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Tempo di vendemmia

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È da poco giorno sul viottolo in ripida salita per cui quel matto del professore ci sta conducendo a grandi passi...

È da poco giorno sul viottolo in ripida salita per cui quel matto del professore ci sta conducendo a grandi passi… Pare che non ci sia altra strada per arrivare al posto della vendemmia; prima salire e poi scendere dall’altra parte. Ovviamente a piedi. Ma le arrampicate non ci fanno paura.
Siamo i più mattinieri di un folto gruppo del Club Alpino in visita a una delle isole minori del Tirreno e il ‘professore’ è il nostro contatto locale.
– Pensate che i contadini di qui l’hanno sempre fatta a piedi, conducendo l’asino per la cavezza – sta dicendo il professore – ma ormai sono rimasti veramente in pochi a mantenere queste tradizioni; tre o quattro vecchi… Che il Signore li conservi per mille anni… –
La novità di quest’anno sono stati gli incendi: stiamo salendo infatti per un sentiero calcinato, fiancheggiato da entrambe le parti da terra nerastra e rami scheletriti di arbusti. Il professore è abbacchiato; ci mostra i resti bruciati delle vigne: – Gli arbusti riprenderanno da sotto e in un paio d’anni sarà di nuovo tutto verde, ma pensate al lavoro che è andato perduto, a tutti gli animali del sottobosco; e meno male che almeno qui non ci sono state vittime umane… –

Parte della zona interessata dagli incendi di fine agosto; eliminata la vegetazione, sono ben evidenti i tipici terrazzamenti isolani per la coltivazione della vite

Finita l’erta, che abbiamo risalito con il sole nascente alle spalle, e passato il crinale, possiamo dare un colpo d’occhio su entrambi i versanti; quindi cominciamo la discesa. Qui non c’è traccia di incendi, ma la vegetazione è riarsa da un’estate completamente senz’acqua.
– Tutta la zona è ancora in ombra – spiega ancora il professore – e lo resterà fino a che il sole non supera quella cresta, diciamo fino a verso le dieci; ma poi picchia duro fino al tramonto. Perciò il vino è buono; questa è la parte dell’isola tradizionalmente dedicata alla coltivazione della vite. Guardate i terrazzamenti: è il tipico metodo isolano per recuperare all’agricoltura le aree scoscese. Sulle terrazze vengono messe a dimora le viti, addossate ai muri a secco; davanti vengono piantati i carciofi, le lenticchie, le cicerchie… –
Guardiamo… Assentiamo… Qualcuno di noi ha ancora la bocca di caffè e non è troppo incline alle minuziose spiegazioni del professore.
– Vedete – sta dicendo il professore, che si è ripreso dalla momentanea depressione per le zone incendiate – a settembre le essenze profumate sono al massimo della concentrazione, dopo tutto il sole dell’estate. Notate com’è riccamente rappresentata qui la flora mediterranea: lentisco, mirto, i vari tipi di cisto, l’inula… Basta sfiorare una qualunque delle piante, e immediatamente capite che cosa avete toccato…
Purtroppo sono quasi tutte piante resinose e in questa stagione secca basta un niente, per appiccare il fuoco. –

Per altre immagini della flora mediterranea: Cfr. Piante mediterranee. L’isola misteriosa del 27.05.2007.

Sullo sfondo del mare i rami nudi dell’Euforbia (Euphorbia dendroides – Fam Euphorbiaceae) nel suo aspetto di fine estate. Come tutte le piante della stessa famiglia i rami e le foglie, se spezzati, secernono un lattice irritante.

Per l’aspetto della stessa pianta in primavera Cfr. Piante mediterranee. L’isola misteriosa del 27.05.2007.

L’incontro con un asino inselvatichito che sbuca dalla macchia mediterranea. Alle sue spalle sono riconoscibili dei cespi di elicriso (Helichrysum italicum – Fam. Asteraceae) in versione tardo-estiva, dalle foglie verde-glauco e i fiori non più gialli ma marrone spento. Il profumo della pianta, se stropicciata, é pungente e aromatico, molto caratteristico.

Finocchio marino (Crithmum maritimum – Fam. Apiaceae), un’ombrellifera dalle foglie succulente, con un sapore che ricorda il finocchio, ma a differenza di questo è salmastro; le foglioline e i semi non maturi si possono conservare sottaceto

Adesso stiamo scendendo dall’altro versante. Le cantine consistono in due grotte scavate nella roccia, a mezza costa, biancheggiate a calce. Nulla di superfluo. Un panorama di terrazze coltivate a vite ritagliate a forza di braccia tra la prevalente macchia mediterranea; giù in basso una punta rocciosa che si protende sul mare.

Terrazzamenti coltivati a vite tra la macchia mediterranea. Nel passato – alcuni Vecchi ancora ricordano quel tempo – tutta questa zona era terrazzata e densamente coltivata

Vista dalla zona delle vigne fino alla punta sul mare.

– I Vecchi – dice il professore – arrivano qui che è ancora notte. Vivono nel centro abitato naturalmente; qui hanno solo le cantine e la vigna. Ogni mattina si fanno tutta la salita, e poi la discesa. Qualcuno viene su con l’asino e il cane. Eh.! ..questa è una terra dura; se è ancora coltivata è merito loro…
Ci presenta ai Vecchi (…lui ha parecchie conoscenze da queste parti!): età media sui settantacinque; qualcuno anche oltre. Ma che strana gente, questi Vecchi…

Noi del gruppo siamo un po’ spaesati; a poca distanza dal nostro mondo di città è già tutto diverso: l’ambiente, i profumi, i volti… E il modo di parlare: un dialetto musicale che somiglia al napoletano, ma non lo è. Questa stessa vendemmia cui partecipiamo, che ‘il professore’ ci ha ammantato di aspetti antropologici. Lui invece sembra essere del tutto a suo agio; partecipa alle chiacchiere, alle battute salaci dei Vecchi sui ritardatari che continuano ad arrivare per la vendemmia. Ci spiega gli scherzi, i doppi sensi… E’ allegro e entusiasta.
– Straordinario..! – dice – …Tutti gli aspetti di una sub-cultura contadina sul punto di essere perduta. –
Per noi anche altre spiegazioni: da uno dei Vecchi. Secche, gridate con malagrazia, più che altro:
– Uee.. ..E ch’amma fa cu’ tutte ’sti chiacchiere ..Facimm’ambress’ –
– Lavate’v’i’mmane.. ..’A’cca… –
– E attenzion’ ..’Nnaita fa cadé’ all’uva pe’ terra… ca chell’é preziosa! ..Av’it capit’o no? –

Poi ci distribuiamo lungo i filari a gradoni degradanti: si chiamano ‘catene’, mentre i muri di pietre a secco, tra una terrazza e l’altra si chiamano ‘parracine’. Sono state tra le prime cose che ci hanno insegnato..
I grappoli sono ricchi, di color giallo opalescente, malgrado la terra arida. Un assaggio ogni tanto, solo l’acino più bello; il resto nel secchio. Si trasferiscono i bigonci lungo le catene, fino alle cantine, man mano che si riempiono. Gli ordini sono gridati; voci e risa si rincorrono da un filare all’altro. Dopo un po’ il sole supera la cresta e inonda il costone.
In fondo c’è sempre il mare; ora che la luce è cambiata è passato dal blu cobalto all’azzurro turchese.

‘Catene’ con le viti addossate ai muri a secco su terrazze a diversi livelli. La terra davanti alle viti, in primavera e inizio estate, è utilizzata per colture ortive (v. testo)

Viti con grappoli di uva bianca e nera. E’ evidente il seccume delle foglie indotto dalla stagione particolarmente siccitosa, oltre che dal vento ricco di salsedine

È proprio vero – l’aveva detto il professore! -, ci si ritrova immersi in un altro tempo, come in un film: facce vecchie e barbe incolte; denti fuori posto, sporgenti, mancanti; facce sudate, magliette luride su cui cola il succo dell’uva durante il trasporto a spalle, attraverso i filari, fino alla cantina. L’odore del mosto che si mescola a quello del sudore. Gli ordini gridati con violenza, senza cortesia.. Parolacce, bestemmioni…
Ci spiegano che negli ultimi anni c’è stato l’inserimento di lavoratori rumeni, assunti stabilmente, per dare una mano ai Vecchi.
La novità è il nome del rumeno di turno (il ricambio è frequente), storpiato in tutti i modi possibili:
– Mi chiamo Costèl, da Costantino – cerca garbatamente di spiegare lui, sotto pressione fin dal mattino, una sigaretta dopo l’altra, sempre più prossimo ad esplodere. Ma lo chiamano in tutti i modi possibili: – Rossèl.. Rocco.. Rocchetto… –
– ROSSELLAA…- gli urla uno dei Vecchi, con la voce rabbiosa che rimbomba tra i filari e la cantina – Addò cazzo stai..? ..Porta i bidoni…Noo.. Nun purta’ cchiù ’nniente, vien’accà… Rossè’… ROSSELLAA… E giù imprecazioni… –

A metà mattina (le 9,30 circa, ma si sta raccogliendo da prima delle 7) arriva l’ordine perentorio:
– ’A marén’… ’a marén’… (‘la merenda’, che sarebbe la colazione!) – seguita dalle solite imprecazioni per i ritardatari: – Avanti.. avanti …è da mo’ che è pronto… –
Un po’ rudi questi Vecchi… Ospitali ma rudi!
Tutti seduti a tavola; il vino comincia a scorrere a fiumi – molto più di quello che si produce, si direbbe –, il cibo viene cacciato in bocca a forza, quello che non c’entra sporge dalle labbra o cade sul tavolo. Le gote si abbuffano, sui volti sudati gli occhi diventano lucidi.
Quando ‘la colazione’ finisce, il vino comincia a fare effetto e il sole a scaldare. Il cammino si fa barcollante…

Vista dal basso della zona della vendemmia. La pianta erbacea in primo piano è lnula viscosa (nome locale: ‘a prùdeca): una Asteracea molto comune nei terreni incolti o anche sul bordo delle strade, a fiori gialli e foglie aromatiche lievemente appiccicose. È tra le poche piante a fiorire in settembre

La zona a macchia mediterranea al di là dei terreni coltivati a vite. Al centro dell’immagine, un rudimentale spaventapasseri

Ma avanti ancora, di filare in filare, sotto il peso quasi insostenibile dei bidoni traboccanti di uva.
L’atmosfera è sensibilmente più allegra, ora; vengono fuori a raffica battute sguaiate, ironie, doppi sensi grevi..
Il professore, incrociato tra un filare e l’altro, non rinuncia ai suoi commenti; da dopo ‘colazione’, tra un brindisi e l’altro, è particolarmente su di giri:
– Non siete più abituati a questo mondo… Eh? Lo trovate crudo, volgare..
…Invece è il giusto contraltare all’oscenità televisiva, alle ‘veline’, alla pubblicità …Credevate davvero che il mondo fosse fatto solo di giovani e belli!? Ah..! ..Io li amo, questi vecchiacci, per la vitalità non addomesticata, le ruvide verità sulla vita, la loro resistenza spontanea… Tanto più eroica della nostra…! –
– A professò – dice qualcuno – …e falla finita! …Già co’ ’sto caldo… –

La storia che tiene banco, quest’anno, riguarda la dentiera di uno dei vecchi: lo chiamano tutti ‘lo Zio’ (u’ Zi’). Lo guardiamo, noi che non lo conoscevamo prima: una barbaccia bianca, di tre giorni, la bocca sdentata.
– Ohè ‘u Zi’.. ma.. ’a dentiera? – lo provoca il professore.
Lui ridacchia e si passa la mano sulle labbra e sul mento ispido.
Così dalle chiacchiere sparse, tra frequenti interruzioni e sghignazzi, riusciamo a ricostruire l’intera vicenda.
Il nuovo proprietario delle vigne, che fa il dentista, gli aveva preparato una bella dentiera, al vecchio, ma lui non aveva voluto lasciare l’isola per fare il calco, le prove e altre scemenze; così, fatto con una certa approssimazione, l’apparecchio gli stava un po’ lento. Con la dentiera in bocca, quando parlava, muoveva un po’ il viso, come se cercasse di riacchiappare i denti che volevano andarsene per conto loro.

Raccontano che se n’era accorto Rossella (Costèl), il ragazzo rumeno:
La sua voce aveva rimbalzato tra le catene alla volta di un altro degli anziani:
– Salvatoree …cane rubato te dentiera… –
– Ma ch’ cazzo dici …I’ ’a teng’ ’mmocca… –
– Allora è dello Zio… –
– Zzio.. – grida ancora il ragazzo – Dentiera… Dentiera… –
Lo Zio, che si è appisolato sotto un albero, si riscuote all’improvviso. Si tocca la bocca e la trova vuota:
– P’a’ matò! Brutta bestiaccia… Port’accà ‘a dentiera… –
Il cane si avvicina di malavoglia e molla per terra quello strano osso senza sapore, che non ha più neanche un po’ di carne attaccata.
Lo Zio si china a prenderla, la strofina alla meglio contro i pantalonacci da lavoro e se la rimette in bocca; ma adesso gli traballa ancora più di prima ed è tutta sbilenca. Così il dentista l’ha presa indietro per ripararla. Ecco perché l’abbiamo trovato senza denti…

Vista del sito della vendemmia dal basso; i terrazzamenti sono il modo più razionale ed economico per recuperare alle coltivazioni una costa così scoscesa

Strano tipo, lo Zio… Non si sa come prenderlo; ringhia contro tutto e tutti, tanto che non ci aspetterebbe che tratti in maniera così premurosa gli asini e i cani. Pare come combattuto tra due opposti demoni; la lotta tra il buon diavolo e quello violento produce a volte manifestazioni grottesche.
C’era stata un’altra vendemmia, qualche anno prima, cui eccezionalmente aveva partecipato anche la figlia dello Zio, una ragazza schiva e timorosa. Per l’occasione aveva regalato a quel padre burbero una maglietta con una scritta sopra; di quelle che fanno su ordinazione, con la frase scelta da lei stessa.
– PAPÀ… TI VOGLIO BENE!! – aveva fatto stampare sulla maglietta.
Il Vecchio l’aveva indossata con riluttanza e solo per le insistenze degli altri, ma poi aveva grugnito con evidente compiacimento. Applausi di tutti i presenti… Ma il momento idilliaco era durato poco.
Raccontano che era una scena da vedere: solo mezz’ora più tardi, per chissà quale minima mancanza di lei, il padre già la inseguiva attraverso le catene, con il falcetto per tagliare i grappoli tra le mani…
– …IO TI AMMAZZO!! – gridava lui, correndole dietro…
– PAPÀ… TI VOGLIO BENE!! – diceva la maglietta sulle spalle del vecchio.

A metà del pomeriggio, anche grazie all’arrivo di un gruppetto di rinforzi, il lavoro è finito. Dopo il lavaggio di secchi, tini e attrezzi vari ci sarà il pranzo finale.
Siamo già seduti alla tavolata apparecchiata sullo spiazzo davanti alle cantine, parzialmente in ombra; ma si aspetta, per portare a tavola, che ci siano tutti.
– Fermi! – grida qualcuno – manca lo Zio… –
Lazzi e ironie su dove potrebbe essere andato, lo Zio…
Torna dopo un quarto d’ora: è andato a prendere l’asino che era rimasto legato e non aveva bevuto dalla mattina.
– …E un po’ d’umanità ..P’a’ mato’! – dice quando torna, come per giustificarsi del ritardo.

Durante il pranzo, ricco e ben innaffiato, con un panorama incredibile davanti, il professore va a ruota libera:
– Ah..! Si continua a credere in giro che per la vendemmia servono l’uva, la cantina.. e la pigia-deraspatrice e il torchio ..e poi botti tini damigiane bottiglie… Falso! ..Tutte balle..! Servono le persone, invece… Queste qua! L’entusiasmo… Serve crederci! …E non c’è più nessuno ormai… Quando ci perderemo lo Zio e gli altri, non ci sarà più nessuno! –
Il vino scorre a fiumi.
Quasi gli vengono le lacrime agli occhi, al professore…

Più tardi un altro dei Vecchi si addormenta riverso, con le braccia incrociate sul tavolo. Per la fatica, il vino e uno scherzo della prostata si è pisciato sotto. Uno lo indica al professore con un cenno della testa…
– E allora? – dice lui – che c’è di strano? Va beeene..! Va bene così! …Così è la vita vera …senza diaframmi né mediazioni! …Ah! ..Non ci rendiamo conto di quello che stiamo perdendo… Stiamo perdendo il contatto con la natura… Ecco qual’é il problema… –
– ’A professo’… –

Sulla via del ritorno il professore è loquace e di buon umore; saltella da un sasso all’altro come un ragazzino, malgrado abbia una certa età..
– Allora? – ci chiede tutto eccitato – Allora? …Che ne dite, eh? …Che ve ne è sembrato? –
Nessuno di noi ha tanta voglia di rispondergli; siamo stravolti dalla fatica, e il pranzo, a quell’ora, ci ha dato il colpo di grazia. Tutto quel vino, poi…
Incontriamo un gruppetto di turisti, due coppie; sembrano veneti, da come parlano.
Uno degli uomini porta in mano, come un trofeo, una paletta di fichidindia con una diecina di frutti ancora attaccati. L’altro tiene le mani sollevate a mezz’aria, con le dita aperte, come un chirurgo che si è appena lavato.
Il professore li guarda incredulo:
– Ehi..! Ma non avrete toccato i fichidindia senza protezione?! –
Sembra proprio di sì, invece; l’uomo si guarda preoccupato le mani..
– Ma.. ma.. Avrete le dita piene di spine!? – dice il professore.
L’altro scuote la testa: – Le dita? …Le dita è niente… Sapesse la bocca! –

Guardiamo tutti il professore: – Io non ho detto niente, eh..! – dice lui.

I fichi d’India (Opuntia ficus-indica – Fam. Cactaceae) crescono spontaneamente nelle parti scoscese e assolate delle isole mediterranee. Con il loro succo privato dei semi, insieme al mosto d’uva cotto e alla semola, si fanno delle conserve tipiche dette ‘mostarde’

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