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In una lingua che non so più dire

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Un nuovo libro… già?”. E’ questa la domanda perplessa che Roberta – amica che non vedevo e sentivo da molto tempo – mi ha rivolto non appena ha saputo della pubblicazione del mio secondo romanzo.

Un nuovo libro… già?”.
E’ questa la domanda perplessa che Roberta – amica che non vedevo e sentivo da molto tempo – mi ha rivolto non appena ha saputo della pubblicazione del mio secondo romanzo. In effetti, tra la pubblicazione di Cenere e quella di quest’ultimo sono trascorsi, solamente, diciannove mesi. E in diciannove mesi è difficile imbastire una storia come si deve, Roberta lo sa, avendo praticato anche lei, per qualche tempo, la scrittura. Così ho cominciato a spiegarle che questo romanzo, sì, è appena uscito, ma la sua gestazione è cominciata circa nove anni fa.
“Racconta, racconta” ha detto lei “e intanto facciamo colazione”.
Ci siamo sedute al tavolino d’un bar, abbiamo ordinato cornetto e cappuccino e:
“Allora?”.
Allora… da dove cominciare? Raccontarle tutto? Dirle qual è stato il momento preciso in cui la storia ha preso forma dentro di me? Quale lo spunto? Quale la suggestione? Oppure mantenersi sul vago?
“E’ un romanzo storico?” ha chiesto impaziente.
“No, per nulla”.
“Niente a che fare con Cenere, dunque?”.
“No, niente a che fare”.
“Peccato!”.
Ahi, ahi, abbiamo cominciato malissimo!
“Perché?” le ho chiesto.
“Perché a me piacciono i romanzi storici, le storie in costume”.
“Cenere non è un romanzo storico. Il Seicento è solo un pretesto narrativo”.
“Sì, va be’, però si parla di un periodo lontano: bei vestiti, bei palazzi…”.
“No, questo nuovo è radicato nella contemporaneità. La vicenda si svolge nel duemila, con flash back che coprono l’arco d’un cinquantennio”.
“Ma di che parla?”.
“Della nostalgia. E anche dell’Italia degli anni difficili: il terrorismo, la mafia…”.
“E’ una storia d’amore?”.
“Anche”.
“Ambientata?”.
“Tra Milano e la Sicilia”.
“Protagonisti?”.
“Un giudice sessantenne… E Teresa”.
“Chi è Teresa?”.
Sono rimasta in silenzio per un attimo. Teresa è il perno intorno al quale ruota l’intera storia. E’ il rimpianto, la nostalgia, la Sicilia…
“Allora?”.
“E’ una ragazza, una compagna di classe del giudice”.
“Bella?”.
“Sì”.
“Innamorata di lui”.
“Sì…”.
“Ah! E che succede tra lei e lui?”.
Ho riso: “Se te lo dico ti racconto il libro”.
“Dai, che sono curiosa! Si amano? Si sposano? Lei lo segue a Milano?”.
“No”.
“Allora lui la tradisce, va con un’altra, però poi se ne pente, torna a corteggiarla e siccome lei è innamorata allora cede e si sposano…”.
“Ma a quale telenovela ti riferisci?”.
Adesso è scoppiata lei a ridere: “Sai, le trame sono tutte uguali”.
“Vero” ho ammesso “quello che cambia – da un libro a un altro – è il modo in cui la trama viene raccontata”.
“Insomma la scrittura”.
“Appunto”.
“E com’è scritto questo romanzo, stesso linguaggio di Cenere?”.
“Assolutamente no”.
“Perché?”.
“In Cenere avevo messo in piedi un mondo barocco e volevo che anche la lingua fosse ricchissima, variegata, articolata, grassa… In questo romanzo no, racconto l’attualità, mi servo di una scrittura più semplice”.
“Ma come ti è venuta l’idea?”.
“Avevo scritto un racconto, che poi è diventato il cuore del romanzo: un uomo torna, dopo più di quarant’anni, ai suoi luoghi d’origine e cerca spasmodicamente la donna della quale era innamorato”.
“Subito la nostalgia, quindi?”.
“Il ritorno, piuttosto. Perché i ritorni hanno sempre un’anima avvelenata: ciò che si ritrova è completamente diverso da ciò che si è lasciato, anche perché è diverso colui che torna, è passata tanta vita dal giorno della partenza, e la vita cambia, trasforma…”.
“Uhmm” ha fatto lei “questa è didascalia bell’e buona. Per quel poco che ti conosco, so che all’origine del libro c’è stata sicuramente un’emozione fortissima”.
Fregata! Ho sospirato: sarà difficile non rivelare la suggestione autentica che ha mosso la penna.
“Ho indovinato?”.
“Già. Però se te lo dico ti rivelo uno snodo fondamentale del racconto”.
“Una parolina…”.
L’ho guardata di traverso. Quante volte dovrò rispondere a questa domanda?
“Non posso”.
“Dai”.
“Davvero. E’ come se in un giallo ti dicessi chi è l’assassino”.
Ha stretto le labbra: “E va bene. Però lascia che sia io a indovinare”.
“Benissimo”.
“Ti mancava tanto la Sicilia e hai deciso di raccontartela”.
“Fuochino”.
“Hai messo in piedi una tua vecchia storia d’amore”.
“Acquissima! L’amore è un’ottima benzina per far camminare una storia: non potevo rimettere in moto una vita quasi del tutto cancellata (quella dell’adolescenza di Andrea) senza tirare in ballo un suo innamoramento. Questa, se vuoi, è furbizia letteraria”.
“Insomma, non ci ho capito niente: ‘sti due, Andrea e Teresa, ci vanno o no a letto?”.
Mi sono cascate le braccia:
“Comunque non sarò io a dirtelo”.
“Va be’, mi devo leggere il libro…” ha finito di bere il cappuccino. Quindi:
“A proposito, senti, scusa sai, non è per importunarti, ma… non è che ti andrebbe di dare un’occhiata a un mio racconto? E’ una cosa che ho scritto qualche tempo fa. S’intitola: “Il giorno della tempesta”, bello vero? Naturalmente è una storia d’amore. Ma lì, Samantha e Robin, i protagonisti, altroché se non se la spassano a letto!”.

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