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Eva Tabares e Giorgio Galieti: giovani registi crescono

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Eva e Giorgio sono due giovani registi. Eva Tabares è spagnola, ha 32 anni e vive a Dublino, dove lavora con i ragazzi disabili. Giorgio Galieti è italiano, ha 26...

Eva e Giorgio sono due giovani registi. Eva Tabares è spagnola, ha 32 anni e vive a Dublino, dove lavora con i ragazzi disabili. Giorgio Galieti è italiano, ha 26 anni e vive a Roma, dove lavora con un gruppo indipendente di produzione cinematografica. Due autori con differente formazione ed esperienza, per capire in che modo oggi è possibile iniziare a fare cinema.

 

Nome
Giorgio Galieti
Eva Tabares

Hai seguito studi specifici per diventare regista?
Ho studiato al DAMS di Roma Tre, ho fatto il nuovo ordinamento, indirizzo sceneggiatura e poi ho studiato varie discipline, anche da solo.
Sono laureata in giurisprudenza e lavoro come assistente per i disabili. Riguardo il cinema ho imparato da sola tutto quello che so.

Qual è stato il tuo primo lavoro cinematografico?
Il primo cortometraggio è “Ma perché non esci?” del 2003, finanziato dall’Università di Roma Tre. Un corto al quale abbiamo lavorato tantissimo, che non ha una storia vera e propria. In questo cortometraggio abbiamo un linguaggio più poetico che narrativo. Sviluppa il tema della gabbia e lo fa vedere secondo diverse tecniche cinematografiche, dal dialogo, al montaggio, al piano sequenza.
“Ability”, realizzato a Dublino nel 2003. È un corto di 14 minuti filmato in un centro per disabili. È la storia di una ragazza disabile che una notte diventa pazza e crede di lavorare in questo centro, vuole aiutare tutti, ma in realtà ammazza tutti. Era nato come uno psicokiller, ma dopo il montaggio è diventata una commedia di humour nero. Ci siamo divertiti moltissimo.

Dal primo cortometraggio ad oggi quanti lavori hai realizzato?
Diciamo che ho perso il conto. Alcuni sono stati delle tappe e altri sono stati invece dei corti fatti con una certa preparazione. I veri corti con grande preparazione, con finanziamento alle spalle, sono stati due: “Ma perché non esci?” del 2003 e “Round zero” del 2005. Poi ci sono state delle tappe fatte per degli eventi a tema, come ad esempio per il festival Arcipelago di Roma. Abbiamo partecipato nel 2003 con “Incompiuto olio su tela”, un documentario sull’ambiente che mischia fiction e pittura e l’anno dopo abbiamo vinto con “Tre volt”, tre episodi appunto. Il tema era “la prima svolta” e noi abbiamo fatto un gioco di parole con Alessandro Volta e abbiamo sviluppato un percorso di fonti energetiche e mezzi di trasporto, per arrivare ad un futuro utopistico e idilliaco nel quale si utilizzano l’acqua e l’oliva.
Ho realizzato tanta animazione, corti, documentari, video clip di musica. Credo una trentina di lavori.

Qual è il tuo ultimo cortometraggio?
L’ultimo film che ho realizzato è “Round zero” del 2005, perché c’è stata una fase in cui abbiamo fatto degli spot pubblicitari. Ora stiamo sviluppando una commedia che parla degli studenti. Cerchiamo di unire l’aspetto divertente e l’aspetto riflessivo.
L’ultimo che ho fatto è “Tè freddo”: la maledizione che è la continuazione di “Tè caldo”, la storia di quattro amiche un po’ bambine che si fanno dei dispetti e alla fine una di loro si vendica.

Si può dire che i tuoi film appartengono a quale genere?
Dicono che sono bravo a fare le commedie, anche se il genere è legato al contesto. Cerco di unire l’ironia a una sorta di contenuto. Con la nostra casa di produzione, la Doctor Movie Posse, concepiamo l’arte come uno scossone per la gente, cerchiamo di dire qualcosa alla gente, usiamo il cinema come mezzo di comunicazione.
Ho fatto la maggior parte dei corti in bianco e nero e mi ispiro molto al cinema muto, in particolare a Charlie Chaplin.

Qual è la cosa più importante nel lavoro di un regista?
È importante organizzare bene le riprese, cercare un buon gruppo, dividere bene i ruoli. Ognuno deve fare il suo lavoro e il regista deve riuscire a farli interagire. Molti pensano che la regia sia il ruolo più importante, il più bello, mentre nel cinema confluiscono più ruoli, più figure professionali che danno un grandissimo contributo e il regista non è il vero creatore dell’opera, è più quello che riesce a capire i veri valori umani e artistici e li fa interagire tra di loro. In questo penso di cavarmela.
Il divertimento. Il divertimento fa naturalità e qualità, quando le persone con cui lavori si stanno divertendo, nel film si vede. Le cose riescono meglio, c’è un clima molto più rilassato. A questo livello tu devi fare un lavoro divertente per tutti, se le persone ti vedono rilassato si comportano in un altro modo. Io faccio così perché so già cosa voglio ottenere e poi vedo nel montaggio se ho fatto bene il mio lavoro.

Qual è la parte più difficile nella realizzazione di un film?
Mentre la scrittura e il montaggio di un film non hanno tempo, a meno che non ci sia una consegna repentina o una data di scadenza di cui si deve tener conto, la parte più difficile penso siano le riprese perché sono un momento unico. Al montaggio puoi rimettere mano, ma non si può rimettere mano alla ripresa. Se un faretto stava messo male, sta messo male e te lo tieni.
Trovare i soldi, quella è la cosa più difficile di tutte, ma facciamo tutto senza soldi, comunque siamo abituati.

In che modo produci i tuoi lavori?
Il nostro è un gruppo indipendente, la produzione indipendente Doctor Movie Posse, che si è consolidata anno dopo anno. Ultimamente, abbiamo fatto dei lavori pubblicitari, così sono entrati anche un pò di soldi e allora possiamo darci una struttura più ufficiale e presentarci all’esterno. In parte, serve per far vedere agli altri che c’è una produzione alle spalle, ma soprattutto l’idea di gruppo che ho seguito negli anni è stata un’idea vincente.
Noi siamo una produzione indipendente perché abbiamo la fortuna di avere la camera e anche il computer. Non è una produzione ufficiale, nell’animazione siamo Shithead (testa di merda) e prima anche la nostra produzione dei corti era Shithaed, ma l’abbiamo cambiata e ora è SinemaProduction con la s, perché sin in inglese è peccato.

A quale o quali registi ti ispiri?
Il mio maestro è Spike Lee perché fa dei film che mi piacciono e anche se, a volte, esagera con la morale, rappresenta il cercare di comunicare qualcosa, il cercare di far riflettere. Ultimamente stiamo anche rifacendo un pò la commedia all’italiana
A Charlie Chaplin e mi diverte tanto Tim Burton. Siccome pensiamo che abbiamo appena cominciato, partiamo da Charlie Chaplin che è uno dei primi grandi.

Cos’è per te il cinema?
Il cinema in primis nasce come mezzo di intrattenimento, è prima un mezzo di intrattenimento e poi un mezzo di comunicazione, quindi è queste due cose mischiate e l’abilità del regista è nel come mischiare questi due aspetti.
Il cinema è intrattenimento, è un modo per vedere e conoscere altre culture, per raccontare storie, è un tutto mondialmente.

Uno spot di Giorgio e un corto di Eva

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