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Berlino e la fragilità della memoria

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La ex zona Est adesso è fatta di quartieri, come Prenzlauer Berg, che sono un miscuglio di lentezza e di pace dei sensi. Centri yoga ovunque, discount di massaggi, supermercati...

La ex zona Est adesso è fatta di quartieri, come Prenzlauer Berg, che sono un miscuglio di lentezza e di pace dei sensi. Centri yoga ovunque, discount di massaggi, supermercati bio, negozietti di fiori e poltroncine vintage che si offrono languide davanti alle boutique di designer ed estemporanei creativi, giusto per riposarsi a mezzogiorno (orario di apertura, che la dice lunga sul ritmo di vita) prima di dare un’occhiata e per chiacchierare col proprietario di turno, occhi placidi, capelli arruffati mentre sorseggia una bevanda vitaminica fumando una sigaretta rullata a mano (il tabacco puro fa più bio ed è più economico). Qui, a Prenzlauer Berg, è chic riuscire a non spendere. Chi se la cava con poco, pochissimo, è visto di buon occhio, buon carattere. Il motivo è presto detto: Prenzlauer Berg è piena di artisti. E non solo berlinesi. Chi va a vivere a Berlino può usufruire di un sussidio statale che permette di vivere senza lavorare: 400 euro al mese per la casa e 400 per spese varie. Con i prezzi di Berlino si vive. Dichiararsi artista a Berlino non è cosa strana, bizzarra, è quasi un luogo comune. Un tempo in Germania si emigrava per lavorare nelle miniere. Ora si va per essere liberi di creare.
Basta spostarsi di poco e le cose, e i prezzi, cambiano. Già più verso il centro si inizia a sentire una certa puzzettina di ansia per il denaro e l’organizzazione, pulizia e precisione teutoniche vengono fuori. Si entra nel regno delle gallerie d’arte, sempre gestite da giovani, tirate a lucido e perfette nell’esposizione, anche qui ci sono negozietti vintage, ma un abito usato può arrivare a costare oltre i cento euro. Questa mania per il vintage si conosce anche in Italia. Va molto la moda sixties. I favolosi anni ’60. Mi chiedo il perché, non può essere solo un condivisibile apprezzamento per le linee e la grazia dei micro abiti femminili (adorabili, la forma a trapezio nasconde il punto vita che è una meraviglia).
Berlino simboleggia i pazzi anni Venti e l’euforia creativa, la seconda Guerra Mondiale, Nazismo e Olocausto, la Guerra Fredda, Capitalismo e Socialismo, gli anni Ottanta e la gioventù drogata, l’intimismo poetico-nostalgico, il crollo del Muro e delle ideologie, la Ostalgie (crasi di Ost, che vuol dire Est, e Nostalgie, nostalgia), l’illusione della libertà occidentale. Basta vedere i più noti film sulla città: Metropolis di Fritz Lang, Cabaret di Bob Fosse, Noi ragazzi dello zoo di Berlino di Ulrich Edel, Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, i più recenti Goodbye, Lenin! di Wolfgang Becker e, infine, Le vite degli altri di Florian Henckel.
Ora c’è la confusione attuale, la nevrosi della modernità e la distruzione della storia. È ancora tutto qui. Berlino è piena di gru che girano a ritmo vorticoso, di architetture moderne con vetri avveniristici, simbolo della Glasnost, parola dimenticata come il suo ideatore: Gorbaciov. Ed è rifugio di chi cerca un luogo dove le case, chissà per quanto tempo ancora, sono alla portata di tutti (con 70 mila euro ci si può ancora comprare una deliziosa casetta in centro. Chi vive a Roma sgranerà gli occhi, i miei sono rimasti così per tutto il viaggio). Pur essendo capitale e davvero grande, Berlino conserva un aspetto di paese. È una metropoli ma non ne ha tutte le caratteristiche. Si va in giro in bicicletta, i quartieri mantengono una precisa identità, spostarsi da una zona all’altra è uno spostamento che si sente. Nei volti, nel modo di parlare, nei gusti. Non è solo questo a non renderla metropoli, è il suono. C’è silenzio per le strade, che anche se affollate mantengono suoni distinti. A parlare, nella zona est, sono piuttosto le scritte sui muri che appaiono come slogan di avvertimento, moniti pubblici.

 

Amore

Ci si può innamorare a Berlino? Io le vacanze le uso per dimenticare un inverno di cinque o sei uomini sbagliati (a volte centrifugati in uno solo). Ogni estate decido che l’amore non è roba per me, mi fa perdere tempo, mi piace dirmi questo. Ma come resistere a un delizioso berlinese che una notte in un locale galleggiante sul fiume, un posto che si chiama per giunta Club dei Visionari, inizia a leggerti dolcemente la mano, a chiederti il segno zodiacale e a inanellarti un ricciolo che sfugge alla coda? E poi inizia a parlare con cognizione di causa di Pavese, di Moravia e a raccontarti che ha fatto un viaggio in Italia sulla scia di quello descritto da Goethe? Intona anche le parole Vieni via con me di Paolo Conte. Rido, gli dico che ho bisogno di un accappatoio azzurro. Questo delizioso berlinese, con gli occhi rilassati e assorti – nel cielo scuro che a Berlino non è mai nero del tutto e non è mai così lontano, è vicino – parla in modo sciolto, rilassato. Penso che forse è fumato o con troppa birra in corpo, la birra a Berlino ha la stessa valenza dell’acqua. Mi racconta che Berlino è una città difficile: tutti sgomitano gli uni con gli altri, sostiene che la colpa che i tedeschi si portano dentro li rende mansueti e pacifici. Ma è un’apparenza. Non sono così, sostiene, ma devono sembrarlo, soprattutto con gli altri europei. Tra di loro è un’altra storia. Come una famiglia violenta all’interno ma che all’esterno appare la più felice e perfetta di tutte, invidiabile e troppo bella per essere vera. La forza inquietante della metafora di colui che apprendo essere un giovane poeta, si interrompe all’arrivo di un suo amico con pitbull al seguito. L’amico sembra un gitano, piccolo e esagitato. Il cane si sistema sul poeta e gli lecca tutta la faccia. Poi il gringo apre il palmo della mano, prende una pillola minuscola e la butta giù. Il poeta, occhi spenti, becca dalla mano incantatrice e ingurgita anche lui. Io mi drizzo come se fossi stata punta da una vespa, le vespe a Berlino hanno la stessa valenza delle mosche. Prendere pillole è roba usuale. Nessuno si scandalizza. Pare che l’effetto sia una grande disinvoltura e voglia di contatto fisico, un’ondata d’amore a prescindere di chi hai di fronte. Speed, Crack, Special K (che a me risveglia un senso mattutino di cereali) e altre parole che non ricordo sono le droghe più usate. La coca non è considerata droga tra i ragazzi, tanto è comune. Mi arrampico su una pseudo predica antidroghe che sento solo io visto che i due sono partiti in un non luogo, e scopro che il poeta si droga da quando aveva quindici anni e beve da quando ne aveva nove. Good luck, my baby, gli dico prima di congedarmi con una certa tristezza addosso. I suoi occhi rimangono appesi a un cielo indefinito. Fortuna in tedesco si dice con la parola Glück, che vuol dire anche felicità.
Ricordo per un attimo le parole di Brecht: “fortuna è soccorso”.

 

Il Berliner Ensamble, il teatro che Brecht ha portato al successo con la sua compagna attrice Helene Weigel, si affaccia sulla Sprea, il fiume che percorre la città e la riempie di bei ponti. È uno dei teatri storici, in piena attività, nel quale vengono rappresentati per la maggior parte i lavori del suo fondatore. Non riesco a trovare posto per lo spettacolo in corso. La gente a Berlino ci va a teatro. E ce ne sono moltissimi, noti e meno noti. Esiste perfino un teatro gestito da disabili, che sono anche attori. Anche qui è sempre tutto esaurito.

Ma i russi dove sono? I nuovi russi, che ormai esprimono un capitalismo sfrenato, dominano attualmente la zona di Charlottenburg, ex zona ovest, cuore del commercio e degli uffici altoborghesi.
Scendi a Wittembergplatz, così facciamo un salto al Kadewe. Il mio amico che vive a Berlino mi aveva mandato questo sms. Scendo alla stazione della metropolitana indicata e per la prima volta dopo qualche giorno a Berlino noto che anche qui c’è chi chiede l’elemosina. Chi mendica lo fa nelle zone ricche ovviamente, non certo nel quartiere degli artisti. Per me il Kadewe può essere benissimo il nome di un locale, magari dove fare un aperitivo. E invece apprendo dall’insegna gigantesca che si tratta del Kaufhaus des Westens, il mercato dell’ovest, il più grande mercato europeo dello shopping. Tipo La Rinascente ma molto, molto più in grande. Al piano terra, inebriata dai profumi di costosissime marche di eau de toilettes, bombardata dal luccichio del nostrano marchio Bulgari, leggo che al quinto degli otto piani c’è la sezione Cultura e Arte. Penso, però, questi berlinesi che bravi, hanno l’arte ovunque. Mando un sms al mio amico, che non sono riuscita a incontrare sballottolata da compratori frenetici, americani, italiani, giapponesi con buste griffate graffia-gambe: sono al quinto piano. Davanti a me si stagliano computer di ultima generazione, alambicchi tecnologici, I-pod con gingilli di ogni colore e foggia, megaschermi al plasma, home video, cd, dvd. Questo è il piano Cultura e Arte. Smanetto su un bellissimo I-mac che ha anche il programma lavatrice e lavastoviglie incorporato. Il mio amico mi raggiunge e mi dice che sono cambiata: da quando in qua ti fiondi nel reparto tecnologico? Una volta ti avrei trovata a provare vestiti. Non gli spiego che avevo capito male, non attacco con una disquisizione sul fatto che chiamare un piano Cultura e Arte è ingannevole, il profumo e i microchip mi hanno intontita. Voglio l’I-Mac, l’I-pod, l’I-vattelappesca. Mi lascio guidare. Ultimo piano, con terrazza. Panorama sulla città e gente seduta ai tavolini che sbafa ogni genere di cibo, proveniente da ogni parte del mondo. Al Kadewe c’è tutto un piano dedicato alla gastronomia: 1800 formaggi, 1400 tipi di pane e biscotti, 2000 carni fredde. Chi è bulimico qui guarisce o muore.
Camminiamo per il centro della zona ovest. Forse per la presenza di troppi turisti, il rumore cambia. Negozi ovunque, di tutto, insegne urlanti. Le auto strombazzano, la gente urta. L’architettura è fatta di palazzi moderni e altissimi. Rimane la torre di una chiesa col campanile distrutto, la Chiesa della Memoria, ribattezzata “il dente bucato”, che ricorda gli orrori della guerra. È affiancata da un moderno palazzo dove si tengono le funzioni religiose. La torre nel 1947 doveva essere distrutta per volere del senato, ma i berlinesi si sono opposti e il dente bucato e dolorante sta ancora lì.

L’arte vera a Berlino è ben presente. È valorizzata ed esposta in una quantità impressionante di musei. C’è addirittura una vera e propria Isola dei Musei (ex zona est) dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco: il Pergamonmuseum con l’arte antica che spazia da quella greca a quella musulmana con pezzi di rara bellezza, l’Altes Museum con una raffinata collezione egizia, l’Alte Nationalgalerie dove ci si perde tra dipinti dell’impressionismo tedesco affiancati temporaneamente da quelli francesi (qui sono presenti dei capolavori di Rodin). È in ristrutturazione il Neues Museum che riaprirà nel 2008 insieme a una serie di collegamenti innovativi tra questi spazi incredibili.
Anche la parte ovest ha il contraltare artistico all’Isola dei Musei: il Kulturforum, considerato fiore all’occhiello dell’architettura berlinese. Due giorni per visitare tutti gli spazi non sono sufficienti. Adesso alla nuova Nationalgalerie, unico museo al mondo progettato dall’architetto della Bauhaus Mies van der Rohe, è visitabile una mostra emblematica: “I più bei francesi vengono da New York”, con 150 capolavori dell’impressionismo francese provenienti dal Metropolitan di New York. Dunque, in una mostra la celebrazione di due delle tre superpotenze occidentali vincitrici della seconda Guerra Mondiale: USA e Francia.
Per il turista è una pacchia. Basta fare un biglietto cumulativo di 15 euro e per tre giorni si entra dappertutto.
Il passato a Berlino è tenuto in vita dai musei, dalle installazioni artistiche (indimenticabile il Memoriale per il genocidio degli ebrei in Europa di Peter Eiseman, da solo vale un viaggio), da pezzi di muro che sono scampati alla voglia di distruggerlo del tutto. La East Side Gallery è una galleria all’aperto con un chilometro di graffiti disegnati sul Muro da artisti internazionali, ma i disegni stanno sbiadendo. C’è una strana tensione a Berlino: come se si volesse dimenticare il passato, i berlinesi non ne parlano. È successo, ma adesso andiamo avanti, sembrano dire. C’è il lato nevrotico della città: nevrosi di costruzione, di predominanza di linee innovative che fanno di Berlino meta ambita dagli architetti. Come ha giustamente affermato un amico che ha visitato anche lui di recente la città, “A Roma dagli anni ’60 che abbiamo fatto di nuovo? Giusto lo scatolotto dell’Ara Pacis”. A Berlino il tempo medio di costruzione di architetture imponenti è di due o tre anni. Significa che la città cambia a ritmo impressionante, mai simile a prima e, dunque, mai se stessa, o forse la sua nuova identità è quella di città in divenire, per questo attira, per questo se si è confusi a Berlino si troverà il luogo adatto per specchiarsi.
E si continua a distruggere. Sta crollando il Palast der Republik, ad esempio, simbolo della ex DDR. Di fronte c’è il Duomo, che rischia di sprofondare in un precario equilibrio di fondamenta avvinghiate al terreno sconnesso del sotto fiume. Ma il simbolo cadrà, la scusa è che fosse pieno d’amianto, scusa in quanto era stato bonificato. Un ragazzo cresciuto nella DDR, che ha imparato a ballare salsa dalle ragazze cubane che vivevano nell’est, racconta che frequentava il Palast der Republik come luogo di feste e divertimento, e c’erano quadri bellissimi. È doloroso per te vederlo distrutto?, gli chiedo. Ho vissuto tante di quelle cose scioccanti… alza le spalle.
Prese di posizione? Posso solo dire che l’est ristrutturato, o rimasterizzato, com’è adesso è la parte più suggestiva della città.
Una provocazione, di chi mi ha spinta ad andare a vedere Berlino:

Elogio della dimenticanza

Buona cosa è la dimenticanza!
Altrimenti come farebbe
il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?
Che gli ha dato la forza delle membra
e lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro
che gli ha dato il sapere?
Quando il sapere è dato
l’allievo deve mettersi in cammino.

Nella casa vecchia
prendono alloggio i nuovi inquilini.
Se vi fossero rimasti quelli che l’hanno costruita
la casa sarebbe troppo piccola.

La stufa riscalda. Il fumista
non si sa più chi sia. L’aratore
non riconosce più la forma di pane.

Come si alzerebbe l’uomo al mattino
senza l’oblio della notte che cancella le tracce?
Chi è stato sbattuto a terra sei volte
come potrebbe risollevarsi la settima
per rivoltare il suolo pietroso,
per rischiare il volo nel cielo?

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.
(B. Brecht)

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