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Alberto Sughi e gli sguardi esistenziali

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Città di notte, 1959 Non so come scriverne e con che musica. Ora, mentre scrivo, c’è un tango, anche se i quadri di Sughi sanno di jazz e di blues.

Città di notte, 1959

Non so come scriverne e con che musica. Ora, mentre scrivo, c’è un tango, anche se i quadri di Sughi sanno di jazz e di blues. Il tango dà un senso di solitudine piena. Quella che c’è tra due che sembrano ballare insieme, ma ognuno va per la propria strada e per i propri pensieri. Nessuno saprà mai se si rincontreranno dopo il ballo, se si riconosceranno. Non ballano in realtà. Immaginano di farlo. Ognuno mentre è forse con qualcun altro, non c’è mai davvero. C’è un momento in cui si pensa questo, c’è uno sguardo preciso che si perde chissà dove. E che cerca un altro sguardo, che non esiste. Nei quadri di Sughi è così.
Alberto Sughi racconta. Racconta con la memoria. E lo sguardo dei personaggi che appaiono dal buio di contesti indefinibili e, dunque, familiari – contesti di strada o di camere da letto, di locali notturni, appaiono da un buio inconscio – adesso ho capito dove guardano. Guardano dalle tele, dal profondo delle tele, guardano chi li osserva. Non è vero che non hanno sguardi, come ho letto. Ne hanno e come. Talvolta sono al cinema, il cinema che tanto è accostato a Sughi. Il quadro “La maschera al cinema” del 1958 è emblematico. Di esso lo stesso Sughi spiega che “l’uomo entra al cinema, la maschera lo accompagna con la luce in una sala semideserta, tutto sembra normale, ma tutto è ricerca profonda dell’esistenza quotidiana, del vivere quotidiano in città”.

La maschera al cinema, 1958

Forse non hanno occhi i personaggi di Sughi, ma lo sguardo sì. Non te ne puoi liberare, non puoi non incontrarlo perché si fonde con il tuo. E lo smaschera, lo fende, attraversa la tela, entra nello spazio e ti si piazza addosso, dentro. Siamo soli, come te. Non abbiamo niente da dire, se non la nostra storia, che non possiamo raccontare perché sei tu che la devi raccontare per conto nostro. Questo dicono. Sottovoce, sussurrando o con voce ferma e alta. Ma si muovono, sono irrequieti nella loro apparente fissità, sono trattenuti, quasi spaventati dalla presenza degli altri. Ciò che è fisso è l’attimo nel quale sono stati disegnati, dipinti. Disegno e pittura, non c’è differenza, non ci sono linee nette, c’è colore che a sua volta è disegno. Non se ne esce perché non è importante che ci sia predominanza di tratto o di materia di colore. Cos’è più importante, il gesto o la voce? Non dicono entrambi e insieme? Dimmela la mia storia. Eccola la mia storia. Funziona? Non importa, è questa. Raccontala. E non c’è spazio e tempo per interrogarsi se piace o no. La bellezza è affare superato dalla bellezza stessa. È il fascino. È oltre la bellezza. È solitudine, è oltre la solitudine. È disincanto? Forse. Ma che ha lo stesso procedimento dell’incanto, il disincanto leva le apparenze dell’incanto, lasciando qualcosa di vero.

Interno di camera, 1961

Incantata, disincantata e inebetita e con le mani sulla bocca a nascondere la meraviglia, man mano che andavo avanti nell’osservazione scoprivo scene e colori e tratti sempre diversi, ma con lo stesso carattere e personalità. Come conoscere qualcuno, che cambia. Tutti cambiamo. Tutti diciamo le stesse cose, sempre, in modo diverso. È cambiare il modo, non il contenuto. Non ci disfiamo mai delle domande originarie, le camuffiamo alla meno peggio con artifici sempre più raffinati e con intonazioni, ora gravi ora acute, a seconda della quantità di frastuono che abbiamo attorno, le camuffiamo fino a scordarle. Bercianti o sussurranti a seconda di come ci conviene, fino a non sapere chi preferiamo essere, chi siamo. È quando non lo sappiamo più che iniziamo a cercare, che forse iniziamo a leggere e a tentare di incontrare nelle parole degli altri quelle che meglio ci descrivono e ci spiegano. Oppure sperimentiamo anche noi le parole, in modo incerto ci avventuriamo con spalle deboli in sentieri che non ci sveleranno niente, ben che vada complicheranno e invece di chiarire oscureranno sempre più e si accartocceranno e diverranno parole involute, ma volute terribilmente, orrendamente accostate in un tripudio di aggettivi inutili e confusi.
Dove sei? Dove sono? Non ti vedo più. Tre frasi senza aggettivi, non bastano?
Alberto Sughi vede così, senza aggettivi. E fa ricordare e fa vedere. Man mano li elimina gli aggettivi, elimina lo scuro, il grigio, i toni bassi che tanto avvinghiano e attraggono. Si apre in una luce che illumina dove non si vorrebbe luce. Spegni! Non voglio vedere. Il ciclo della Cena. E invece li guardi, guardi uomini e donne illuminati dalla luce del disgusto, che li rende palesi nella loro bruttezza, a niente servono i loro abbigliamenti borghesi e intonati, le carni flaccide e muscolose insieme rendono le scollature delle donne – che sembrano uomini, come loro grette – vergognosamente ostentate, l’abbuffarsi di cibo chiude le loro bocche, che non parlano, forse emettono suoni rivoltanti e non si parlano, si fanno vedere, si riuniscono. È questa la loro vita. Temi di finire così mentre guardi. Un giorno, senza nemmeno accorgertene, starai esattamente in quella posizione, tra gente con la quale non hai nulla da dire. O forse ci sei già.

La cena – Personaggi, 1976

Che fare? Scappi. E ti ritrovi in mezzo a un giardino verde, in una natura inquietante, giochi con un amante, ma i tuoi giochi saranno goffi e grotteschi, a cavalcioni in mezzo a un giardino isolato, a fare giochi da bambini, in una laidezza che ti farà abbaiare come un cane. I cani. Ce ne sono parecchi nei quadri di Sughi. Non ho niente contro i cani, ma non è attuale il fatto che la gente abbia loro come compagni prediletti? Non dà tristezza? A me sì.

Giardino all’italiana, 1971

A un tratto, a sorpresa, i quadri si accendono di colore. E il colore, seppure acceso, non è quello che illumina, si torna a essere inglobati, stavolta non dallo scuro ma dal colore. Rosso, Verde, è astrazione. Non lo è. Dentro, c’è una domanda e una figura solitaria: Dove andare? Lo stesso uomo abbandonerà la casa rossa, che è quella dell’ideologia e della passione, cadute a pezzi di fronte alla realtà.

Andare dove? – Uomo con le valigie, 1992

Smarriti, non rimangono che oggetti ai quali aggrapparsi, a indizi e frammenti. “Ho dipinto in quel periodo con un pensiero, quasi che il pittore potesse farsi, con la sua pittura, detective che indaga per risalire a qualche cosa di cui ci restano solo dei frammenti, le cose spezzate della nostra vita, del nostro mondo, del nostro tempo”.

Il cappello, 1995

E si torna nella notte, con i quadri del ciclo “Notturno”: “Si era fatta notte nel nostro tempo, una notte che lasciava le figure sole e che magari, con il divertimento notturno, con lo sguardo, con il gioco, cercavano di allontanare questo sentimento di fine e di impossibilità di ritrovare tutto quello che avevano perduto (…). Qui la solitudine diventa sempre più forte e la musica di un piano non aggiunge che malinconia e tristezza a quello che noi osserviamo”.

Locale notturno, 2002

E si finisce alla violenza, netta come un tratto di disegno su una tela vuota, rovesciata. Non c’è più colore, c’è accenno e tutta la costruzione dell’azione è lasciata all’interpretazione di chi guarda. Ancora memorie, o presagi. La violenza della guerra, ma anche quella domestica, non narrabile, di fronte a due bambini, alla quale non è possibile nemmeno dare un titolo.

Disegno n.2, 2007

Ma non ci sono, dunque, vie di fuga?
C’è un quadro, “La sete”, che non a caso è stato usato per la copertina di una rivista americana di poesia: “Un uomo, che si abbevera a una fontana, ha voglia di qualcosa d’altro, ha voglia di dissetarsi”, dice il pittore, “una metafora molto forte del bisogno di poesia dell’uomo”.

La sete, 2003

Realismo esistenzialista. È questa la corrente che generalmente viene usata per inscrivervi Sughi. Non mi piace. Mi piace realismo, che è una parola generica. Ogni periodo ha avuto una corrente realista. Nella scrittura è uguale. Ma cos’è il realismo? È realtà. In qualunque modo la si riesce ad afferrare, a rappresentare, perfino in modo astratto. A me i quadri di Rothko, ad esempio, hanno fatto commuovere la prima volta che li ho visti dal vero. Presto si potranno vedere anche a Roma, bisogna prepararsi. I colori, da forti e accostati in modo inedito, piano piano si spegnevano. L’orizzonte era lo stesso, era come guardare il mare (o la morte e la vita, che è la stessa cosa), che via via si ritirava in un grigio e nero sempre più minacciosi, ma senza il senso di minaccia, si spegneva naturalmente, come un dato di fatto. Mi mancava l’aria. Lo stesso effetto me lo ha dato Sughi, solo che inverso. È una questione più confusa, ma reale. Come se non ci fosse coerenza. E, d’altronde, come può esserci coerenza mentre si vive in un mondo dove c’è ricchezza, agio e allo stesso tempo dolore esistenziale? Ritorna. L’aggettivo che avevo eliminato ritorna. Esistenziale.

La mostra di Alberto Sughi è al Vittoriano, via San Pietro in Carcere, salone delle mostre temporanee, fino al 23 settembre. Ottanta dipinti e sessanta disegni dal 1946 ad oggi. Ingresso libero. Catalogo Skira, curato da Arturo Carlo Quintavalle, 35 euro.
Immagini dal sito internet www.albertosughi.com

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