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Il suono del silenzio

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Sfogliando rapidamente le pagine del settimanale “La Repubblica delle Donne” un titolone induce un qualunque cittadino del mondo moderno a soffermarsi un attimo e sospirare lungamente...

Sfogliando rapidamente le pagine del settimanale “La Repubblica delle Donne” un titolone induce un qualunque cittadino del mondo moderno a soffermarsi un attimo e sospirare lungamente: “Elogio del silenzio”, è la scritta che campeggia sopra l’articolo in questione. E si trova incastonato esattamente tra un reportage sulle solite vite distrutte di una certa New York e una pubblicità di non si capisce bene cosa che sceglie come testimonial una ragazza di cui non si è in grado di indovinare quale sia la coscia e quale il braccio, considerato che il diametro dell’uno è identico a quello dell’altro. Insomma, due pagine decisamente rumorose per tutto quello che ci sarebbe da dire su. Ed eccolo lì, quel miraggio cittadino, l’elogio del silenzio. E chi si prende l’onere di spiegare perché questo stato della natura che spesso viene ignorato sia in realtà così importante? Vabbè, è banale anche scriverlo: ovviamente un monaco buddista, tale Giuseppe Jisò Forzani, che ha pure scritto un libro tra una meditazione e l’altra, “Fiori del vuoto”. Tanto per cominciare il monaco spiega che da un po’ di secoli a questa parte si ha una concezione errata del silenzio, che viene considerato dai comuni mortali il contrario del suono. Spiega che suono e silenzio sono interdipendenti, “nel senso che definiamo e nominiamo l’uno in base all’idea che abbiamo dell’altro, ma fra i due non c’è alcuna relazione costitutiva”. E va bene, ma poi ci aiuta anche a capire che il silenzio è interiore o esteriore, e la brutta notizia è che spiega dettagliatamente cosa intende dire nelle quattro colonne successive. Qui qualcuno potrebbe chiedere: ma allora perché andare avanti in una lettura che sembra più che altro una piccola, continuata tortura? Mah, forse perchè in fondo il buddismo ha sempre avuto un certo fascino sugli occidentali. Almeno da quando Madonna è diventata buddista (ma qualcuno si è mai soffermato a riflettere sul lato dannatamente ironico di questa affermazione?). Comunque, il simpatico monaco parla del silenzio della parola e del pensiero, “nelle sue tante forme: smarrimento del filo e perdita di orientamento, oasi di pace nel deserto della dialettica infinita, margine al bordo dell’abisso o vetta al confine del cielo, spazio infinito che il pensiero evoca e in cui s’annega”. Insomma, parla talmente tanto questo monaco che viene quasi il sospetto che sia una di quelle persone che recitano ad alta voce lunghi monologhi perché innamorati del suono della loro stessa voce, altro che elogio del silenzio. Poi poco alla volta ne affiora uno di pensiero, ben nitido. Sarà che si è abituati ad essere cittadini, ma che palle ‘sto silenzio. Ed ecco che un’immagine compare chiara davanti agli occhi: quella di un ometto buffo e grassottello che si agita su un palco, e sotto di lui tanta, tanta gente – 200mila per gli organizzatori, 30mila per la questura, e come ti sbagli – con due dita levate al cielo nel segno di vittoria, ma non stanno urlando “vittoria”. È un “vaffanculo” bello scandito che arriva alle orecchie: sono quelli del “Vaffa day” di Beppe Grillo, che ce l’hanno con i politici corrotti, quelli che non se ne vogliono più andare dal parlamento, e forse anche con l’idraulico che è troppo caro e con il fatto che non ci sono più le mezze stagioni. Va bene qualunque cosa si sia urlato in quella piazza di Bologna, perché a ben pensarci, chi lo vuole il silenzio. È quello che si possono permettere i monaci buddisti, che non a caso hanno deciso di stare un po’ fuori da questo mondo.

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