comunque mettere del loro nella sceneggiatura. E non solo loro: sembra che chiunque abbia diritto di dire qualcosa, di esprimere un parere o dare un consiglio. Alcuni miei colleghi sono frustrati proprio per questo, è il mondo del cinema che, con tutto quel giro di soldi, corrompe. Io non sono interessato al mondo del cinema, è solo che, con un impegno ristretto nel tempo, specialmente come attore, si guadagna molto.

L’importanza dell’appartenenza ad un luogo sembra creare un parallelismo fra il protagonista del Primo amore di Beckett e il protagonista del suo romanzo I quindicimila passi.
Più che di appartenenza si tratta di espulsione, di esser cacciati via da un luogo in cui si sta bene, nel caso del protagonista del racconto di Beckett, prima dalla casa del padre, poi dalla casa di Lulù e per colpa di qualcuno che prende il suo posto, ovvero il figlio.

Ha mai preso spunto da questo racconto?
Moltissimo!

Per questo incontro ha portato il racconto che per lei è il migliore. Ce ne sono altri che le piacciono allo stesso modo e quindi ha dovuto fare una scelta oppure è il migliore in assoluto?
Ce ne sono sicuramente altri dello stesso livello ma a questo sono particolarmente legato.

C’è qualche autore contemporaneo, italiano e non, che le piace in modo particolare?
A dir la verità non seguo molto la letteratura contemporanea, il panorama è troppo vasto. Di solito vado in libreria, scelgo un libro a caso e leggo qualche riga.

L’ultimo libro che ha aperto a caso?
Gomorra. Ma dopo aver letto una frase l’ho chiuso e l’ho lasciato lì. Credo che se un libro è ben scritto lo è dall’inizio alla fine, quindi leggendo una frase a caso dovrebbe comunque risultare interessante. Se così non è, il libro non è un buon libro.

Ha mai collaborato con case editrici?
No, non fa per me.

Ha iniziato a scrivere a 33 anni, senza mai aver tentato prima, e dopo aver lavorato nel campo dell’edilizia e dell’arredamento come lavoratore dipendente. Cosa l’ha portata a cambiare vita e ad esternare ciò che aveva dentro, ovvero questa passione per la scrittura e non solo?
Ero disperato! È nato tutto insieme, di punto in bianco l’ho fatto. Ma non ho mandato il manoscritto agli editori, non sopporto gli esami. Fin dal tema d’esame della maturità ho avuto dei problemi… Quindi ho pubblicato il mio primo libro a mie spese e per caso Giulio Mozzi l’ha letto e mi ha segnalato alla casa editrice Theoria.

Gli editori fanno molto lavoro di editing nei suoi testi?
Per quanto riguarda il mio lavoro con gli editori, mi infastidisce che qualcuno metta le mani sui miei scritti. E a un editor preferisco un buon correttore di bozze.

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