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“24”: la contemporaneità della crudeltà

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“Il mio nome è Jack Bauer e questo è il giorno più lungo della mia vita”. Sono queste le parole, pronunciate dall’attore Kiefer Sutherland, a introdurre...

“Il mio nome è Jack Bauer e questo è il giorno più lungo della mia vita”. Sono queste le parole, pronunciate dall’attore Kiefer Sutherland, a introdurre la prima puntata di “24”, una delle serie televisive statunitense di maggior successo, che dura dal 2001 e il prossimo anno arriverà alla settima stagione. In questa frase c’è già tutto il tema alla base della storia: ogni stagione racconta una serie di eventi che si svolgono in un giorno (da qui il titolo). Ogni episodio dura 60 minuti (in realtà 45, gonfiati dalla pubblicità) che vengono scanditi da un’orologio digitale, rispettando quindi il tempo della storia e quello del racconto della stessa. Jack Bauer è un agente del CTU di Los Angeles (l’Unità Anti-Terrorismo) che, volente e nolente, deve affrontare e sventare, in queste giornate “particolari”, attentati terroristici, batteriologici, nucleari, rapimenti, assassini di presidenti e molto di più. È l’eroe che deve salvare il mondo o, almeno, gli USA o, proprio al minimo, la Città degli Angeli, abitata più che altro da diavoli pronti a qualsiasi malvagità. O meglio ancora: Bauer è gli USA stessi, Los Angeles stessa, è l’incarnazione della nazione minacciata dai batteri esterni e i virus interni. Benché la formula del tempo reale non sia una novità e non sia originale, la narrazione è spinta all’estremo e la suspance non cede neanche un attimo. Una particolarità tecnica del telefilm è la suddivisione dello schermo in vari riquadri per seguire la contemporaneità di più piani narrativi. Ad esempio: in un riquadro c’è Jack Bauer intento in una sparatoria, in un altro c’è sua figlia che è stata rapita per ricattarlo, in un altro ancora c’è un agente segreto corrotto che si finge suo amico e nell’ultima c’è il candidato alla Casa Bianca nel mirino che lo stesso Bauer deve salvare. Il segreto del successo di pubblico sta proprio in questo ritmo che non dà tregua, che costringe lo spettatore a attendere lo svolgimento della vicenda nella sua completezza. Non è necessario un attentato su un aereo per aumentare le palpitazioni, ma basta l’attesa a un semplice semaforo rosso per compromettere la corsa contro il tempo. Anche se è scritta molto bene, la storia ha molti punti deboli, incongruenze e errori che non fanno che aumentare la frustrazione dello spettatore e la sua aspettativa, la sua insoddisfazione per finali mai consolatori e angoli della vicenda che restano oscuri.
Ma non è solo questo il segreto. “24” deve i suoi ascolti stratosferici e gli apprezzamenti da parte della critica televisiva, all’aver rivitalizzato il genere dell’intrigo inter- e nazionale. Quel genere in cui sono coinvolti servizi segreti, CIA, FBI, Pentagono, servizi paralleli e deviati, poteri forti che esercitano pressioni. Non è un caso che la prima stagione sia stata prodotta nell’anno di un altro giorno “particolare” per la recente storia degli USA, un giorno nero per tutta quella galassia di istituzioni prefisse alla difesa nazionale: l’11 settembre. “24” risente di quella cupezza dell’anno 2001 (fateci caso: tutte le serie statunitensi del 2001 ne risentono, con sfumature di pessimismo diverse, e per questo sono migliori), ma l’affronta, lo problematizza. In “24” c’è l’11 settembre trasfigurato in altri attentati e ripetuto come un mito di Sisifo, con la corruzione degli agenti, l’affossamento, l’insabbiamento, i servizi segreti che competono tra di loro e si intralciano. Ma c’è anche l’assassinio a Kennedy (in uno dei tanti possibili), la vendita di uranio in Korea, la guerra nei Balcani e quella in Iraq. La cosa più apprezzabile di “24” è la mancanza di manicheismo, di divisione netta tra bene e male, di semplificazioni banali. Non c’è un nemico evidente, ma il nemico è interno, è sottopelle. Chiunque può diventarlo in una trama di doppiezze e interessi incrociati, spesso oscuri. Lo stesso Bauer non è uno stinco di santo, tanto che lo spettatore si trova spesso a dubitare della sua integrità e dei suoi reali fini. Anche quando appare un nemico vero, uno veramente cattivo che vuole uccidere a tutti i costi il nostro Jack, suscita più simpatia di quelli subdoli con i suoi modi grossolani da Guerra Fredda. Gli altri cattivi, quelli normali e comuni, assoldati per pochi spiccioli, fanno delle cose mostruose, ma, proprio per questo, più realistiche. Ad esempio nella prima stagione la figlia di Bauer viene sequestrata tramite due ragazzetti che l’ha abbordano con un’amica. Ecco quest’amica sfigata viene violentata, drogata, le viene rotto un braccio e viene investita da una macchina. Quando si trova in ospedale, salva per miracolo, viene soffocata da un agente che si spaccia per suo padre. Questo livello di crudeltà, spietatezza e malvagità della prima stagione, va detto, si attenua con le seguenti e addirittura nel cofanetto con i dvd della prima serie c’è un finale alternativo nel quale la moglie di Bauer sopravvive. Il classico happy-ending all’americana.
Come si intuisce dal cognome, quel bisteccone di Kiefer Sutherland è figlio d’arte, di Donald Sutherland che è un grandissimo attore indiscusso della storia del cinema. Valendo la metà del padre, Kiefer è sicuramente il doppio famoso e forse ricco tre volte. Tutto il suo successo lo deve alla serie, del quale è simbolo e protagonista assoluto, tanto che rischia pericolose assimilazioni tra la fiction e la realtà. È notizia di quest’estate che il nostro Kiefer è stato trovato ubriaco alla guida e questa colpa lo porterà a essere perseguitato dalla giustizia e dai tribunali che in America non ci vanno tanto leggeri. E per uno scherzo del destino le prime scene della settima stagione di “24” (che uscirà nel 2008), vedono il povero Bauer vittima di una persecuzione giudiziaria. A Hollywood finisce che sei quello che fingi di essere. Le scritte del trailer, sapendo i guai di Sutherland, sono abbastanza ironiche.

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