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Ilaria del Carretto

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Sdraiata, gli occhi chiusi, il petto che non si solleva per assecondare il respiro, Ilaria del Carretto attende il brivido che la restituisca alla vita. Ha avuto uno strano rapporto, lei, con la vita, è morta, infatti, dopo aver dato alla luce sua figlia:

Sdraiata, gli occhi chiusi, il petto che non si solleva per assecondare il respiro, Ilaria del Carretto attende il brivido che la restituisca alla vita. Ha avuto uno strano rapporto, lei, con la vita, è morta, infatti, dopo aver dato alla luce sua figlia: il primo fiato della bimba ha dato l’avvio all’ultimo suo, e la vita e la morte, per un attimo, si sono guardate, si sono prese per il braccio e hanno fatto una piroetta, come in una danza.
La tomba si trova nella sacrestia del Duomo di San Martino, a Lucca. E’ illuminata da quattro lampade che pendono dal soffitto. Ilaria – seconda moglie di Paolo Guinigi – poggia la testa su un doppio cuscino; un alto soggolo le sfiora il mento, qualche ricciolo le orna la fronte, una lunga veste le copre i piedi che poggiano sul corpo della cagnolina Diana. Lei sì ch’è sveglia. I suoi occhi non abbandonano per un istante il volto della padrona, aspettano il guizzo, l’attimo in cui il marmo andrà in frantumi e Ilaria verrà fuori, bella come sempre, alta e bionda, ottima cavallerizza, moglie di un uomo dalla dubbia morale che per lei, però, dicono abbia fatto pazzie. E subito le salterà in grembo, Ilaria avrà un legno nelle mani che lancerà il più lontano possibile e Diana correrà fuori, lontano da questa sacrestia, da questa penombra in cui la morte contempla se stessa in un sarcofago di marmo e la vita deve aspettare le campane della Resurrezione per tornare a fremere dentro il corpo rinato.
Ma è davvero Ilaria che viene ricordata qui? O non piuttosto – come si afferma da qualcuno – la prima moglie di Paolo Guinigi, Maria Caterina Antelminelli, una bimba di undici anni morta di peste senza che il matrimonio fosse consumato?
Preferiamo credere che si tratti di Ilaria. Forse perché sappiamo di lei qualcosa di più e possiamo immaginarle un contorno cortigiano, una vita intrecciata con quella di altri: suo marito Paolo, signore di Lucca; suo padre Carlo, signore di Finale Ligure e discendente di Aleramo “fedele suddito del sacro Romano impero”; suo figlio Ladislao, che sarà ucciso a tradimento in un tranello architettato da Francesco Sforza; sua figlia – anch’essa Ilaria – che sarà avvelenata da un marito troppo geloso. O forse perché la favola del suo matrimonio è troppo uguale a quella delle belle fanciulle di cui si comincia a raccontare dicendo “C’era una volta…” e perciò ci piace indugiare sui festeggiamenti durati tre giorni e tre notti, o il viaggio di nozze lungo dieci mesi (in cui gli sposi attraversarono a cavallo le tante terre di cui erano padroni), e poi la festa memorabile per il loro ritorno, quindi la nascita del primo figlio, la gravidanza della seconda…
E fin qui tutto bene, la vita sembra andare avanti senza intoppi; gli intrighi di potere, che ci sono, non offuscano per adesso l’apparente serenità dei signori di Lucca.
Poi, però, sopravviene il parto, e col parto – in una tragedia che non fa distinzione tra principesse, marchese, contadine o sguattere – la morte.
Ilaria viene seppellita nella cappella di Santa Lucia presso la chiesa di San Francesco, ma Paolo, che vuole perpetuarne il ricordo, si rivolge a Iacopo della Quercia per commissionare il monumento funebre da collocare in cattedrale. Questo che adesso stiamo ammirando, e nel quale continuiamo a immaginare conservate le spoglie della bella signora bionda. Che dorme un sonno apparentemente senza risveglio.
Ma è davvero così? E’ questo che accade con la morte? Si viene composti in una cassa, la carne degenera, le ossa si sbriciolano e il tutto, limato dal tempo, diventa cenere? E resta nulla, appena un ricordo. Poi, più, neppure quello.
O non, piuttosto, accade che ci si sveglia da un’altra parte e si diventa protagonisti d’un viaggio che percorre – scena per scena – i giorni della vita mortale: fotogrammi che avanzano, tornano indietro, pongono sotto il nostro sguardo (mosso da una consapevolezza più profonda) ciò che abbiamo fatto, il modo in cui l’abbiamo fatto, le azioni che abbiamo omesso, gli errori in cui siamo caduti?
“Resurrecturis”, c’è scritto sull’architrave della porta che immette nel cimitero degli acattolici, a Roma. E “resurrecturis” è la parola che d’improvviso colma la nostra mente mentre fissiamo lo sguardo sulla donna di marmo che dorme il suo sonno. Perché?
Perché Iacopo della Quercia, quando ha scolpito questo monumento, è riuscito a infondere alla figura un senso di attesa. Sì, forse è solo la cagnolina che aspetta, ma noi, inevitabilmente, cominciamo ad aspettare insieme a lei. Stiamo qui, circondati da un gruppo silenzioso di turisti (un uomo legge una guida, un altro si sofferma sui fregi del basamento, una donna, sedendosi sulla panca addossata alla parete, si sfila le scarpe e sospira di sollievo), siamo qui e ci sembra che Ilaria stia per sbattere le palpebre, schiudere le labbra e sbadigliare. Ecco, siamo sospesi su questa frazione di “prima” e abbiamo quasi la certezza che tra un istante Ilaria solleverà le palpebre, tirerà un gran respiro, sbadiglierà, si metterà a sedere. Perché è così che accadrà: quel lungo viaggio dentro i corridoi della morte, coi fotogrammi della vita vissuta proiettati continuamente sulle pareti, adesso sarà solo un ricordo. Diana abbaierà, questo turista che legge la guida perderà il suo libro, l’uomo che guarda i fregi caccerà un urlo, la signora perderà le scarpe, accorrerà il custode, e tutti fuggiranno gridando che sta accadendo qualcosa di terribile: ecco, è arrivata la fine del mondo, il giorno del giudizio. E di là, nel Duomo, i morti seppelliti nelle cappelle scoperchieranno i sarcofagi, dondoleranno un po’ le gambe per togliersi quel fastidioso formicolio del sangue che torna a circolare, guarderanno il modo ridicolo in cui sono vestiti questi che fuggono, e se ne staranno lì, un po’ imbambolati; come Ilaria, del resto, che riconosce solo la sua cagnetta e da lei si lascia rassicurare; e lo saprà soltanto dopo che quella è rimasta lì, con gli occhi aperti a vigilare per secoli e secoli mentre il mondo, là fuori, cambiava, e c’erano le guerre e poi la scoperta dell’America e poi Napoleone, poi la rivoluzione industriale coi fumi e lo smog che stanno provocando l’attuale catastrofe ambientale, e poi Hitler e le Torri Gemelle, e lo Shuttle che va e viene dalla luna.
Si stropiccerà gli occhi, e noi saremo qui, ancora sbalorditi dal ricordo dell’istante in cui la vita è tornata a fluire dentro di lei, il respiro a gonfiarle il petto, a renderle oltremodo fastidioso questo soggolo che le stringe il collo per renderla – secondo le intenzioni dello scultore che volle immortalarla – ancora più bella. Sì, talmente sbalorditi che non staremo a domandarci il perché di questi morti tornati in vita, che morti certo non sono, e già camminano verso i vivi, e coi vivi vorrebbero confondersi, ma quelli scappano, inorriditi dalla loro figura strana, dai loro abiti di foggia antiquata, dalla lingua così inusuale con la quale tentano inutilmente di fermarli per imbastire un qualche discorso.

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