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Monk’s house – (Virginia e Leonard Woolf) – seconda parte

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“Questo sarà, da ora, per sempre il nostro indirizzo.” Aveva esultato Virginia Woolf al momento dell’acquisto.

Leggi qui la prima parte di Monk’s house

“Questo sarà, da ora, per sempre il nostro indirizzo.” Aveva esultato Virginia Woolf al momento dell’acquisto. Una casa a ridosso della strada, un piccolo cancello di legno con inciso a minuscole lettere Monks’ House. Dall’esterno una villetta, come tante, di un villaggio inglese.
È solo dopo, superato il vialetto d’accesso, che il paradiso si schiude: piante e stagni e orti e sentieri che si avventurano tra i fiori e l’erba altissima, e si riversano nei campi che dilagano all’orizzonte, attraversati in lontananza dal fiume Ouse.
Il giardino è quello di un tempo, ci ha detto Olivia, la nostra accompagnatrice, venendo qui, e ha aggiunto “I suoi occhiali da lettura sono ancora lì poggiati sulla sua scrivania e sembrano guardarti.”
Davanti a noi, su una zona rialzata del giardino, su una piccola sedia davanti ad un piccolo tavolo, siede assorta un’anziana signora: l’abito a fiori, le spalle erette, con premura ci porge i biglietti e un libretto: sulla copertina il volto di Virginia Woolf ritratto dalla sorella, all’interno foto e informazioni sulla casa.
Subito alla nostra destra sul retro della casa corrono addossate al muro grandi serre di vetro ricolme di fiori. Virginia Woolf nei suoi diari annotava, dei luoghi, i nomi degli alberi, riconosceva ogni fiore, ma era Leonard in realtà il vero giardiniere ed era stato lui a predisporre le serre, perché in casa ci fossero fiori freschi ogni giorno.

I custodi del National Trust abitano al primo piano, il più alto, il più luminoso, che nel tempo era diventato il centro della vita dei Woolf. Al pubblico è aperto solo il piano terra dove il soffitto è più basso. Nel soggiorno le travi di legno sembrano gravare sul capo, racchiudere la visuale, financo il pensiero. Ma altri dettagli danno calore alla stanza: le pareti tinteggiate di verde, era Virginia a scegliere il colore delle pareti e a dipingerle, un verde intenso per cui amici e parenti la prendevano in giro, i mobili e gli oggetti di Vanessa Bell, sorella di Virginia, e degli amici artisti dispersi ovunque, la poltrona davanti al camino dove Virginia leggeva, i libri negli scaffali. Ci si muove impacciati, a disagio, come quando si entra inavvertitamente e con rumore nella stanza dove qualcuno lavora assorto; ci accorgiamo di camminare in punta di piedi, di raccogliere i gesti. Olivia conosce la casa e dopo un’occhiata fugace, quasi volesse solo accertarsi che ogni oggetto è ancora lì al suo posto, esce in giardino; ci sono altre tre visitatori nella stanza stretti attorno ad una donna dai capelli cortissimi e lo sguardo penetrante. Nei giorni di visita, il mercoledì ed il sabato, ci ha spiegato Olivia, un gruppo di volontari si riversa in casa, armato di thermos di tè e biscotti, ognuno prende possesso di una stanza e, a seconda dell’estro e del carattere, la presenta agli ospiti.
La volontaria del soggiorno, quasi mostrasse il risultato di un recente restauro a casa sua, sta indicando con il piede il tratto in cui il muro, nel 1926, è stato abbattuto per unire camera da pranzo e salotto. Si inginocchia a rovesciare i tappeti che non sono quelli originali, ma corrispondono esattamente ai tappeti usati dai Woolf. E così i coprilampade disegnati dalla sorella di Virginia. Mostra ogni quadro, ogni cornice. I visitatori commentano ammirati, la volontaria annuisce orgogliosa. Quando escono noi restiamo a goderci il silenzio nella stanza, il giardino che occhieggia dalle grandi finestre, guardiamo i libri ordinati negli scaffali, cercando qualche titolo conosciuto, ricordando le parole di Virginia Woolf nel suo diario che hanno suscitato in noi un pizzico di invidia: “Rodmell a weekend of no talking, sinking at once into deep safe book reading; then sleep, never a person to be seen; never an interruption, the place to ourselves, the long hours…” (Rodmell: un weekend trascorso nel silenzio, immersi in profonda lettura; e dormire, senza nessuno da vedere; senza un’interruzione, il posto solo per noi, le lunghe ore…).
La voce della volontaria interrompe le nostre fantasticherie. Ci guarda curiosa, indagatrice: noi e i volumi negli scaffali. Alla morte di Leonard Woolf i libri di cui la casa traboccava sono stati venduti all’Università del Sussex. Noi annuiamo in fretta desiderosi di sottrarci all’intrusione, ma la volontaria non ci leva gli occhi di dosso. “Questi devono essere i testi di politica che Leonard consultava” quasi fosse un’opinione, un’ipotesi appena formulata. Poi con fare assorto, come per un avvio di conversazione, ci chiede se, per caso, siamo cresciuti in una casa senza libri. Secondo lei, aggiunge dopo un breve silenzio venendoci ancora più vicino, l’interesse per la letteratura spesso viene da un’infanzia deprivata. Da una mancanza profonda. I libri sono solo uno dei modi per colmarla. E sorride sorniona, allusiva.

Volentieri lasciamo la volontaria ai nuovi provvidenziali visitatori, passiamo accanto alle casse con le bocce di legno, uno dei giochi preferiti dei Woolf e dei loro amici; alla ciotola azzurra del cane, e ci affacciamo nella piccola cucina che si allagava spesso, e da cui la padrona di casa si teneva bene a distanza. Un distinto signore, dal fare bonario, sta illustrando la scansione delle giornate di Virginia: la colazione in stanza, il bagno fatto al primo piano da dove la cuoca, dabbasso in cucina, la sentiva parlare da sola. Virginia, scrive Leonard, ripeteva sempre ad alta voce le frasi appuntate durante la notte per verificarne il suono, il ritmo. Al mattino Virginia scriveva nella casetta appartata nel giardino, dopo pranzo si avventurava in lunghe passeggiate nella campagna e al rientro l’aspettava l’ora amatissima del tè, del diario e della corrispondenza. Il garbato signore si sofferma sulla vita sociale dei Woolf, sui tanti amici in visita: T.S Eliot che appare bellissimo nelle vecchie foto affisse in giardino, Maynard Keynes, Lytton Strachey, sulle loro lunghe conversazioni. Monk’s House, conclude, aveva dato a Virginia lo spazio e la pace per pensare e scrivere, diventando una parte essenziale della sua vita.
Scansione perfetta, pensiamo, impeccabile architettura delle giornate, ma altri momenti arrivavano, lunghi buchi nel suo diario a cui seguivano pagine che raccontavano l’abisso di giorni trascorsi a letto nel buio, sentendo le voci. Pagine in cui si tormenta sull’esito di un libro, sulla sua capacità futura di scrivere, dove avvilimento ed esaltazione si alternano convulsi. Il distinto signore non ne parla.
Entriamo nella stanza da letto. L’ultima stanza visitabile, aggiunta mentre Virginia scriveva Una stanza tutta per sé. La volontaria è una signora silenziosa, discretissima, perfetta per una stanza che sembra un’emanazione del giardino, con la porta che si apre sul prato, piena di una luminosità liquida, riposante. Le pareti del verde preferito, gli scaffali con i libri a modo di testiera del letto, il comodino dove erano sempre in attesa per la notte carta e penna, e accanto al letto, il camino e il riquadro di piastrelle disegnate dalla sorella con al centro un ovale che raffigura un veliero e un faro: riferimento a Gita al faro che Virginia aveva da poco pubblicato.

Lasciata la casa ci inoltriamo nel giardino pieno di suoni: grida di bambini, risa, scrosci, rumori della natura di cui è impossibile decifrare la provenienza, portati dal vento, come una nota bassa della vita nel silenzio delle campagne inglesi. Percorriamo vialetti pavimentati tra aiuole di zinnie e nasturzi; attraversiamo il frutteto, a sinistra il prato, il piccolo stagno, qua e là qualche visitatore su una panchina, assorto a contemplare il punto, lungo la siepe, dove un tempo sorgevano i due olmi, Leonard e Virginia, sotto i quali sono state sparse le loro ceneri. Leonard è stato abbattuto da un temporale, Virginia dalla malattia degli olmi…
Ed eccola, infine, una casetta bianca, addossata al muretto di recinzione, seminascosta tra i rami di un enorme ippocastano. Non è possibile entrarvi, ci si ferma davanti alla grande porta finestra a vetri su cui i rami allungano la loro ombra. Oltre i vetri si scorge la piccola stanza accogliente, il pavimento di legno, un grande tavolo e una sedia; sul tavolo i fogli di carta azzurra su cui Virginia amava scrivere e i suoi occhiali, quelli che sembrano guardarti come dice Olivia. Nel riflesso della luce, sembra di vederlo un profilo scuro, una sagoma eretta, il volto pensieroso e assorto, le narici colme del profumo delle mele conservate nella mansarda.
Oltre il muretto di recinzione, a pochi metri, sorge una chiesetta con un campanile e le lapidi del piccolo cimitero tutto attorno. Sull’altro lato, oltre il prato, si vede un grande giardino sul retro di una casa e invitati vestiti a festa, le loro risa arrivano fin qui attutite come onde di felicità che si smorzino ai nostri piedi. Lanciano pietre contro uno strano bersaglio: un grande candelabro con un ovale infisso all’estremità di ogni braccio. Gli ovali sono noci di cocco, ci spiega Olivia, chi le colpisce ne beve l’ambito succo: un’usanza locale quando la gente si sposa.
C’è un’impalpabile quiete, una strana sospensione, come se il cimitero di campagna, gli invitati alle nozze con il tiro a segno, il tavolo all’ombra dell’ippocastano fossero i vertici di un disegno prossimo a mostrarsi.
Olivia distratta, forse un po’ annoiata, ci propone di arrivare al fiume, al punto dove Virginia è entrata nell’acqua e dove Olivia giocava da bambina.
Ripercorriamo a ritroso il giardino, usciamo dal piccolo cancello così sproporzionato rispetto all’immensità che racchiude e prendiamo un sentiero che si allontana dal paese e si addentra nel verde intenso, acceso da un sole nascosto, ora che le nubi all’improvviso hanno coperto il cielo. Davanti a noi le colline e il fiume, invisibile nel verde, attorno mucche al pascolo. A tratti una sbarra nel sentiero che divide i pascoli. Camminiamo e, forse spinta dalla meta della nostra passeggiata, Olivia ci racconta di quando in passato lavorava come volontaria per i Samaritans, un’associazione famosissima in Inghilterra e presente in tutto il mondo, almeno quello anglosassone. L’ha creata un vicario la cui prima messa era stata il funerale di una ragazzina di quattordici anni morta suicida. Così al vicario tanti anni fa era venuto in mente di aprire un servizio attivo ventiquattr’ore al giorno. I volontari, spiega Olivia, ricevono un corso di formazione di sei mesi e il resto lo imparano per strada. Rispondendo alle telefonate di gente di ogni tipo: gli irremovibili nel loro desiderio di morte che vogliono parlare con qualcuno negli ultimi momenti o gli habituèe che raccontano storie raccapriccianti, dicono che hanno preso pillole per morire e non vogliono essere salvati. Ad Olivia era successo proprio al primo turno, un’adolescente che tutti al servizio ormai conoscevano.
In genere i volontari preferiscono non fare domande dirette, parlano d’altro, ad Olivia invece non piaceva menare il can per l’aia e chiedeva subito: ma perché lo vuoi fare?
A dire il vero la cosa che proprio non le andava giù erano gli uomini che chiamavano per ben altre ragioni. Perché il vicario aveva questa politica, lo diceva lui stesso: le donne che prendono le chiamate devono portare avanti la conversazione anche quando è chiaro che la loro voce serve solo per accompagnare altre attività.
Ma adesso, con i nuovi servizi per soli uomini, non ne arriveranno più di chiamate di quel tipo. Dice pensierosa.
A volte, lo capivi, riprende dopo una pausa, che chiamavano solo per parlare, perché parlando evitassero di fare altre cose, non necessariamente un suicidio, ma di certo qualcosa di brutto, qualcosa che avrebbe fatto del male a qualcuno. A quello Olivia credeva, non importava cosa fosse, ed allora Olivia parlava, parlava finché sentiva la tempesta che si allentava nella voce, una quiete esausta.
Camminiamo a lungo, un sentiero che sembra non finire mai. Impossibile non chiedersi a cosa pensasse Virginia Woolf mentre lo percorreva dopo essere uscita dal cancello ed aver lasciato al marito il suo struggente messaggio. Non ha trovato nulla lungo la strada: nessun gioco di luce tra l’erba, nessuna crepa nel terreno, nessun bagliore negli occhi di un uomo al lavoro che le abbia suggerito un’immagine da annotare, una parola da trascrivere e da legare ad altre: il mondo è rimasto chiuso nel suo buio. Nessuna epifania a rischiararlo.
Olivia mormora: eccolo il fiume… E senza alcun rumore a segnalarne la presenza, vediamo la massa d’acqua grigia sotto di noi, terra brulla e qualche filo d’erba sugli argini stretti. Ci appoggiamo alla sbarra di legno, in silenzio. Non la sentiamo noi l’oppressione di cui Olivia parlava. C’è quiete anche qui, come se il fiume, con l’acqua che scorre inesorabile e placida, fosse un altro vertice della figura del giardino.
“Che gran mistero” mormora Olivia. E potrebbe riferirsi al fiume, ai Samaritans, alla vita. Al disegno segreto che aspetta di svelarsi, che gli occhi di Virginia, nel capanno, continuano a cercare.

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