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Quando gli Altri ci guardano

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Non è che uno ci provi per forza gusto a sparare a zero sul paese in cui si vive. E’ che però, se il paese in questione è l’Italia...

Non è che uno ci provi per forza gusto a sparare a zero sul paese in cui si vive. È che però, se il paese in questione è l’Italia, resisti una, due, tre volte, poi scoppi. E lo scatto d’ira per l’ennesima prova che si tratta di un’“Italietta”, al contrario di quanto sosterrebbe qualunque medico, allunga la vita, non l’accorcia. Per il semplice fatto che se non altro un po’ di indignazione ogni tanto per quel che accade intorno sarebbe sufficiente a dimostrare che si è ancora in vita. E invece no, all’italiano può passare davanti di tutto, gli si può dimostrare carte alla mano che quell’aberrazione è avvenuta, e lui niente, non muoverebbe un muscolo. Salvo stimolare la sua naturale indole alla lamentela. O al pettegolezzo.
Ci sono diversi stadi di sopportazione, e l’ultimo in assoluto è quello che annulla anche la reazione dell’orgoglio nazionalista. Per intenderci, quella per cui l’italiano può passare tutto il tempo della fila alla posta – quindi un tempo pari all’infinito – a denigrare la burocrazia nostrana passando per il caro-affitto e per il dato di fatto, signora mia, che non si arriva più a fine mese, ma, non appena intravede con la coda dell’occhio la romena affianco che annuisce con la testa, all’improvviso sembra quasi che tutto quello che gli rende l’esistenza impossibile sia in realtà un preciso progetto scritto nella costituzione, “e comunque se non ti va bene così tornatene al paese tuo”. Ecco, se si supera anche questo livello, se viene voglia di prendere per le spalle la romena e dirle: “non è come te l’hanno raccontato, vai in un paese più civile a trovare fortuna”, allora si può leggere la rubrica “Lettera dall’Italia” del settimanale “Internazionale” senza farsi rodere il fegato. In questo spazio vengono pubblicate – con la scusa di commentare diversi fatti di attualità – le opinioni di giornalisti stranieri che hanno vissuto per anni in Italia sul belpaese. E, guarda un po’, sono sempre fra l’incredulo e lo sdegnato. E c’è anche qualche simpaticone della stampa inglese, corrispondente politico da Roma, che ha sfottuto non poco i discendenti di Dante nei cinque anni del berlusconismo acuto. Istruttiva, decisamente, questa rubrica. Perché permette, una volta tanto, di guardarci con gli occhi degli altri, e vedere cose che non vedremmo con altrettanta lucidità.
Questa settimana Paul Bompard, corrispondente inglese di “The Times Higher Education Supplement”, in Italia da 27 anni, ci va giù pesante. Dice di aver passato gli ultimi mesi a chiedersi cosa differenzi la democrazia italiana da quella di altri paesi europei. Perché, sul fatto che sia diversa, su questo non vi è alcun dubbio. “Come se a una macchina complessa mancasse un ingranaggio necessario per svolgere una delle sue funzioni fondamentali”, scrive. E quale sarà mai questo ingranaggio? Bompard riflette su alcuni recenti avvenimenti per cercare di capire cosa li accomuna e li rende possibili solo nel nostro paese. Cesare Previti, il fu ministro del governo Berlusconi, ammette di aver evaso le tasse. E lo fa anche con un certo orgoglio. Si è forse dimesso per aver compiuto questo reato, per lo più nel momento in cui aveva il compito di rappresentare gli italiani? Macché, si è attaccato alla poltrona più che mai. E questo attaccamento è sembrata un’idea tanto brillante da esser subito imitata da Antonio Fazio che non aveva alcuna intenzione di lasciare il posto da governatore della banca d’Italia nonostante lo scandalo in cui era coinvolto in prima persona. E poi ci sono i casi più sfiziosi come il parlamentare Selva che si fa accompagnare in ambulanza in uno studio televisivo e l’on. Mele che si dà alla pazza gioia tra puttane e droga. Ovviamente, nessuno dei due si è sognato di dare le dimissioni. E allora cos’è che manca a questa Italia, cosa ci rende diversi dagli inglesi, dai danesi, dai francesi? La vergogna. Oppure, sempre secondo il giornalista britannico, “il rispetto di sé e dei propri elettori”, e “il senso della dignità di un incarico pubblico”. Troppo buono l’inglese. Ha avuto la buona creanza di prendersela solo con le cariche istituzionali, facendo notare che in un altro paese sarebbe bastato molto, molto meno perché il parlamento chiedesse la testa del parlamentare festaiolo. Allora, tocca a chi è nato qui affondare di più la spada, e tirare in ballo anche tutti quelli che hanno fatto tanto di spallucce venuti a conoscenza di questi fatti, anziché fare un salto sulla sedia. Sorry, Mr. Bompard, ma quello che dovrebbe far vergognare di più è proprio l’assenza del senso di vergogna di un’intera nazione, e non solo di una piccola casta eletta.

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