Perché scrivere?

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Prima o poi se lo chiedono tutti quelli che lo fanno da un po’, sia che lo intendano come un hobby, sia che invece aspirino a farlo diventare la principale...

Prima o poi se lo chiedono tutti quelli che lo fanno da un po’, sia che lo intendano come un hobby, sia che invece aspirino a farlo diventare la principale fonte di guadagno della loro vita. E quindi sognano di dover fornire una risposta di fronte ad una schiera di giornalisti. Perché scrivere? Questa domanda naturalmente affiora almeno dopo le prime cento pagine scritte, strappate, cancellate in altrettanti quaderni o agende dalle copertine più invitanti. Ogni aspirante scrittore trova una sua personale giustificazione: perché così si sfoga, può usare la penna come terapia, perché gli dà soddisfazione. Eppure tutto ciò non sembra sufficiente a spiegare lo stato d’animo di chi ha questa sorta di malattia: perché l’atto di scrivere – qualunque cosa, dal sonetto al romanzo – diventa poco alla volta una necessità piuttosto che una libera scelta. Si deve scrivere, non se ne può fare a meno. Si vorrebbe chiedere aiuto a tutti gli scrittori di successo, basterebbe metterli con le spalle al muro e chieder loro: “come fate voi a convivere con questa schiavitù? Cosa vi spinge a farlo?”. Lauti compensi a parte, ovviamente.
Insomma, questa domanda ristagna dentro, pronta a scattar fuori come una molla al momento giusto, e fa quindi un certo effetto quando la si vede spiattellata sul bancone di una libreria. Si è lì che si passeggia tra gli scaffali senza essere alla ricerca di niente in particolare, ma solo per il gusto di prendere nota mentale di quale sarà la prossima personale hit parade del mese, ed eccolo lì quel libricino, a risvegliare vecchi tormenti. “Perché scrivere”, ti dice quel piccolo mucchietto di fogli semi-nascosto tra i grandi volumi con su la targhetta “novità”. È dell’edizione “nottetempo”, di quella serie che comprende piccoli saggi di 20 pagine al massimo e per di più scritte con lettere cubitali per non far stancare la vista neanche alla nonna. Di quelle che non puoi dire di no, che ci provi, ma che, se l’argomento vagamente ti interessa, lo stuzzichino è troppo appetitoso per lasciarlo lì. E poi c’è un altro motivo che lo rende interessante: l’autrice. Non è così tanto tempo che circola il nome di Milena Agus, eppure ha avuto il pregio di farsi abbondantemente apprezzare con i suoi primi due romanzi: “Mentre dorme il pescecane” e “Mal di pietre”, pieni di ironia, intelligenti, sicuramente una piacevole lettura. Un ottimo soggetto da mettere con le spalle al muro per farsi pazientemente rispondere a quella domanda martellante che, evidentemente, anche gli altri si pongono. Viste le dimensioni del piccolo trattato, nel tragitto in metro da Repubblica a Battistini il libro si fa in tempo a leggerlo e a farsi un’opinione sul punto di vista della scrittrice sarda.
Tanto per cominciare, la Agus fa una fondamentale distinzione tra lo “scrittore” e “uno che scrive”. E modestamente lei si inserisce in questa seconda categoria, perché “l’appellativo di scrittore bisogna meritarselo”. E vabbè, ha messo le mani avanti. Ma la parte più interessante è quella in cui in molti che scrivono si possono rispecchiare. “Lo faccio per il gusto di farlo”, confessa Milena. E poi… “ciò che racconto è in parte vero in parte inventato, e le due cose si mescolano talmente che neppure io mi ricordo quel ho inventato e quel che è reale”. Ma è più avanti che spiega finalmente perché non si riesce a fare a meno della scrittura: “Scrivere è la tana che mi porto sempre dietro. Quando mi immagino dentro una situazione o in un posto di disagio, o in preda a una crisi di panico, penso che però potrei sempre tirar fuori il mio quaderno di appunti e rintanarmi nell’altro mondo, e là starei bene”. Ecco perché è una droga. Perché chi scrive ha il privilegio di staccare la spina dal resto del mondo quando lo desidera e dove lo desidera, creandone uno su misura. E non è poco.

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