Condividi su facebook
Condividi su twitter

Lee Stringer: “Non provate a scrivere. Trovate qualcosa di vero e poi tiratevene fuori al più presto”.

di

Data

Con una prefazione di Kurt Vonnegut viene introdotto il secondo romanzo di Lee Stringer dopo il successo, negli Usa, di Grand Central Station.

Con una prefazione di Kurt Vonnegut viene introdotto il secondo romanzo di Lee Stringer dopo il successo, negli Usa, di Grand Central Station (di prossima pubblicazione per Nottetempo) in cui veniva raccontata l’esperienza autobiografica dell’autore che ha vissuto per 15 anni come barbone nella più grande stazione dei treni di New York. Anche questo Cioccolato o vaniglia (titolo originale Sleepaway School, edito da Nottetempo, 330 pagine, 18 euro) è un memoriale sull’adolescenza dello scrittore afro-americano, senza padre, a volte violento, e con una madre che cerca di sbarcare il lunario grazie alla previdenza sociale. Quando la madre decide di traslocare dal misero Bronx alla provincia anonima degli “wasp” ricchi, il protagonista conosce “i figli dei fortunati” scontrandosi così con le differenze razziali e sociali e diventa, per la scuola e gli adulti, un “bambino a rischio”, un disadattato, “uno sporco negro” per i suoi compagni di scuola. Ecco allora una scacchiera di episodi in cui il ragazzo ha a che fare, dopo l’ennesima rissa, con un tribunale, un collegio-prigione, psicologhe, professori-tutori, guardiani che si fanno chiamare “mamme” e “papà” e addirittura un manicomio nel grado più basso della sua “integrazione” forzata. Vero e proprio romanzo di formazione su un ragazzo che diventa uomo, Cioccolato o vaniglia sorprende per la semplicità e leggerezza con cui affronta la crescita difficile di un “diverso” in un mondo fintamente normale. Viene subito in mente il modello classico e sopravvalutato de Il giovane Holden, soprattutto per la somiglianza tra “bambini a rischio” e rivolte adolescenziali, ma i modelli letterari di Stringer sono più meridionali e materni, di un mondo appunto in cui si sente forte l’assenza del padre. Lee Stringer adolescente, nome di battessimo “Caverly”, non è uno Stephen Dedalus afro-americano, ma la sua “anima del futuro scrittore” (sono parole di Vonnegut con cui Stringer ha tenuto dal 1998 diverse conversazioni pubbliche sulla scrittura raccolte nel volume Like Shaking Hands With God) lo salva dalla vita del collegio e lo aiuta a crescere nonostante le difficoltà. Lo stile colpisce per la sua immediatezza e oralità con le quali si arriva a prese di coscienza inaspettate. Così, con una disarmante semplicità, il protagonista realizza, verso la fine del libro, il suo desiderio di omologazione in un mondo che lo rifiuta: “A volte vorrei che non esistessero le razze. Che fossimo tutti mischiati insieme. E che non ci fossero linee divisorie tra una persona e l’altra. Così potrei essere felice anch’io. Come tutti gli altri.”
Decido di contattare Lee Stringer, attraverso il suo sito, per fargli alcune domande. Stringer risponde subito, dopo appena 6 ore da New York.

Per prima cosa sono curioso di saper se “Cioccolato o vaniglia” sia un romanzo autobiografico.
In realtà “Cioccolato o vaniglia” non è un romanzo, ma una memoria e come tale è un reale resoconto degli anni che ho trascorso al collegio Hawthorne Cedar Knolls e delle riflessioni su questi. Diversamente da “A Boy’s life” di Tobias Wolfe, al quale il libro è stato paragonato, ero interessato al bambino che è a rischio piuttosto che alla situazione di un bambino in se stessa.

È vero che hai iniziato a scrivere sulla strada?
Come puoi supporre da “Cioccolato o vaniglia”, ho iniziato a sguazzare nel mondo della scrittura già in giovane età. Ho continuato un poco crescendo quando mi sono molto interessato al cinema e poi ho frequentato un corso di scrittura creativa al liceo. Ho anche letto molto. Ma come viene rivelato nel mio primo libro “Grand Central Winter: Stories From the Street” (che sarà pubblicato prossimamente in Italia), la mia scrittura ha raggiunto un alto livello quando ero in strada e ho iniziato a scrivere, e più tardi a editare, per “Street News”, un giornale fatto per essere venduto dai senza-tetto. La più grande differenza di questa fase, rispetto alle precedenti, era che al di fuori della mia esperienza sulla strada avevo finalmente qualcosa di meritevole su cui scrivere.

Per quanto tempo hai vissuto nella Grand Central Station?
Circa dieci dei dodici anni che sono stato senza-tetto.

Dove e quando hai conosciuto Kurt Vonnegut e quando siete diventati amici?
Kurt ha letto il manoscritto di “Grand Central Winter” prima che fosse pubblicato e lo ha amato subito così che gli hanno chiesto di scrivere la prefazione. Gli chiesero pure di introdurmi alla presentazione del libro, lui la fece e quella fu la prima volta che lo conobbi di persona. Devo dire che siamo diventati amici una settimana all’incirca dopo l’11 settembre quando sua moglie mi ha invitato per la cena. Sono grato per l’amicizia che mi ha offerto e il rispetto che ha mostrato per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi scrittori americani preferiti?
I miei scrittori preferiti sono variopinti, molti, diversi e cambiano spesso. In questo momento sono preso molto dalla roba di Bukowsky che mi ha condotto a un suo amico chiamato Dan Fante e a un romanzo che si intitola “Chump Change”. Mi piacciono molto, inoltre, le immagini e il ritmo di alcuni dei libri di Corman McCarty. Inizialmente, comunque, mi chiudevo molto sui grandi classici: James Baldwin; Ernest Hemingway; Ralph Eleison; Salinger; e altri. Ho letto per la prima volta Vonnegut quando ero adolescente.

Che cosa puoi consigliare agli studenti di una scuola di scrittura?
Non provate a scrivere. Trovate qualcosa di vero e poi tiratevene fuori al più presto.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'