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Le piante del commiato e della memoria (seconda parte)

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Non c’è mai nessuno al cimitero di Matara (piccola città della costa sud-occidentale dello Sri-Lanka), la mattina; solo un guardiano sparuto...

Leggi qui la prima parte dell’articolo

I riti degli altri. Non c’è mai nessuno al cimitero di Matara (piccola città della costa sud-occidentale dello Sri-Lanka), la mattina; solo un guardiano sparuto, con le gambe secche che spuntano dai pantaloncini kaki. Gli chiedo:
– Faccio un giro… posso? (puluan-deh?) –
Mi risponde con il solito dondolìo della testa e un sorriso.
Le tombe sono tutte lì, ben visibili dal vialone centrale ricoperto di ghiaia. Si incontrano per prime delle sepolture cristiane, con la croce di marmo e una simbologia conosciuta: viticci, colonne spezzate. Alcune sono vecchie di un centinaio di anni, e hanno preso un bel colore verde-brunito, muschioso.
Le tombe buddiste hanno sempre la ruota, incisa sul marmo; oppure è l’intera tomba ad essere costituita da una ruota, che in alcune rappresentazioni sembra un timone. Poi alcune simbologie ricorrenti: pavoni o colombi che si guardano; per le coppie di coniugi, immagino.
Le tombe musulmane sono giù in fondo, più strette e raggruppate insieme; nel complesso meno curate, ma sempre contraddistinte dalla mezzaluna e la stella.

Cimitero di Matara (vedi testo). È visibile sulle tombe il simbolo buddista della ruota della vita. Tra le lapidi, gli alberi nodosi del fiore dei templi (Plumeria alba) e una vacca che bruca l’erba.

Una tomba recente del villaggio, a pochi passi dalla spiaggia. Sono visibili i simboli della vita spezzata e i resti dei nastrini bianchi di carta che hanno pavesato il luogo il giorno della cerimonia. Un cane dorme all’ombra della scritta

Il cimitero principale del villaggio: le lapidi sono sul bordo della strada con il mare alle spalle, tra alberi di Plumeria alba, Pandanus e alte palme

È bello, il cimitero di Matara su Aukana Rd. Conserva in parte il fascino dei cimiteri da strada che si incontrano dovunque qui, sulla costa, appena finita la sabbia. Ma è un vero cimitero, anche piuttosto grande, con una parte più antica, di tombe in pietra, scure e austere, ed una moderna, a maioliche lucide preferibilmente bianche.
Il bianco qui è il colore della morte, come il nero da noi. Quando per strada si trovano drappi e bandierine bianche vuol dire che la casa che le espone – o a cui conducono – ha subìto un lutto.

Piante e fiore di loto (Nelumbo nucifera – Fam. Nelumbonaceae; dello stesso ordine delle ninfee). La pianta del loto nasce da acque fangose ed emerge in superficie con un lungo stelo che termina con un bocciolo e poi un fiore di particolare bellezza. Di notte il fiore si chiude e torna sott’acqua, per riemergere all’alba. Il loto è uno dei più antichi simboli floreali, sacro alle religioni buddista e induista con sfumature diverse. Simboleggia la perfezione e il risveglio alla vita spirituale. La simmetria del fiore rappresenta l’ordine del cosmo e viene utilizzata come modello per la realizzazione di mandala.

Fiori e foglie di Plumeria rosea – Fam. Apocynaceae. Seppure meno profumate rispetto alla varietà alba, bianca con sfumature gialle al centro, anche le varietà rosea e rubra sono diffuse ai tropici

Tanti fiori bianchi a terra, caduti durante la notte dagli alberi di frangipane (Plumeria alba). (Leggete qui l’articolo sul Paese delle illusioni: la strategia della lucertola). Questi alberi nodosi sono caratteristici di tutti i luoghi di culto – qui li chiamano anche temple flower – ma si trovano un po’ dovunque, lungo le strade.
Non si è visto nessuno per tutta la mattinata: qualche cane, un paio di varani e molti king-fisher (martin-pescatore) sui fili della luce, con la testolina rosso-mattone e il corpo elegante di colore verde-azzurro metallizzato; sto imparando a fischiare come loro…
Ho visto molti cestelli votivi fatti con la scorza intrecciata dell’albero del banano; contengono infiorescenze della palma da cocco, riso bollito,
fiori bianchi di gelsomino e qualche fiore di loto strapazzato, insieme a una ciotola per bruciare l’incenso.
Ma cosa chiedere? E a quale Dio? ..in questo pezzo di terra spartito fra tre religioni diverse dove, bene che vada, almeno i 2/3 dei presenti – nel senso di Assenti – si devono essere sbagliati?

Fiori di gelsomino, di allamanda, di plumeria e alcuni fiori di loto, su un piccolo altarino votivo, in Sri-Lanka

Molte cose abbiamo imparato qui, vivendo nello stesso posto nel corso degli anni, prendendo parte alle diverse attività, alle feste, ai ricevimenti di nozze e, quando accadeva – perché momento importante nella vita del villaggio – alle cerimonie funebri.
Con il tempo e una maggiore confidenza derivata dallo spartire momenti lieti e meno lieti, abbiamo conosciuto un po’ meglio le loro tradizioni e idee – si tratta di una popolazione per la stragrande maggioranza di religione buddista – su un argomento così delicato.

Le anime uscite dal corpo – ci hanno spiegato – sono spaventate e indecise, come quando ci si trova in una terra sconosciuta. Esse tendono a tornare nella loro casa, tra le persone e le cose cui sono abituate. Vanno incoraggiate perciò a prendere atto del cambiamento e della loro nuova dimensione, e a lasciare la casa. È per questo che per tre giorni almeno, non si devono chiudere le finestre; se trovasse tutto chiuso, l’anima non potrebbe uscire e trovare la sua strada, nel cerchio delle vite. Esse non sono legate troppo al corpo; sono gli affetti a trattenerle e gli oggetti e il luogo che meglio avevano conosciuto in vita. Anche le anime che si sono separate dal corpo su una strada, o in ospedale, è a casa che tornano. E qui, nella casa, bisogna evitare gesti o rumori che possano trattenerla, ora che un ciclo si è concluso e un altro deve cominciare. Perciò i monaci raccomandano di non piangere o gridare, e di evitare i rumori della vita quotidiana. Così, per quanto grande sia la pena della perdita, non ci saranno mai gesti scomposti e urla di dolore; il dolore sarà contenuto e sottotono: questa è la regola.
Nella casa della persona scomparsa non si deve cucinare, finché il funerale non è avvenuto; parenti, amici e vicini provvederanno per il cibo e le bevande.
È sempre il bianco, il colore del lutto; dalle bandierine sulla strada, ai paramenti, alle vesti dei partecipanti. Anche la strada che dalla casa conduce al cimitero è cosparsa di sabbia bianca, per tutto il percorso.
Intorno alla bara i parenti stretti del defunto sono seduti a terra. Per l’ultimo addio essi si prostrano con il capo a toccare la terra e chiedono perdono per qualunque mancanza possano aver compiuto nei confronti del loro congiunto in vita.
Il saluto viene fatto con le mani chiuse a pugno, a significare che essi non hanno niente da dare al defunto, perché niente di questa vita potrà a lui servire per il viaggio che va ora a intraprendere.
In casa, nel posto dove era appoggiata la bara, viene accesa una lampada che viene mantenuta per tre giorni: è un ricordo, un faro e un esorcismo.
I buddisti seppelliscono o anche inceneriscono i loro morti. In quest’ultimo caso, abbastanza infrequente, vengono preparate delle pire funebri molto elaborate e costose, che solo poche famiglie possono permettersi.
I cimiteri possono essere quello grande, in città, oppure degli spazi dedicati, lungo le spiagge o tra i campi; qualunque posto, in realtà, anche lungo la strada o nel cortile di casa.
I parenti stretti, subito dopo la cerimonia abbandonano il cimitero; essi dovranno entrare in casa dalla porta posteriore; lasciare i vestiti all’ingresso e lavarsi.
Sarà un membro anziano della famiglia a ringraziare coloro che hanno partecipato e ad invitarli a tornare nelle loro case.
Dopo la cerimonia funebre, nella casa si tiene un pranzo cui partecipano anche amici e parenti, a significare che nonostante la mancanza, la famiglia continua ad essere unita e a spartire il cibo, così come ha fatto per il dolore.
In termini più prosaici, nei tre giorni che la salma viene esposta, gira per casa tutta la gente del villaggio; si consuma molto Arrak (il brandy locale) e ai tavolini disposti intorno alla casa, illuminata a giorno dai riflettori dall’organizzazione delle pompe funebri, si beve e si gioca a carte per tutta la notte.
Al settimo giorno dall’inumazione viene tenuto un’altra cerimonia (daané in sinhala; almsgiving in inglese (alms: elemosine) che consiste in doni e cibo per i monaci che a loro volta li distribuiranno ai poveri; le elemosine così elargite saranno messe nel conto dei meriti del defunto.

Pira funebre secondo il costume singalese. Il corpo è nella bara e un baldacchino di fantasia ricopre il tutto; non brucerà che quasi alla fine della cerimonia. Vengono esplosi mortaretti e girandole di fuochi d’artificio. Niente di comparabile con la sacralità delle pire funebri viste in India, a Varanasi (Benares) sul Gange

***

Le perdite impongono pause, momenti di riflessione. Si cerca di capire il senso di quello che succede, si fanno a se stessi e agli altri domande globali, impegnative. Ma forse si è troppo coinvolti. Si conosce, ma non si accetta e non si applica, quel pensiero di Confucio: “Il lutto deve portare all’afflizione, ma non più lontano” (Dialoghi 19, 14)
Forse è la distanza, quella che manca; il tempo che necessariamente dovrà passare, come la sapienza popolare ben conosce, ma che ogni singola persona deve riscoprire da capo.
La ricerca è sempre la stessa. Trovare un senso alla vita; a quella di chi ci ha lasciato e di riflesso alla nostra. Basterebbe una indicazione, un’immagine; come quella evocata da Antonio Tabucchi, in una intervista letta non troppo tempo fa.
…È come uscire a fare una passeggiata nella neve… tornare in casa e vedere nelle orme, dalla finestra, il senso che ha avuto il camminare.

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