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Francesco Zizola: “Per fotografare è necessario prima vedere”

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Scatti di verità. Europa dell’est, Corea del nord, Brasile, Africa. Francesco Zizola ci ha mostrato i volti e le storie di questi e altri luoghi. La fame, la guerra, la...

Scatti di verità. Europa dell’est, Corea del nord, Brasile, Africa. Francesco Zizola ci ha mostrato i volti e le storie di questi e altri luoghi. La fame, la guerra, la malattia, lo sfruttamento sono questi i temi dei suoi reportage. Il fotogiornalista italiano, sette volte vincitore del World Press Photo, ha colto nelle sue foto l’universalità dei drammi umani, superando ogni volta la difficoltà di dialogare con la sofferenza.

Quanto è difficile fotografare realtà così tragiche?
Più che fotografare, quelle realtà è difficile vederle perché per fotografare è necessario prima vedere. Vedere vuol dire fare uno sforzo di comprensione, di avvicinamento a degli esseri umani che sono coinvolti in avvenimenti drammatici. È sempre un esercizio di umana fattura.

In questi situazioni, che valore ha il fotografo?
La fotografia nello specifico è un linguaggio che obbliga i foto giornalisti a scendere vicino alla realtà, a non limitarsi a un’osservazione superficiale. In qualche modo, se vogliamo superare la superficie degli avvenimenti, dobbiamo necessariamente condividere momenti di vita con i nostri soggetti, momenti di vita che non sempre sono gioiosi e dobbiamo in qualche modo anche saperci far accettare. La nostra presenza non è scontata.

Ci sono state situazioni nelle quali ha preferito mettere via la macchina?
Sì, ci sono state molte situazioni. Non è obbligatorio essere sempre pronti a fotografare. Quando la fotografia non aggiunge nulla all’informazione e aggiunge soltanto dolore, sofferenza per i soggetti fotografati, è assolutamente sconsigliato professionalmente. È consigliato eticamente di riporre la macchina e guardare negli occhi le persone con ben altro da raccontare.

Ricorda qualche esempio?
Tantissimi, ogni volta sono sempre di più le fotografie non realizzate di quelle realizzate e sempre di più sono anche i momenti che si ricordano non grazie a una fotografia ma grazie alla sofferenza in prima persona. Questa naturalmente è la visione di chi come me è privilegiato in questo percorso, perché per scelta e per professione mi reco nei posti dove gli avvenimenti si svolgono.

Quando si muove per fotografare, parte già con una narrazione in mente?
Sì, una storia, un racconto che poi si mette naturalmente a confronto con la realtà e con la verità di quella realtà. Non è partire con una storia preconfezionata in testa, non è un racconto ideologico. Vuole essere un tentativo di confronto con la realtà e un tentativo di dialogo con le persone che incontro man mano lungo il mio percorso.

È stato sempre facile dialogare con le persone che ha incontrato?
È stato sempre difficile. Dialogare con le persone è un compito estremamente difficile e richiede una grande responsabilità, soprattutto quando i temi riguardano la vita e la morte, la fame, la deprivazione e la malattia.

Pensavo proprio alle foto sulla fame. Le persone hanno sempre accettato volentieri di essere fotografate?
Credo che quando le persone comprendono che chi hanno davanti partecipa un po’ come testimone alla loro sofferenza, si istaura una sorta di rispetto. Non è una cosa facile da creare questa reciproca relazione di rispetto, ma innanzitutto parte dal rispetto che dobbiamo avere noi giornalisti nei confronti delle persone che incontriamo. Rispetto per la loro dignità e per la loro sofferenza in questi casi.

Quanto è importante nella nostra società l’immagine e dunque la fotografia?
L’immagine è uno dei tanti linguaggi con cui si racconta la realtà. In questo momento storico, sicuramente sta nell’Olimpo dei linguaggi privilegiati. Soprattutto nelle nuove generazioni si nota come il linguaggio visivo riesca a portare più comunicazione di altri linguaggi, che richiedono un diverso tipo di approccio e che sono meno immediati. Questo significa che, ancora di più, chi fa informazione attraverso le immagini deve sentire questa responsabilità, deve affidare alle immagini un racconto che si basa su un progetto di comunicazione. Non usarle come mero riempitivo di spazi. Nei giornali, purtroppo, devo lamentare un continuato uso delle immagini come rimedio per spezzare la pesantezza delle righe stampate. Un uso così strumentale e povero della comunicazione visiva non fa onore a chi dovrebbe avere la responsabilità di fare in modo che anche attraverso le immagini ci sia informazione.

Può darmi un consiglio per fare delle buone foto?
Ah. Saper guardare negli occhi le persone.

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