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Piante e uomini in viaggio (prima parte)

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The continent of Atlantis was an island which lay before the great flood in the area we now call the Atlantic Ocean. So great an area of land, that...

The continent of Atlantis was an island which lay before the great flood
in the area we now call the Atlantic Ocean.
So great an area of land, that from her western shores those beautiful sailors journeyed to the South and the North Americas with ease, in their ships with painted sails.
To the East, Africa was a neighbour, across a short strait of sea miles.
The great Egyptian age is but a remnant of the atlantian culture.
The antediluvian kings colonised the world
All the Gods who play in the mythological dramas, in all legends from all lands were from fair Atlantis.
Knowing her fate, Atlantis sent out ships to all corners of the Earth.
On board were the Twelve: the poet, the physician, the farmer, the scientist, the magician and the other so-called Gods of our legends.

Though Gods they were, and as the elders of our time choose to remain blind, let us rejoice and let us sing and dance and ring in the new
Hail Atlantis!
Way down below the ocean where I wanna be she may be,
Way down below the ocean where I wanna be she may be…
(repeated)

[Donovan: Atlantis, dall’album ‘Barabajagal’ (1969)]

Benchè essi fossero dei, e dal momento che i potenti del nostro tempo hanno scelto di rimanere ciechi, orsù gioiamo… e cantiamo… e danziamo… e celebriamo il nuovo…
Salute a te, Atlantide!
Laggiù, sul fondo del mare, dove anch’io vorrei essere, forse essa si trova… (ripete molte volte, sfumando…)

La Terra di Punt appariva coperta da una leggera caligine, nell’aria del primo mattino. A bordo l’eccitazione era al massimo: stavano per toccare terra dopo giorni di navigazione. Facevano parte dell’equipaggio oltre ai marinai e a trenta rematori per ogni nave, soldati in armi ed esperti giardinieri, e questa volta due alti dignitari di corte, che rispondevano direttamente al faraone e potevano mettere il naso in ogni decisione.
Tutto era pronto, anche se l’equipaggio non sapeva ancora cosa avrebbe trovato. Era, quella, una ben strana spedizione; non un’operazione militare e neanche una semplice razzia.
È – a quanto è dato sapere da un preciso resoconto – la prima spedizione della storia alla ricerca di piante, e così è rappresentata, nelle iscrizioni del tempio funebre di Hatshepsut, una delle più famose donne-faraone dell’antico Egitto. La regina stessa aveva imposto ai suoi addetti militari una spedizione nella terra di Punt, con il compito di procurare la mirra e l’incenso, le essenze favorite dalla regina e altri tesori – ambra, agata verde, lapislazzuli, oro, avorio, ebano ed altri legni pregiati – per cui quella terra era famosa.

Iscrizioni dal monumento funebre della regina Hatshepsut (1479 – 1458 a.C.) a Deir el Bahari (sulla riva occidentale del Nilo, opposta al complesso di Luxor).Rappresentano la spedizione nella Terra di Punt, che impiegò cinque navi e che riportò in patria 31 piante dell’incenso con le radici accuratamente riposte in ceste per tutta la durata del viaggio. Tre di esse furono poi piantate nel cortile interno del monumento mortuario della regina

In epoca successiva la Bibbia (Libro dei Re) dà notizia di una spedizione nella terra di Punt di Hiram, re di Tiro e genero di Salomone (961 – 922 a.C.) per abbellire, con le ricchezze colà razziate, il grandioso tempio di Gerusalemme, luogo di culto dell’ebraismo. Per rimanere sempre in ambito cristiano, nel Vangelo sec. Matteo, tra i doni recati dai Re Magi per la nascita di Gesù, figuravano appunto, oltre all’oro, incenso e mirra.

L’incenso (Boswellia sacra) e la mirra (Commiphora myrra) crescevano nella favolosa “Terra di Punt”, la zona che attualmente identifichiamo con ‘il corno d’Africa’ (Somalia del nord, Gibuti, altipiani dell’Ogaden).
Ma nel mondo antico, e ancora oggi, il luogo più favoloso che si collega all’incenso spontaneo è l’isola di Socotra, mentre l’incenso dell’Arabia e dello Yemen è stato importato da Punt nell’antichità e poi coltivato, per secoli.

Mappa delle terre nominate nel testo. L’isola di Socotra, situata nello spazio che ora chiamiamo Mare Arabico, tra lo Yemen e il Corno d’Africa, è un brandello di terra residuato a quella titanica frattura della crosta terrestre che staccò la penisola Arabica dalla piattaforma africana [Da Wikipedia modif.: UAE: United Arab Emirates; Dji: Gibuti]

L’isola di Socotra, che secondo i geologi si staccò dal continente intorno ai sei milioni di anni fa, ha sviluppato una floro-fauna assolutamente particolare per che certi versi ricorda quell’altro esempio di segregazione naturale che è l’Australia.
Sono presenti sull’isola specie endemiche di animali e di vegetali che non esistono in altre parti del mondo e che le conferiscono un aspetto primordiale. Sull’isola sono state classificate circa 800 specie di piante, di cui circa 240 endemiche.
Gli animali che la popolano appartengono essenzialmente alle famiglie dei rettili, volatili e insetti, mentre non esistono specie endemiche di mammiferi; il che è un’ulteriore prova delle sue antichissime origini.

Vegetazione dell’isola di Socotra. Oltre alle piante dell’incenso e della mirra (le cui immagini non sono particolarmente interessanti: la resina geme dalla corteccia), nell’isola ci sono piante del tutto caratteristiche, come i cosiddetti alberi bottiglia (Adenium obesum – Fam. Apocynaceae), specie piuttosto diffusa, qui presente nella varietà arborea

Vegetazione dell’isola di Socotra. Anche caratteristico è l’albero del drago (Dragon’s blood tree: Dracaena cinnabari – Fam. Ruscaceae), il cui nome deriva dal fatto che incidendo il tronco ne fuoriesce un liquido rosso, attribuito, secondo le antiche credenze, a sangue di drago. Appartiene alla stessa famiglia, e genere, della Dracaena fragrans, il comune ‘tronchetto della felicità’ delle nostre case

Molto, molto tempo prima che il termine ‘globalizzazione’ diventasse di uso comune, le piante si erano diffuse in parti anche assai distanti del globo, avvalendosi dei mezzi che la natura ha predisposto per la loro propagazione. Soprattutto i semi, trasportati a distanza con ogni possibile artificio; con il vento, ma anche attraverso l’intestino degli animali, specialmente gli uccelli, in grado di fungere da trasportatori passivi dei semi a distanze notevoli. Del tutto recentemente, in termini evolutivi, è divenuta rilevante l’azione degli uomini, come vettori attivi del processo.

La storia delle migrazioni delle piante è affascinante. Si scopre che piante (ora) ritenute comunissime hanno scatenato nel corso dei secoli passioni smodate; la loro ricerca ha comportato l’invio di spedizioni dal costo spropositato in terre inesplorate, fatiche incredibili e non ultimo, il sacrificio di molte vite umane. Per altri aspetti la sopravvivenza di intere popolazioni, o al contrario carestie e fame, sono dipese da una pianta (la patata) importata solo pochi secoli prima in Europa dal Nuovo Mondo.

Ricordiamo ancora dalle scuole elementari come la Mesopotamia ‘la terra tra due fiumi’ tra il Tigre e l’Eufrate, insieme all’Egitto attraversato dal Nilo siano state alla base della civiltà occidentale. È di là che nascono l’attenzione estetica – non più soltanto alimentare – per le piante,
e l’architettura occidentale dei giardini.
Da antiche miniature persiane e turche si ha conferma non solo della presenza, ma anche della rappresentazione del bello per mezzo di parchi (paradeios) ornati di fontane, piante e animali. Le violette e le rose hanno questa antica origine.
Nell’antica Grecia del quarto secolo a. C. si situa l’opera di Aristotele, che inizia l’osservazione della natura secondo criteri che possiamo definire ‘moderni’. La sua opera botanica è andata perduta; ne rimangono i sommari compilati dal suo allievo Teofrasto, tradotti in diverse lingue nel corso dei secoli e variamente mistificati come opera del Maestro. Da questi studi prendono le mosse Dioscoride, medico e botanico greco vissuto a Roma ai tempi di Nerone, e Plinio il Vecchio (autore della Naturalis Historia, un’opera enciclopedica in 37 libri), che per la sua sete di conoscenza trovò la morte nell’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei (79 d.C.)
In epoca romana c’era un fiorente mercato delle rose – fiori, legno, radici – per gli usi più disparati, dalle essenze da bagno, all’imbottitura dei cuscini, all’uso culinario.
Anche la peonia era nota in Occidente in epoca romana; ne parla appunto Plinio il Vecchio come del più antico dei fiori coltivati. Ma se ne aveva una conoscenza mitica anche se (sappiamo ora) era diffusa e apprezzata in Cina da tempo immemorabile.

La Rosa x damascena (o di Damasco) un ibrido ottenuto a partire da Rosa gallica e Rosa moschata è un importante capostipite delle cosiddette ‘rose antiche’ ed ha avuto profonde influenze sull’industria profumiera e sull’attuale modo di intendere il ‘profumo di rosa’

Le spedizioni militari furono un importante mezzo di conoscenza delle nuove terre; aggregati (embedded) agli eserciti in marcia c’erano cartografi, mercanti, raccoglitori e manipolatori di piante a vario titolo, soprattutto medicamentoso. Il Lilium candidum, ad esempio, arrivò dall’Oriente a seguito delle campagne di Alessandro il Grande, con la fama di medicamento (il rizoma ridotto in poltiglia) da usare sulle ferite; alcuni secoli più tardi altre piante commestibili, come il cetriolo e il radicchio, seguirono le spedizioni romane e si diffusero al nord-est europeo.

Dei secoli bui si hanno poche notizie di rilievo per quanto riguarda le conoscenze botaniche; i rari centri di cultura dove pazientemente si trascrivevano le opere degli Antichi e si manteneva viva la fiamma della civiltà furono i monasteri. In essi venivano anche coltivati piccoli appezzamenti per l’approvvigionamento alimentare e per la disponibilità delle erbe medicamentose (il cosiddetto ‘giardino dei semplici’: hortus simpliciorum medicamentorum).
Alcune grandi personalità emergono dall’oblio del tempo: una donna, Ildegard von Bingen (1098 – 1179), fondatrice e badessa del monastero benedettino di Bingen, autrice di due libri che raccoglievano tutte le conoscenze mediche e botaniche del tempo.
Alberto Magno (1193 – 1280), frate domenicano di Colonia, nominato vescovo in tarda età; famoso anche al suo tempo per la vasta cultura in ogni campo dello scibile. Fu ispiratore di Tommaso d’Aquino e come filosofo è ricordato per il suo tentativo di far coesistere fede e ragione. È stato dichiarato dalla chiesa santo protettore degli scienziati.

Bisogna fare uno sforzo per immaginare il mondo com’era allora, quando tutto – quasi tutto –- era sconosciuto. Quando dietro le colonne d’Ercole c’erano fauci spalancate ad inghiottire le malcapitate navi che si fossero avventurate oltre; quando i sommovimenti della terra erano attribuiti agli scrolloni di enormi pesci che stavano sotto i continenti.
Le entità che determinavano la vita e la morte degli uomini erano ignote e per di più capricciose; andavano placate con preghiere, riti e sacrifici, non sempre accettati. Le Parche erano lì a filare e tessere la tela della vita, con l’ultima di loro, Atropo, sempre sul punto di tagliare il filo. È il mondo rappresentato dal finale dell’episodio di Fantasia di Walt Disney, sulle note della Pastorale, ed esprime visivamente il bisogno di ordine dell’Uomo (nel caso specifico della cultura greca). Tra le nuvole della tempesta che sconvolge i vendemmiatori c’è Giove, assistito da Vulcano, che lancia per diletto i suoi fulmini sulla terra. Poi sbadiglia e si addormenta. Il carro del Sole scende da un lato della terra, al Tramonto, mentre Diana scocca la freccia e la ricopre con un manto scuro: ed è la Notte. Così gli uomini bambini si addormentavano, pacificati nella loro ricerca di un ordine dell’Universo.
Ma all’opposto di questa rappresentazione idilliaca del mondo – buona per i bambini e per gli americani – nella realtà gli uomini brancolavano come ciechi in una foresta gremita di pericoli ignoti, simboli incomprensibili e dei vendicativi; di cose, infine – piante, animali, malattie ed eventi naturali – senza nome né spiegazione.
A questo ‘stato di minorità’ provarono a dare risposta gli uomini del periodo successivo:
“…L’illuminismo è dunque l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”.
[Immanuel Kant, da: Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?; 1784]

Ma sono i viaggi e la scoperta dei nuovi mondi – verso Occidente e verso Oriente – a costituire un formidabile stimolo alla conoscenza; a dare un nome ed un significato al mondo. Insieme, inaugurano l’età aurea della botanica, la composizione di grandi sistemi conoscitivi (Linneo nasce nel 1707) e le migrazioni delle piante non più naturali ma indotte dall’uomo.
Colombo cercò la strada delle Indie occidentali e il 12 Ottobre del 1492 approdò a San Salvador, isola dell’arcipelago delle Bahamas.
Vasco de Gama, con la circumnavigazione dell’Africa e dopo aver doppiato il giorno di Capodanno il capo di Buona Speranza (per l’appunto così battezzato), il 20 maggio 1498 giunse nel Malabar (attuale Kerala), sulle coste sud occidentali dell’India.
Si apriva un’epoca di scoperte e commerci – per entità e distanze coperte – senza precedenti, nella storia dell’umanità. Leggete qui “Il Peperoncino, il Falso e il Pepe del 23.07.07.

Breve storia della patata (Solanum Tuberosum – Fam. Solanaceae). Per migliaia di anni la patata è stata il cibo principale delle popolazioni del sud-America, dal Messico agli altipiani del Perù. Gli Incas la chiamavano papas e ritenevano fosse stata loro donata dalla dea Axomana.

“Gli indiani raccolgono le papas e le fanno seccare bene al sole, poi le usano per fare quelle che loro chiamano chuno (patate essiccate), che si conservano anche per molti giorni e a loro serve da pane e in questo regno se ne fa un grande commercio. Essi mangiano pure le papas fresche, bollite o arrostite…”.
[Josè de Acosta: Historia moral y natural de las Indias Occidentales 1589]

Trasferite in Europa insieme a centinaia di reperti di ogni tipo da quelle terre sconosciute, le patate non furono riconosciute all’inizio utilizzabili per l’alimentazione. La loro introduzione in Europa risale al 1524 quando Francisco Pizarro, spietato conquistatore del Perù, ne regalò alcuni esemplari al re di Spagna come curiosità botanica. A quei tempi era infatti una rarità per erboristi e botanici ed era apprezzata come pianta ornamentale per i suoi fiori. Si racconta che il cuoco reale facesse diversi tentativi di utilizzare la nuova pianta, lessandone le foglie o proponendole fresche come insalata; ma alcuni di questi tentativi furono seguiti da malesseri e mal di pancia (conosciamo gli effetti tossici di parti di piante della famiglia delle solanacee Leggete qui “Piante tossiche, medicamentose, allucinogene del 10.06.07.
Pare che in seguito a quegli insuccessi, tutti i residui fossero gettati in un mucchio di materiale da bruciare. Qualche giorno dopo qualcuno notò dei maiali che cercavano qualcosa tra i resti del fuoco e la mangiavano con evidente piacere. Fu scoperto così l’utilizzo alimentare delle patate e al contempo la famosa ricetta delle patate cotte sotto la cenere!
Le storia prosegue con la diffusione della coltivazione a regioni più settentrionali dell’Europa; la patata fu particolarmente apprezzata in Inghilterra e in Germania; meno successo ebbe in Francia. In Irlanda divenne ben presto un alimento fondamentale e fu preziosa per contrastare la drammatica carestia del 1663. Ai primi dell’’800 tutti avevano dimenticato la provenienza esotica della patata che nell’immaginario popolare era considerata un alimento tipico della Germania e dei paesi dell’est europeo. Non solo, ma una grave malattia fungina della patata (la peronospora) che colpì i raccolti soprattutto in Irlanda e la terribile carestia dell’ultima metà del XIX secolo costrinse centinaia di migliaia di contadini irlandesi, tedeschi, inglesi e olandesi ridotti alla fame, a cercare condizioni di vita migliore in America; di qui i Kennedy, Schwarzenegger e chissà quanti altri: Tout se tient! – dicono i francesi…

Vincent Van Gogh: ‘I mangiatori di patate’ (1885). Olio su tela. Museo Van Gogh di Amsterdam

Anche le dahlie – originarie del Messico, e così battezzate in onore del dottor Andreas Dahl, successore di Linneo all’Università di Uppsala – giunsero in Europa con i carichi che arrivavano dal Nuovo Mondo.
Quello che muoveva l’interesse, questa volta, non era tanto la bellezza del fiore, ma il possibile impiego alimentare, alternativo alla patata.
Delle dahlie – intese come fiore – si innamorò Joséphine de Beauharnais, la prima moglie di Napoleone Bonaparte, che nella sua residenza della Malmaison inaugurò il vezzo aristocratico delle collezioni di piante esotiche.

Le dahlie (Dahlia spp. – Fam. Asteraceae), originarie del Messico dove il tubero è utilizzato per l’alimentazione, hanno da noi solo un impiego nei giardini per i numerosi ibridi dei più diversi colori e forme [Foto da: http://www.diska.it]

Seguirono – ne dovremo riparlare -, nell’Europa tra il ’700 e l’’800 la passione per i tulipani e per molte altre piante esotiche, in competizione con i fastosi allestimenti di cui favoleggiavano i rari viaggiatori di ritorno dall’Oriente.
“…Nella Turchia del diciottesimo secolo il Sultano faceva a gara con il gran Visir per lo splendore delle fêtes champêtres, in cui i tulipani avevano il ruolo di primedonne. In una di queste feste, svoltasi di notte, fu ideato un sistema in cui i tulipani venivano illuminati da piccole lanterne multicolori trasportate da numerose tartarughe che percorrevano lentamente i viali intorno alle aiuole. Come ulteriore raffinatezza, miriadi di uccellini cantavano in gabbie sospese sopra le aiuole di tulipani, i giardinieri eunuchi emettevano grida acute per intrattenere gli ospiti e un’orchestra suonava, nascosta dietro quinte mobili di cespugli…”
[Tyler Whittle: I Cacciatori di Piante – Collana ‘L’Ornitorinco’, Rizzoli; 1980]

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