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Rothko in un treno

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Su questi treni Eurostar che vanno da Roma a Milano e da Milano a Roma ci sono delle simpatiche prese di corrente, una per ogni posto anche in seconda classe...

Su questi treni Eurostar che vanno da Roma a Milano e da Milano a Roma ci sono delle simpatiche prese di corrente, una per ogni posto anche in seconda classe, che permettono di tenere acceso il computer portatile. Ormai la gente se lo porta appresso, come fosse il fard. Una cosa così, da tenere in borsetta e da tirare fuori all’occorrenza per un rapido ritocco al trucco. In treno, camminando traballanti, si va a sbattere contro questi computer che arrivano a essere davvero minuscoli e che la gente usa perlopiù per: controllare tabelle di vendita, vedere film, giocare al solitario. Non mi pare di aver visto un uso diverso e se c’è è ben nascosto. Io, ad esempio, che lo sto usando per scrivere, lo tengo con lo schermo rivolto verso il finestrino e sono in una posizione in cui la colonna vertebrale si attorciglia su se stessa, per non contare tutto quello che mi pesa addosso, non ultimo il catalogo di Rothko poggiato sulle gambe, visto che tutti i ripiani sono carichi di valigie e tutti i posti occupati. Ma un breve sguardo fuori, nel verde dei dintorni di Bologna, le colline che ondulano l’orizzonte, e un breve sguardo dentro, a visi in catalessi, mi spingono a continuare a scrivere. Scrivere, mi accorgo, è anche un modo silenzioso per opporsi al frastuono. Dietro di me una combriccola con accento lombardo, molto più fastidioso e più alto di quello napoletano affianco, parla in continuazione, con intermittenza di risate che vorresti soffocare con uno sguardo. Le nuvole si fanno luminose di tramonto, materiche di luce. Una galleria interrompe i pensieri e riporta al ricordo. Il ricordo è una sospensione di realtà. Nero attorno e luce della memoria accesa a rivivere un momento all’infinito fino a descriverlo.
Penso al quartiere cinese di Milano. China Town, zona Sarpi, è un pullulare di cinesi che dalla mattina alla sera non fanno altro che lavorare. Sono stata ospite da un’amica che ha comprato un monolocale proprio in quella zona. Dentro c’era il design Ikea e un certo gusto moderno che rasenta il retrò, una rivisitazione più spoglia delle atmosfere degli anni settanta. Fuori, l’odore dei ristoranti cinesi, la salsa di soia, il rumore cadenzato di un coltello che fa a pezzetti il pollo o il maiale, coppe di verdure portate da un lato all’altro del cortile, fino al ristorante, che è proprio sotto casa, un cinese che esce fuori nel ballatoio di un palazzo di ringhiera in tipico stile milanese e la prima cosa, il primo gesto che fa per salutare il giorno è sputare per terra, camminando chino, con le spalle curve come a scusarsi di essere al mondo. Non ho visto nessun cinese che cammini dritto. Tutti camminano con un invisibile fardello addosso, come fossero contadini senza rughe del sole ma con solchi interiori causati dallo stare sempre, in continuazione, al chiuso di fabbriche che producono scarpe sintetiche o di cucine se va meglio. Non parlano mezza parola italiana. Hanno i loro giornali, le loro insegne, i loro luoghi, i loro ghetti nei quali si sono rifugiati autonomamente. Dopo i recenti fatti di agitazione e tafferugli, il comune di Milano ha deciso di trasferire tutti i grossisti di China Town fuori città, in periferia. Pare che i più gravi problemi derivino da loro. E poi i ghetti al centro delle città danno fastidio ai residenti, che organizzano riunioni condominiali per decidere le contromisure alla puzza dei ristoranti. Mi chiedo che differenza ci sia tra lo spirito lavorativo cinese e quello milanese. Forse la forma. I milanesi camminano fieri e più veloci, fermarsi per loro è perdere. Perlomeno una volta era così.
Un ragazzo milanese che si è appena licenziato da una agenzia di pubblicità, troppo stressante e troppo limitante per la sua creatività, dopo una bottiglia di Morellino, incomincia ad inveire: qui sono tutti fascisti. La Moratti lo sai che ha fatto, dice? Ha bloccato i finanziamenti per una storica rassegna di cinema gay, ha censurato e dunque impedito la mostra sull’omosessualità ideata da Sgarbi, ha di fatto massacrato la fiera degli Obej Obej, spostandola dalla sede di Sant’Ambrogio e poi ha prosciugato la Darsena, le ruspe non ci sono più e campeggia solo una foto di com’era negli anni sessanta accanto a spazi per cartelloni pubblicitari. Poi ha anche trasferito la fiera di Senigallia, con la scusa che lì si dovranno fare dei lavori per un parcheggio. Insomma, tutti i simboli di vitalità, libertà, aggregazione e di espressione storica sono stati distrutti, dice. Gli chiedo della Bovisa, il quartiere che è il cuore dell’arte contemporanea. Durerà poco, dice. Ora è preso di mira da chi vuole comprare casa a un costo decente, si sta imborghesendo.
Firenze fuori. Nuvole rosse. Gente in piedi accalcata verso l’uscita. Li seguirò per fumare una sigaretta in sosta. Il frastuono attorno riprende. Appena si sospende di scrivere, riprende.
Ironia della sorte, sono saliti dei cinesi. E sono cambiate le persone accanto e di fronte a me. Di fronte c’è un uomo col suo piccolo lettore portatile, credo che stia vedendo un film, ha le cuffie alle orecchie, gli occhiali da sole sulla testa calva e gli occhiali da vista sugli occhi. Qui accanto una donna con una copia del Manifesto e di Alias, che si porta dietro evidentemente da sabato, il giorno in cui l’elitario settimanale culturale che mantiene un lessico e una sintassi per pochi, è in edicola. Sono tentata di chiederglielo per poterlo sfogliare ma questo interromperebbe la mia scrittura e, forse, aprirebbe un dialogo. Di fronte, una ragazza parla al cellulare, a voce bassa, sostiene una comunicazione sentimentale. Guardo il catalogo che mi interrompe la circolazione alle gambe. Ho visto la mostra di Rothko a Roma, alla presentazione alla stampa. I cataloghi li hanno dati a chi tra i giornalisti si è fiondato per primo al buffet e alla distribuzione dei cataloghi, che erano tre: Rothko, Kubrick, Ceroli. Io ero talmente presa dai quadri – quasi cento, in un evento unico e che credo rimarrà tale – che non ho avuto la prontezza di riflessi dei giornalisti navigati. E mi sono ingenuamente persa e di nuovo emozionata tra le tele di Rothko, come lo ero stata la prima volta che ho visto la sua luce, approfittando della visita guidata che il curatore dell’esposizione, Oliver Wick, in un italiano duro e tradotto, faceva tra le sette stanze del piano terra del restaurato e bellissimo Palazzo delle Esposizioni. Ho dovuto trattenere la commozione, cosa che i giornalisti che spintonavano e facevano domande vuote, aiutavano a fare.
È buio ormai fuori. Come sono bui i quadri di Rothko dell’ultimo periodo, quelli di poco prima che si suicidasse. Ma c’era un urlo dentro, una spaccatura in bilico, che si percepisce nella nettezza della linea orizzontale che divide e unisce due metà di colore, fino a risolversi in un nero ancora più profondo e in contrasto rispetto al Rothko che tutti conoscono, quello ormai pubblicizzato ovunque. Un’operazione che leva spessore ai quadri. Vanno solo visti dal vivo. Qualsiasi riproduzione perde forza. Anche il catalogo non rende. Sebbene lo abbia trovato per caso al Palazzo Reale di Milano. E di cui sopporto il peso, come si sopporta, come un piacere necessario ma ingombrante, ogni rivelazione, per dolorosa che sia.
E adesso, è tempo di leggere, prima di arrivare a destinazione: è troppo buio fuori e il silenzio finalmente si accende. Quel silenzio che è lo spazio necessario tra il vivere e lo scrivere.

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