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Arturo Pérez-Reverte

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Fuori la piazza, al centro di Roma, è gremita di verde: berretti, maglie, striscioni e i fischietti degli agricoltori che protestano sotto un cielo di pioggia, dentro, oltre i tendaggi...

Fuori la piazza, al centro di Roma, è gremita di verde: berretti, maglie, striscioni e i fischietti degli agricoltori che protestano sotto un cielo di pioggia, dentro, oltre i tendaggi, nel salotto dell’albergo, un uomo seduto in poltrona parla di guerra, delle tante guerre, e della possibilità di raccontarle.
Arturo Pérez-Reverte è stato uno dei migliori corrispondenti di guerra, poi ha lasciato la professione in Bosnia e ha iniziato a pubblicare romanzi, best seller storici e di avventura. Come il Club Dumas e la saga del capitano Alatriste.
Ma il libro che è venuto a presentare oggi, Il Pittore di Battaglie, è diverso; deve esserci molta autobiografia, chiede il primo interlocutore, nella storia di un fotoreporter ritiratosi in una torre a dipingere l’affresco della guerra che le sue foto, in tanti anni, non sono riuscite a catturare. E mentre dipinge parla con un uomo, un croata, che è venuto ad ucciderlo, a vendicarsi della tragedia causata dallo scatto di una foto.
Arturo Pérez-Reverte, seduto in poltrona, in jeans e giacca blu, parla velocissimo, senza esitazioni, ironico e brillante. E noi, che il libro lo abbiamo letto e conserviamo ancora sotto i denti la sensazione di ghiaccio che scricchiola, lo guardiamo in cerca di qualcosa, non sappiamo neanche cosa: un gesto, un sussulto, un tic in cui l’orrore si sia annidato.
Guardiamo gli occhi che hanno visto le cose lette nel libro, occhi che si sono chinati sui volti madidi di sudore di uomini in attesa di essere sbranati, di donne in procinto di essere violentate, di bambini guardiani di campi di morte, occhi che hanno contemplato conserve di orecchie mozzate e la meticolosità del cecchino nella scelta del bersaglio.
E vediamo solo efficienza e precisione, cortesia, professionalità e rigore.
Ventuno anni di mestiere gli hanno conferito un controllo perfetto delle interviste. E la sfiducia impalpabile, forse, che possano arrivare davvero al cuore delle cose. Le interviste servono a vendere e allora è bene che siano chiare, puntuali, senza ambiguità. Senza messaggi da manipolare.
Ha scritto il libro, racconta, come un analgesico per trasformare gli incubi in fantasmi, un tentativo di rendere sopportabile l’orrore, non certo di dimenticarlo. E se ha lasciato la professione è perché odiava se stesso e il suo pubblico. Odiava la sua impotenza, l’impossibilità di far arrivare davvero l’orrore, che lui vedeva, a gente che alternava le sue immagini ad un telequiz o ad una partita. Molti pensano che l’orrore siano viscere rivoltate, pozze di sangue, ma l’orrore vero è sobrio e succinto: è il silenzio delle città deserte e un cane che ti segue nelle strade, sono le foto che sopravvivono nelle case incendiate, saccheggiate. Sono i passi che scricchiolano sui vetri. E questo la televisione non lo poteva raccontare. “E mi dispiace perché da reporter so che la televisione avrebbe potuto essere uno strumento meraviglioso, e invece oggi è la cosa che più danno fa agli uomini”
Alla fine di ogni intervista scompare e riappare, puntualissimo, per la successiva. E oggi ad intervistarlo sono uomini come lui, come lui era un tempo, qualcuno è stato in guerra, le redazioni devono aver pensato che la conversazione sarebbe fluita più ricca e spontanea tra persone che sono state negli stessi luoghi e hanno visto gli stessi orrori. Arrivano tenendo il libro tra le mani, chi lo ha letto tutto, chi solo in parte, “fa male, fa male questo libro” dicono. Soprattutto per chi a Vukovar c’è stato. E scuotono la testa, non sono proprio sicuri che valesse la pena ricordare, riArturo Pérez-Reverteire ferite che il tempo aveva forse smussato, ma adesso che il ricordo è stato ravvivato, sperano, parlandone con lui, di esorcizzarlo. E Arturo Pérez-Reverte parla gentile, onesto. Quando i giornalisti dicono “terribili quei giorni” e vedi l’indicibile che affiora loro negli occhi, lui sostiene il loro sguardo e dice che tutto questo è già successo, è solo che l’uomo è stupido e non vuole imparare dai suoi errori. E racconta dell’eccitazione con cui gente come lui andava in guerra. Perché la guerra è piena di avventura, di adrenalina, di whisky, la guerra è il più grande dei teatri, dove va in scena il meglio ed il peggio dell’uomo, un’esperienza affascinante, in cui ogni giorno devi mettere alla prova le tue capacità, il tuo talento, la tua resistenza. In cui conosci in poco tempo tutto quello che non ti basterebbe un’intera vita a capire. “Ero felice in guerra. Ho avuto la fortuna di andarci con la testa e lo zaino pieni di libri, di sapere che ciò che vedevo era già stato visto e raccontato dai greci, dai latini… Gli incubi sono arrivati dopo, parole come ricordo, rimorsi, fantasmi sono arrivati solo dopo. Quando non ero più lì. È stato il prezzo da pagare. Posso solo dire di essere stato un mercenario onesto, non ho mai pagato per comprare un cadavere da fotografare, per vedere stuprare una donna. A volte l’ho anche detto a qualcuno: non farlo, perché io non ti riprendo.”
E torna a parlare delle immagini che non dicono più nulla, e loro, i giornalisti che in televisione manderanno l’intervista, si muovono a disagio sulla poltrona. Sono bravi, preparati, hanno fogli piene di domande. Ma sembra loro di rimestare nell’aria, di rivangare un dolore impossibile da scalfire.
E allora qualcuno, guardandolo come se parlasse dall’altra riva di un fiume, gli dice che in Italia quello che ha fatto lui è impossibile, qualcuno di loro accarezza l’idea di dedicarsi ad altro, magari anche a scrivere. Ma in Italia gli italiani non li legge nessuno, e Arturo annuisce. In Italia c’è il mito dell’anglosassone. Lo sa bene lui che in Italia non è poi così famoso, il mercato italiano è aleatorio. Un libro si vende solo perché l’ha detto qualcuno, non c’entra nulla la qualità o il genere. I giornalisti chinano il capo e annuiscono a disagio. Vorrebbero carpirgli ancora un segreto, perchè un segreto ci deve essere se lui è sopravvissuto a tanto. E c’è qualcosa che salva? qualcosa che possa aiutare? Oh salvare no, ma aiutare sì. La cultura e l’amore. Oggi l’uomo si crede immortale, e allora la vita è terribile, ma i nostri vecchi sapevano, i greci e i latini sapevano. Suo padre glielo diceva sempre: combatti come un troiano, pensa come un greco, muori come un romano. I romani sapevano e non si facevano illusioni. E fino a poco fa tutti sapevano che la morte è nella vita, e così il dolore, e la sofferenza e l’agonia. E si facevano trovare preparati, perché il dolore arriva sempre a bussare alla porta.
Si vede che ci crede, ma lo dice con un sorriso, le nocche del dolore non sembrano lasciare tracce sul suo viso.
“Non farsi illusioni è la ricetta migliore. A me non sorprende che crollino le torri gemelle, mi sorprende che la gente non impari mai a riconoscere i cavalli di troia.”
E l’amore, di cui si diceva?
L’amore può aiutare a sostenere il dolore…
Ma è tardi, non rimane più tempo, per parlare d’amore.
E noi invece vorremmo sapere. Perché la splendida donna del libro, la donna amata, la fotografa che inquadra solo cose e non più persone, è così vera, più vera delle immagini atroci. E più atroce di tutto, più dolorosa della morte, sarebbe la fine dell’amore. È così? Vorremmo che qualcuno chiedesse, ma non c’è tempo.
Arturo saluta con una stretta vigorosa della mano e si allontana per una telefonata. E il giornalista rimane a rimestare il cucchiaino nella tazzina vuota del caffé. Gli occhi sgranati sul viso buono. Si passa una mano sui capelli come a cancellare il ricordo di Vukovar. “Nell’ospedale li hanno ammazzati tutti dopo” ha ripetuto Arturo più volte. Li hanno ammazzati tutti: persone che loro due hanno visto, conosciuto. Ammazzati tutti nei loro letti di ospedale. Rigira il libro tra le mani e parliamo. Ci sorride e dice: “Dopo la vita non è più come prima” Si alza, cammina su e giù, controlla che non ci siano stati problemi con le riprese. Poi torna a sedersi e parla delle origini spagnole del suo nome, della sua famiglia. Dai tempi di Carlo V, dalla Spagna, sono arrivati ovunque anche in Sicilia. Gli occhi assorti, ripercorre la storia di famiglia, ripercorre i tanti insediamenti nel mondo. E alla fine sorride del suo nome che ha resistito nel tempo. Che è sopravvissuto. Uno stendardo che sventola sull’ospedale vuoto.

Bisogna chiamare il taxi, la prossima intervista sarà in uno studio televisivo. Arturo Pérez-Reverte è teso, tesissimo, non gli piacciono gli studi televisivi, le attese, le domande inutili, ha già cancellato una diretta, ma la responsabile dell’ufficio stampa gentilmente lo prega: è un’intervista registrata, saranno pochi minuti, è una bellissima sede e mentre loro discutono, mentre la responsabile spiega che è una gratificazione per l’autore e l’autore gentile risponde che, all’età di cinquantasei anni, la vera gratificazione è starsene seduto tranquillo a casa, noi chiamiamo il taxi. E il portiere alla Reception, altissimo, e con lo sguardo incantato da elfo, si illumina tutto. Un taxi per don Arturo? lo chiamo subito. Don Arturo lui lo adora. Lui è un grandissimo ammiratore di Don Arturo, ci racconta. I suoi libri li ha letti tutti, in spagnolo, se li fa mandare da Don Arturo in persona, che da anni scende nel suo albergo e lui gli chiama sempre il taxi. Si porta le mani al petto, questo ultimo libro è duro, duro davvero. E alza i sopraccigli. Ma tutti, tutti i suoi libri lui deve posarli ogni tanto perché l’emozione è troppo forte. Ma il taxi ormai aspetta nella strada parallela, perché con la manifestazione e i fischietti e gli uomini verdi, arrivare più vicino non si può. Quando Don Arturo passa davanti alla Reception il suo fan si fa ombra addossata al muro. Pieno di rispetto e di invisibile devozione.
E in taxi sotto il diluvio e poi nello studio televisivo, dove non si riesce a trovare un posto per l’intervista, si parla di tante cose: dei quadri di battaglie che appaiono nel libro e ARTURO PÉREZ-REVERTE ci racconta che è storico dell’arte, della sua passione di percorrere i musei del mondo, dei suoi genitori che sin da bambino lo portavano in Italia, parla di Paolo Uccello e di Goya, a suo giudizio, i più grandi pittori di battaglia. Del caos geometrico con cui rappresentano la guerra. Gli chiediamo come erano un tempo gli inviati, e lui sembra contento di raccontare della tribù, così si chiamavano, “la tribù” quindici, venti persone che si incontravano nelle città in guerra e si chiedevano Beirut? Rwanda? Per ricordarsi dove erano stati insieme. Era gente un po’ speciale, doveva esserlo, altrimenti non sarebbe finita a fare quella vita. Ma ora, dopo la prima guerra del golfo, di gente così non ce ne è più, ora ti chiedono una diretta con il satellite ogni mezz’ora. E in mezz’ora cosa fai, dove vai, cosa vedi? Ti attacchi alla radio locale e ripeti le cose che senti. Gli americani, da quando le fanno loro le guerre, hanno stravolto tutto, manipolato tutto, i paesi in guerra diventano studi televisivi. “Ho visto l’aria che tirava e me ne sono andato”.
Arriva l’intervistatore in giacca e cravatta, il libro in mano che non ha letto, ma qualcun altro qui in studio ha visto il film con Viggo Mortensen, tratto da un suo libro. Bene, bene. Sono desolati, ma non sanno proprio dove intervistarlo, gli studi di registrazione sono pieni e cosa gliene pare là fuori sotto l’albero in fiore? Perchè no? Risponde Arturo Pérez-Reverte divertito. Molto, molto peggio di ogni più fosca previsione, dicono i suoi occhi all’addetta stampa che lo guarda e sorride desolata. E l’intervista parte tra uno scroscio di pioggia e l’altro e si parla dei film tratti dai suoi romanzi, e poi l’uomo alto in giacca e cravatta sotto l’albero in fiore, che non sa bene chi stia intervistando, ma sa di certo che scrive, gli chiede se lui con i libri ci vive, perché qua da noi mica è così facile, e Arturo Pérez-Reverte ci guarda perplesso tra le fronde dell’albero, teme di non aver capito la domanda. Poi capisce al volo e i suoi occhi ridono. “Guadagno abbastanza da essere indipendente” risponde Pérez-Reverte serio e l’intervistatore annuisce soddisfatto.
Torniamo di ottimo umore, Arturo Pérez-Reverte chiede al taxi di portarci quanto più possibile vicino all’albergo, e sotto un cielo colmo di pioggia, studia il modo migliore per ripararsi lui e noi, e noi lo ringraziamo ma non ci facciamo poi troppo caso alla pioggia, e agli elementi del tempo, che lui studia e osserva, così come studia e osserva le strade, scattante, rapidissimo. L’occhio attento a tutto ciò che lo circonda.
Camminando con lui per strada ci accorgiamo della guerra che affiora, quella che inutilmente gli abbiamo cercato negli occhi. Nulla lo coglie alla sprovvista. In strada o nelle interviste, il controllo supremo contro la follia del mondo, è questo che la guerra deve avergli insegnato.
E che la sua dolcezza nascosta, la compassione, venga fuori nel tempo. Quella dolcezza che potrebbe essere il sonno nella neve.
Mentre aspetta che preparino i set per le nuove interviste Arturo Pérez-Reverte racconta della barca a vela, sua unica distrazione dalla scrittura, perché lui scrive sempre ogni giorno, lui non crede nell’ispirazione. L’ispirazione è magnifica quando arriva, ma altrimenti si scrive anche senza, con il rigore e la disciplina. La disciplina e il controllo che gli hanno permesso di vivere ventuno anni in guerra e che lo proteggono in tempi di pace dalle voci che per altri sono più difficili da sostenere.
Arriva la fotografa per immortalarlo e lui si concede senza riserve. Lei monta un graziosissimo ombrellino bianco per schermare la luce e scosta i tendaggi che coprono le grandi finestre del salotto. Leggera e agilissima si muove per la stanza estasiata: “ma lo sa che lei è un uomo bellissimo? quando le sembra che le chiedo troppo mi dica di no” ma lui non dice mai di no, non dà troppo peso alle foto che non dicono nulla. E gli uomini con le mantelle verdi, con i berretti verdi calcati in testa, fradici di pioggia, stanchi di tanto fischiare, di tante ore in piedi, si accostano ai vetri senza più barriere, schiacciano il naso a guardare, sudati, sdentati. Sembrano fuggiaschi appostati, fantasmi attoniti da altri mondi.
Riprendono le interviste e il filo torna a scorrere uguale: si parla dello stile diverso per ogni diversa storia da raccontare, Arturo Pérez-Reverte non crede che ad ogni autore corrisponda uno stile, in questo libro lo stile è un ripiano di marmo gelido dove disporre pochissimi elementi narrativi strettamente necessari. Ma in altri libri la sua lingua può traboccare barocca dalle pagine. Tanto viene detto, ma qualcosa sempre sfugge, l’intervistatore alla fine rimane sulla poltrona, contento, pieno di ammirazione, ma con la sensazione vaga, impalpabile che qualcosa di importante sia sfuggito, rimasto fuori nell’aria. Eppure se l’orrore è stato detto, cosa altro si poteva riferire?

La giornata sta per concludersi e domani Arturo è atteso a Milano, per la presentazione in libreria. Il grosso qui a Roma è finito e lui è contento, si vede. Rimane solo un’intervista alla radio, un bel programma molto seguito, gli spieghiamo e lui sorride.
Arturo Pérez-Reverte è membro della Real Academia spagnola, riconoscimento enorme, ristretto ambitissimo cenacolo che annovera tra i suoi membri anche Javier Marias. Gli chiediamo cosa succede durante i loro incontri. E i suoi occhi si illuminano e per un istante il suo viso risplende della gioia di un bambino, una felicità pura, incosciente che nessuna guerra ha potuto minare. E racconta che ogni giovedì mattina si mette in giacca e cravatta e si riunisce con gli altri accademici in lunghissime, appassionanti conversazioni sulla lingua. Quando appare un neologismo ecco siamo noi che decidiamo se la parola entrerà nella lingua. E ogni giovedì parlate di questo? Ogni giovedì. Si vede che non sta nella pelle e che se dipendesse da lui fisserebbe volentieri anche un altro incontro a settimana. Sono riunioni molto pacate, ci spiega, tra rispettabilissimi, venerabilissimi signori pieni di cultura.
A porte chiuse? chiediamo. E lui ci guarda e annuisce. A porte chiuse, una manciata di ore ogni settimana, chiusi al mondo, alla sua follia e al suo dolore, a cercare nuove parole che, forse e meglio, lo possano raccontare.
Nel chiuso dello studio radiofonico gli chiedono di scegliere un breve estratto da leggere in spagnolo. E lui lo sceglie e lo legge, un breve estratto che ben si presterebbe a parlare della stupidità dell’uomo e del valore ormai nullo dell’ immagine. Ma c’è qualcosa nell’aria, l’uomo della radio che lo intervista ha sul volto un’espressione diversa mentre gli dice che il libro è molto, molto bello. Si vede che il libro lo ha letto tutto fino in fondo, ed è del libro che vuole parlare, e del dolore nascosto nelle sue pieghe più profonde. E Arturo lo sa, si è accorto subito che questa sarà un’intervista diversa, e noi che gli sediamo accanto avvertiamo l’impercettibile tensione per ciò che si prepara e insieme il sollievo di chi ha finalmente davanti l’avversario ineludibile, a lungo atteso, a lungo evitato. Il sollievo del personaggio del suo romanzo di fronte al croato. “Avevo bisogno di una struttura dialettica per esternare i suoi pensieri, avrei potuto anche farlo parlare da solo davanti allo specchio, e il croata forse è solo la proiezione dei fantasmi del pittore.” Ha detto poco fa.
Così ora l’uomo della radio, che non si vergogna del suo lavoro e che forse non vuole fare altra cosa che questa, che arrivare con i libri al cuore delle cose, quando Arturo dice che l’immagine vale ormai ben poco e che lui ha scritto il libro per accostarsi alla verità dietro l’immagine, con voce pacata dice che lui le immagini le ha sentite fortissime. E con la sua voce ferma, con il suo sguardo diretto, malinconico che nessuno degli ascoltatori radiofonici potrà vedere, gli dice “io l’orrore l’ho sentito, il volto di un uomo terrorizzato che sta per essere divorato dai coccodrilli… lei lo ha avvicinato e lo ha fotografato, lei questo lo ha fatto.” E Arturo dice che sì lo ha fatto, è stato un mercenario, ma con onestà non ha mai pagato nessuno per garantirsi una foto.
E l’uomo senza condanna nella voce, quasi con invidia, di certo con malinconia gli dice: “Beato lei che cose così le può raccontare con un sorriso” e Arturo si irrigidisce per un istante “Non è un sorriso di scherno, è il sorriso di chi ha visto e non si fa illusioni”
E poi parlano dei libri e della cultura come analgesico, e della possibilità di raccontare e poi l’uomo che il libro lo ha letto fino in fondo, con gli occhi malinconici che gli tiene addosso, dice “la donna del libro sembra sapere già tutto, la donna con il suo destino che qui non può essere svelato, sembra sapere tutto ciò che l’uomo impiegherà anni a capire.” Non è una domanda la sua, è la voce nello specchio. Forse l’uomo della radio, come noi, deve aver pensato che il libro è un omaggio a lei, un tentativo di redenzione, un’impossibile richiesta di perdono a qualcuno la cui assenza poteva essere più dolorosa della morte. E visto che i libri servono a questo, a dire l’indicibile, e le interviste a sfiorarne il cuore, il grumo del rimpianto, lascia che Arturo per una frazione di secondo resti in silenzio. Sembra possa perdere il controllo dell’intervista. E invece sorride con un sorriso diverso, triste. “Ci sono domande su cui mi tormento da sempre, anni e anni inutilmente. Poi, a volte, è bastato il gesto di una donna, un suo sorriso, in pochi istanti, a darmi la chiave.”
Gli ascoltatori chiamano, dicono il nome di alcuni autori e quale di questi più lo ha influenzato, signor Reverte? Victor Hugo risponde lui di nuovo con i piedi fermi su un terreno stabile.
A tenzone conclusa Arturo Pérez-Reverte riconosce il merito all’avversario. “Magnifica intervista” dice stringendogli la mano. E in corridoio ride tra sé, “ma guarda tu” mormora “ha dovuto dirlo a tutti che ridevo” E i suoi occhi brillano di ammirazione. Per il suo alter ego, con gli occhi malinconici, che è rimasto lì, a scavare nel cuore delle cose, nel chiuso della radio.

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