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Né Angeli, né Demoni

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Entra solo un filo di luce dal portone arrugginito, Nicola è irrequieto mentre gli infilano l’imbracatura e ripete a memoria il suo copione saltando sulla punta dei piedi.

Entra solo un filo di luce dal portone arrugginito, Nicola è irrequieto mentre gli infilano l’imbracatura e ripete a memoria il suo copione saltando sulla punta dei piedi. La sorella lo ha truccato e la madre non ha smesso nemmeno per un attimo di guardarlo. Antonio ci chiede di uscire, devono restare solo loro due per le ultime raccomandazioni. Quando escono dalla porta vanno direttamente verso l’impalcatura ad allacciare la corda. “Stanno aspettando tutti te. Quando dici partiamo. Noi partiamo. Se dici fermatevi. Noi ci fermiamo. Sono tutti lì sotto per te”. Antonio mette l’imbracatura all’angelo da venti anni. L’angelo quest’anno è Nicola, ha 12 anni. Legato ad una fune d’acciaio, tesa tra le mura del castello e il campanile della chiesa, il bambino percorrerà 100 metri a 25 metri d’altezza. Mentre si assicurano che l’aggancio tenga, scendo nella piazza ad aspettare che Nicola sorvoli la folla. Quando arriva è una piccola macchia bianca che, senza un fremito nella voce, sovrasta le persone e il diavolo con le sue parole.

È l’ultima domenica di Agosto e, da almeno duecento anni, a Gesualdo, comune in provincia di Avellino racchiuso tra le colline dell’Irpinia, questo è il giorno del volo dell’angelo.
I festeggiamenti in onore di San Vincenzo Ferreri, patrono del paese, hanno un rituale preciso.
La mattina, dopo la messa in onore del santo, il bambino-angelo percorre il tragitto dal castello di Gesualdo, al campanile della chiesa del S.S. Rosario. Nella piazza, in corrispondenza del centro della fune, è sistemato un palco. Al passaggio dell’angelo in cielo, sul palco sparano i fuochi artificiali e, dal fumo, si leva la figura del diavolo. Tra angelo e diavolo inizia uno scontro verbale e la vittoria finale del bene sul male costringe il diavolo a ritornare negli inferi. L’angelo, dal cielo, trionfa sulla città e sul popolo: è l’arcangelo Michele, il guerriero che, brandendo la sua spada, entra nella chiesa per portare omaggio al santo, in nome di Dio.

La sera, l’angelo precede la processione e gli abitanti del luogo offrono soldi a chi li ha liberati dal maligno. La statua del santo è accompagnata dai membri delle due confraternite locali, quella del S.S Rosario e quella di S. Vincenzo, ed è seguita dalla Madonna del Rosario, portata a spalla da gruppi di donne. Il percorso comprende ogni strada del paese, un cammino che dura tre ore e termina nella piazza principale, dove gli abitanti di Gesualdo e dei paesi vicini sono in attesa del volo di ritorno. L’angelo parte dal campanile e ritorna al castello, simbolo della grazia di Dio, discesa ora sugli uomini. Dopo aver sconfitto il diavolo, allontanando così il male da quel luogo, il bambino recita una benedizione per la città e la popolazione. Dall’alto, lancia coriandoli e fiori sulla piazza mentre, dal campanile, partono in volo le colombe bianche.

Il volo dell’angelo è una rappresentazione che caratterizza molte feste patronali soprattutto in Campania e in Sicilia ed è documentato anche in Basilicata e in Molise. L’azione scenica del rito può presentarsi in due forme: nella prima, da uno a tre bambini, vestiti da angelo, vengono fatti pendere con un cavo sulla statua del Santo, al quale offrono fiori e dedicano poesie; nella seconda, bambini vestiti da san Michele, recitano e mimano, a terra o appesi a un cavo, la lotta con il diavolo, impersonato da un ragazzo o da un adulto. Il contrasto angelo-diavolo è presente principalmente in Campania, dove la rappresentazione mette in scena lo scontro tra bene e male. La teatralizzazione del rapporto e del conflitto bene-male, che si risolve nella sconfitta del diavolo e nel trionfo dell’angelo, ha un valore fortemente simbolico. Nella processione che segue la lotta, i demoni vinti si aggirano ancora per le strade finché l’angelo ritorna alle sue origini celesti. Ridiscenderà l’anno dopo a ricacciare negli inferi il male e a riportare sulla terra il bene, ritornerà a portare equilibrio tra gli uomini, tra coloro che non sono “né angeli e né demoni, ma angeli e demoni allo stesso tempo”.

A Gesualdo, la festa di San Vincenzo è la festa del raccolto, in un luogo prevalentemente agricolo, il rituale è un modo per ringraziare il santo delle abbondanti produzioni. È anche la festa degli emigranti, che hanno lasciato il paese per andare a cercare lavoro in America e, in questo giorno, ritornano a visitare case e parenti. È soprattutto la festa del bambino-angelo che svolge un ruolo fondamentale per la comunità. Nel bambino che vola al di sopra della gente, l’identità locale si riconosce in un’unica persona, un santo guerriero che combatte da solo, a nome di tutti, contro ciò che è minaccioso.
Nicola non sente questa responsabilità, ma è emozionato. Resta appeso due volte, per venti minuti, a 25 metri di altezza, recitando al di sopra di una folla di persone. Sulla testa, ha un cappello con le piume, proprie più di un condottiero, indossa un vestito bianco e ha le ali legate alle spalle. Sotto il vestito ha un’imbracatura, disposta con cura da Antonio, il tutor ufficiale dei bambini-angelo di Gesualdo. Antonio prepara il cavo, sistema l’imbracatura, rassicura il bambino e gli ricorda ciò che deve fare. Agli inizi del 900, il cavo, allora fatto di canapa, si spezzò: l’angelo cadde sugli alberi sottostanti, restando miracolosamente illeso. Oggi non c’è questo pericolo, ma la tensione è comunque alta. Nicola ha per la prima volta il ruolo dell’angelo, nei due anni precedenti è stato il vice-angelo di Davide, conosce perfettamente il copione e ha aspettato il momento della partenza con impazienza.
L’angelo, di solito, viene scelto ogni tre anni. Una commissione seleziona tre bambini dai 7 agli 11 anni, di peso non superiore ai 40 chili, tra i giovani volontari del paese. In seguito alla prova sulla fune, ne vengono eletti due e, in base all’intonazione della voce e alla capacità recitativa, uno sarà l’angelo e l’altro il suo vice per i tre anni seguenti.

Per molto tempo, il rituale è stato portato avanti da famiglie che erano in difficoltà economica e si mantenevano grazie ai soldi delle offerte. Secondo questa tradizione, il bambino scelto non proviene da una famiglia ricca; per lui e per la sua famiglia, San Vincenzo è un giorno di vera festa.
Al ritorno nel castello Nicola è stanco ed orgoglioso. Ha sconfitto un demone, ha camminato per le strade del paese portando il bene, ha benedetto la città augurandogli “gioia del cuore e pace dell’animo”. Quando staccano il gancio si avvia verso la piazza, la sua gioia e la sua pace nella mamma che lo aspetta tra la folla.

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