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Le piante del commiato e della memoria (prima parte)

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La siepe della mia infanzia era in una proprietà vicino casa. La città era distante solo 3 km – a quei tempi neanche una città, un paesone...

La siepe della mia infanzia era in una proprietà vicino casa.
La città era distante solo 3 km – a quei tempi neanche una città, un paesone – ma da noi si era in aperta campagna, anche se la grande strada statale, la Casilina, passava proprio davanti casa.
Il campo sterminato delle nostre imprese di ragazzini era un agglomerato di piccole case sparse che si estendeva su uno dei lati della statale, che avevamo la proibizione assoluta di attraversare. Dall’altra parte invece potevamo andare dovunque, fino al ‘rio’ – un ruscello di poca acqua, ma con gore e lingue di sabbia, che a noi pareva un fiume – e oltre, dove cominciava un’erta che avrebbe portato su su in alto, ad una collina, che dalla nostra parte saliva in modo abbastanza ripido, tanto da sembrare una montagna. Si sa che da ragazzini tutto appare più grande…
Per tornare alla siepe… Si saltava un fosso, si attraversava un campo e si era di fianco a un grande casolare. All’ingresso sulla via principale c’era un grande portale in pietra e la siepe fiancheggiava da entrambe le parti una stradina bianca, in fondo alla quale c’era il casale. Ci si andava a prendere l’aceto, che era famoso nei dintorni, e nelle stagioni giuste, anche a cogliere le rose per la maestra.
Era una siepe di bosso dal bel colore verde scuro e dall’odore caratteristico, ‘amaro’, se può essere amaro un odore – a me piaceva, anche se ho letto poi che puzza di ‘urina di topo’ – e c’erano le rose antiche (rosa centifolia) strette tra il bosso tanto da sembrare che spuntassero direttamente dalla siepe: non rosse, ma di un rosa intenso, con piccoli petali fitti, molto profumate.
Queste cose – il nome del bosso e la varietà delle rose – le ho sapute molti anni dopo, seguendo altre tracce, un tassello dopo l’altro, fino a che non si è completato il quadro d’insieme che avevo nella memoria. All’epoca neanche sospettavo che il bosso fosse una pianta famosa, con importanti correlati mitologici; molto usata per le siepi e le bordure dei giardini formali e nei cimiteri. (date un’occhiata alle Passeggiate per i giardini del mondo se volete saperne di più)
Nella mitologia e simbologia degli antichi greci il bosso era sacro al dio del mondo sotterraneo – Ade, Plutone per i latini – quando all’inizio del tempo il mondo fu suddiviso in tre parti con i fratelli Zeus e Poseidone, che regnavano rispettivamente sull’Olimpo e sul mare.
Il bosso in quella cosmogonia simboleggiava, insieme ad altre piante sempreverdi, la vita che continua oltre la morte costituita dall’inverno, e quindi la perpetua rinascita della natura; in senso lato l’eternità.

Siepi e piantine di bosso (Buxus sempervirens – Fam. Buxaceae, anche noto come ‘mortella’, da non confondere con il mirto). Sempreverde, è tra le piante più usate per i giardini e le composizioni di arte topiaria. Oltre agli impieghi rituali, ha proprietà medicinali e un legno pregiato, facilmente lavorabile

Dell’innamoramento di Ade per Persefone (Proserpina per i latini) e del relativo ratto sono pieni libri e musei. Nella foto il gruppo marmoreo “Il ratto di Proserpina” (1622) di Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese di Roma

Proserpina era essa stessa figlia di dea (di Demetra o Cerere, dea delle messi e dei raccolti) e la madre molto si adirò per la scomparsa della figlia, tanto da minacciare Giove di un perpetuo inverno per gli uomini, senza più raccolti, se non fosse tornata da lei. Così Ade, attraverso Hermes messaggero degli dei, fu (quasi) convinto a lasciarla andare. Solo le chiese di rifocillarsi prima di partire. Però il cibo è un’insidia! Chi mangia il cibo degli Inferi non può più fare ritorno al mondo superno […come sappiamo da ‘The corpse bride’: ‘La sposa cadavere’ di Tim Burton!] …E Proserpina aveva assaggiato del cibo degli Inferi: alcuni chicchi di melograno! Sarebbe forse stata relegata per l’eternità alla vita sotterranea? Ma i potenti numi aggiustano e interpretano le leggi a loro piacimento e per evitare conseguenze nefaste fu trovato un accordo: siccome i chicchi di melograno mangiati da Proserpina erano solo sei-sette, per alcuni mesi sarebbe restata con Ade regina del regno sotterraneo, mentre nei mesi restanti avrebbe fatto felice la madre Cerere. Cosi tutti furono contenti e pacificati. Ade e Cerere riebbero periodicamente la rispettiva sposa e la figlia, e gli uomini ebbero le stagioni: sei mesi di freddo e gelo nei quali Cerere langue di tristezza per la figlia perduta, e sei mesi di natura ridente, abbondanza e raccolti.
A pensarci… Dire “non ci sono più le stagioni” può implicare significati più ampi del solo evento climatico. Gli stessi dei hanno abbandonato la terra!

Frutto del melograno (Punica granatum – Fam. punicaceae). È un alberello spogliante, ‘il verde melograno dai bei vermigli fior’. Assurse nel Medioevo a simbolo di resurrezione (e quindi ancora legato all’ l’aldilà). Presso altri popoli i semi luccicanti del frutto simboleggiano fertilità e prosperità. Le spose turche lanciano il pomo a terra: avranno tanti figli quanti sono i chicchi sparsi dal frutto.

Le piante del commiato e della memoria. Fiori e piante hanno sempre accompagnato il momento del commiato e gettato la loro ombra sulle estreme dimore degli uomini.
Immagino che alcune siano state scelte per la loro longevità a contrasto con la brevità della vita umana; altre sono state nei secoli collegate con la celebrazione di varie attività umane: per onorare gli eroi, coronare i poeti. Alcune piante devono essere state scelte, per la loro forma o portamento. Altre ancora hanno richiami simbolici; una particolare resistenza o la capacità di superare le avversità, di rivegetare dopo una transitoria interruzione. Presentiamo le più diffuse nel mondo occidentale…

Crisantemi. Gen. Chrysanthemum, Fam. Compositae (o Asteraceae); dalla radice greca (chrysós- ánthemon): ‘fiore d’oro’, probabilm. perché il colore originale del fiore prima delle successive ibridazioni, era il giallo.
In Giappone è considerato il fiore dell’amore; lo stesso ruolo che hanno le rose da noi. Un crisantemo stilizzato è sullo stemma della famiglia imperiale nipponica. Il significato che in Oriente si attribuisce al crisantemo è quello di vita e felicità. Da noi è divenuto il tipico fiore dei morti per la sua fioritura intorno ai primi di novembre.

Cipressi. Qui nella varietà Cupressus sempervirens (o Cipresso mediterraneo) – Fam. Cupressaceae. Per la loro forma affusolata sono molto diffuse come piante ornamentali e parte integrante del paesaggio di alcune regioni italiane. Il loro impiego nei cimiteri, comune in Italia ma non in tutto il mondo, trae vantaggio dallo sviluppo verticale (fittonante) delle radici, che non si estendono in orizzontale come accade per gli alberi a chioma larga (le querce, per esempio)

Mirto (Myrtus communis – Fam. Mirtaceae). Altra tipica pianta sempreverde dalla caratteristica fragranza, foglie lucide, lanceolate e numerosi fiori bianchi raggiati; produce delle bacche nere dal grato profumo, utilizzate per liquori. (Leggete qui di altre Piante mediterranee e dell’isola misteriosa). Per i gli antichi romani il mirto era, unitamente all’alloro, simbolo di pace, vittoria e duraturo ricordo: i generali reduci dalle battaglie vittoriose, come anche i poeti e i letterati, venivano coronati di mirto.

Bristlecone Pine (non ha nome equivalente in italiano, forse pino dalla pigna ispida?). Genere Pinus – Fam. Pinaceae – Specie: Pinus aristata, Pinus longaeva, Pinus balfouriana. Sono gli organismi vegetali più antichi al mondo.
Sono diffusi nelle regioni occidentali degli Usa a clima freddo e con forti venti. Ad un esemplare noto come Matusalemme (Methuselah) è stata attribuita un’età intorno ai 5000 anni. Per queste caratteristiche di longevità, esemplari miniaturizzati di queste piante maestose hanno una certa diffusione sulle tombe.

Rosmarino. Rosmarinus officinalis – Fam. Lamiaceae.
Il nome deriva del latino ros maris: rugiada del mare. Nell’Amleto di Shakespeare (Atto 4, Scena 5) Ofelia dice: “There’s rosemary, that’s for remembrance. Pray you, love, remember. …”. In passato rametti di rosmarino venivano messi nella bara e anche dati ai presenti per ricordo

Il salice (Salix babilonica – Fam. Salicaceae) ha derivato il suo nome da un equivoco; un verso del Salmo 176 che rievoca il rimpianto per la patria perduta degli Ebrei fatti schiavi a Babilonia: “…Lungo i fiumi di Babilonia sedemmo, lì piangemmo… Ai salici appendemmo le nostre cetre”. Linneo nella sua classificazione binaria ripropone l’errore del salmista che aveva scambiato i pioppi presenti nella regione di Babilonia per salici (!).
Nell’immaginario popolare i rami cadenti e le foglie pendule hanno fatto di quest’albero l’emblema della malinconia e del ricordo nostalgico.

Tasso (Taxus baccata – Fam. Taxaceae). Il verde scuro e il fogliame compatto dell’albero del tasso (engl.: yew) sono tipici dei piccoli camposanti inglesi (churchyard) e di qui diffusi anche nel Nuovo Mondo. L’appellativo di ‘albero della morte’ deriva al tasso dalla caratteristica tossicità delle sue bacche e in parte anche dal fatto che per secoli è stato utilizzato come arredo verde nei cimiteri.

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