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Piante e storie dall’Africa (prima parte)

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“…Ora io so una canzone dell’Africa; la canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccolgono il caffé…

“…Ora io so una canzone dell’Africa; la canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccolgono il caffé… Ma ricorda l’Africa una canzone che parla di me..? Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore che io ho portato.. C’è tra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome.. Proietta la luna piena sulla ghiaia del viale un’ombra che mi somiglia..? Vanno… in cerca di me le aquile del Ngong?…”

[Karen Blixen: “Out of Africa” (1937); ‘La mia Africa’ (1959): Feltrinelli ed.]

Grande l’Africa. Immensa e inconoscibile. Tranne i pazzi e gli eroi nessuno avrebbe la presunzione e l’ardire di avvicinarla, o di andarla a scoprire. Per fortuna c’è una stagione della vita in cui si è giovani; ci si imbarca in imprese pazze o bizzarre – perché si sta appunto vivendo – senza intenti ben definiti e senza il bisogno di capire perché. Questo è un tema che appartiene ad una stagione successiva della vita: quasi per tutti è così.
Lo è stato anche per Karen Blixen, almeno da quanto risulta dai suoi libri; soprattutto dal suo più conosciuto, scritto quando l’esperienza africana era terminata (il titolo originale Out of Africa possiede una nota di nostalgia in più rispetto al titolo italiano).
Karen Dinesen andò in Africa nel 1914, all’età di 29 anni e vi rimase per sedici anni, con una breve interruzione per motivi di salute; lì fu coinvolta seppur da lontano dagli sconvolgimenti della prima guerra mondiale. Alla seconda era definitivamente in patria, su posizioni naturalmente antinaziste.
Ma rimaniamo all’avventura africana, che affrontò non giovanissima, con l’armamentario mentale di una signora nord-europea di buoni natali, culturalmente evoluta. Accanto a un uomo (Bror von Blixen), ricco e viziato, una passione smodata per la caccia, le donne e la bella vita.
L’Africa, che per un verso la rese sterile, per altri aspetti la fecondò con la sua anima – voci, suggestioni, atmosfere – che attraverso le pagine delle sue note africane ci arrivano intatte; particolarmente preziose ora che tante cose sono cambiate. È l’atmosfera favolosa che vediamo nelle scene iniziali del film di Sidney Pollack: l’arrivo nella Nairobi affollata di gente e di mille traffici, il viaggio in treno di Karen verso la fattoria sulle colline Ngong… Sono belli gli inizi delle storie e delle avventure: è sui finali che non ci siamo!
L’interazione della ragazza del secolo scorso con la grande madre Africa è la storia di una fascinazione reciproca. Ama la gente (i maestosi Masai e i fidati Kikuyu della sua piantagione di caffè); si avvicina ad una natura per lei aliena, alle piante, agli animali con curiosità e meraviglia e ce li restituisce trasfigurati in poesia.
Questa è una sua descrizione, quasi all’incipit: “…era un’Africa distillata lungo tutti i suoi milleottocento metri di altitudine, quasi l’essenza forte e raffinata di un continente. I colori, asciutti e arsi, parevano colori di terracotta. Gli alberi avevano un fogliame delicato e leggero, di una struttura diversa da quelli dell’Europa: non si curvava in archi e cupole, ma si tendeva in strati orizzontali, il che dava agli alberi, alti e solitari, l’aspetto un po’ delle palme, o un piglio eroico e romantico di navi tutte attrezzate e pronte a partire, ma con le vele non ancora spiegate; e al margine dei boschi un’apparenza strana, come se l’intero bosco vibrasse leggermente. Nelle grandi pianure crescevano, sparsi, i vecchi spineti nudi e torti, l’erba aveva l’odore pungente del timo e del mirto delle paludi: in certi punti il profumo era così forte da far dolere le narici. […] Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema.

Karen scopre il senso di libertà che i grandi cieli d’Africa suscitano; assapora l’attenzione con cui le sue parole – prima di donna bianca, poi di persona saggia e giusta – sono ascoltate dai nativi.
L’Africa di quel tempo! Le foreste ancora vergini, gli animali… Tanti che sembra non debbano mai finire..! Una potenzialità illimitata.
Prima delle guerre interne e dell’Aids – anche se in Africa le guerre ci sono sempre state, la malaria e il tracoma non si sono mai mossi di là, la sifilide e la tubercolosi hanno solo ceduto il passo ad altre malattie; la povertà e la lebbra, le carestie e le cavallette hanno antecedenti addirittura biblici. Sarà il senso di rimpianto che prende al pensiero di come le cose potevano andare e non sono andate; sarà che è dura essere realisti e prendere atto delle lezioni della storia, ma le pagine di Karen Blixen delineano un mondo, un giardino che ha la bellezza di un paradiso terrestre: ancora più commovente perché perduto per sempre.

Fiori della pianta del caffè (Coffea spp. – Fam. Rubiaceae). Il profumo del caffè prima di essere quello che conosciamo tutti, è il profumo dei suoi fiori, che “ha un aroma delicato e leggermente amaro, come quello dei fiori di biancospino” – dice Karen Blixen.

Il frutto del caffè, detto ciliegia, è una drupa ovale che maturando da verde diviene rossa. La drupa contiene uno strato di polpa e due semi appaiati (che si guardano per la parte piatta), rivestiti da una sottilissima pellicola argentea

Veduta d’insieme della pianta del caffè. Il genere Coffea ha due specie: la Coffea arabica tipica degli altopiani africani e la Coffea canephora (tra cui la var. robusta), più resistente al caldo, alla siccità e ai parassiti

Fenicotteri rosa (Phoenicopterus ruber; Greater flamingos) in colonie. Anche se davvero Denis Finch-Hatton ha portato Karen in aereo “a guardare il mondo con gli occhi di Dio”, il volo tra i fenicotteri è una bella invenzione visiva del film di Pollack.

Ritratto del viaggiatore, da giovane. La ‘prima volta’ – azzardo o salto nel vuoto che lo si voglia chiamare – c’è, credo, per tutti i viaggiatori. È una strana sensazione, quella di non riuscire a immaginare il giorno dopo. Quando quel che ti aspetta, nel posto dove andrai, è talmente indeterminato da non figurarti il paesaggio che ti farà da sfondo, le persone intorno… Come se il mondo conosciuto finisse al momento dell’imbarco e di lì in poi ci fosse il vuoto.
Prima c’erano state esperienze abbastanza comuni: viaggi su e giù per l’Italia, qualche paese europeo; la ‘botta di vita’ al festival dell’Isola di Wight, ancora da studente universitario.
Ma ora è tutta un’altra cosa.
Ohè! Questa volta è l”Africa”! E non è ancora l’epoca del turismo da viaggio o del Camel Trophy (…la sua prima edizione si tiene solo nel 1980); men che mai dei computer e dei telefoni cellulari.
Una tipica proposta del caso. C’è un progetto del Ministero degli Esteri, attraverso il servizio di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, per istituire una università in Somalia. Nei primi anni diverse università italiane inviano personale docente; col tempo si dovrebbero costituire dei docenti locali e la struttura dovrebbe diventare autonoma.
Ora accade che ‘il Professore’ che abitualmente partiva per queste brevi missioni di circa tre mesi ha un problema familiare; tutti gli altri possibili sostituti nella scala gerarchica si defilano con varie motivazioni, fino a giungere a chiederlo all’ultimo arrivato, il più giovane del gruppo.
Alcune occasioni non le scegli spontaneamente, ma quando ti arrivano non puoi rifiutarle… Quindi impacchettato e messo sull’aereo: pronto al martirio. Questo è lo stato d’animo alla partenza.
Neanche sotto tortura riuscirei a ricordare cosa ho pensato durante il volo: ore sul deserto con la testa appoggiata al finestrino, a seguire il serpeggiare del Nilo (blu) tra le sabbie.
Ricordo l’arrivo. I pantaloni diventati subito roventi al contatto con la pelle, che per qualche minuto ancora mantiene la temperatura condizionata dell’aereo. L’aeroporto: una pista di cemento che finisce nella sabbia; il trasferimento a piedi sotto un sole rovente fino alla casamatta in fondo alla pista; i capannelli di persone con le tuniche della gente del deserto accoccolate a terra intorno ad un piccolo fuoco e ad un bricco di acqua che bolle. Odori, suoni nuovi, inusuali.
Poi il trasferimento in jeep con l’uomo della Cooperazione, attraverso dune di sabbia mai viste prima; arbusti stenti e spinosi, capanne e baracche di lamiera e di fango, sempre più fitte. La cintura intorno alla città è immensa; sembra non debba finire mai. Poi si arriva nella città vera e propria. La sistemazione provvisoria è in un fatiscente alberghetto coloniale: ‘La croce del sud’.
Gli oltre tre mesi passati a Mogadiscio sono un ricordo indelebile: a tutti gli effetti la prima vera esperienza di diversità, di ‘altro da me’.
I primi giorni sono di acclimatazione, i colleghi da conoscere, il luogo di lavoro, gli studenti cui avrei fatto lezione. Un collega cortese, che conosco da Roma, si occupa di accompagnarmi una delle prime sere in un localaccio: ‘Dal cinese’, per la ‘ricolonizzazione batterica intestinale’. Fidati di me… – mi dice – Io faccio il gastroenterologo… Effettivamente..! Poi a mia volta anch’io, da buon ospite, accompagno altri novellini dal ‘Cinese’: se ne ricava una diarrea da lasciare tramortiti, ma poi ci si riprende e da quel momento si può mangiare di tutto.
Dopo vari tentativi trovo un alloggio diverso dall’albergo. Funziona così: la Cooperazione mette a disposizione dei ‘professori’ varie tipologie di case; ciascuna ha un responsabile locale – cuoco, domestico, tuttofare – che pensa agli aspetti pratici della conduzione domestica. Questa persona è indicata comunemente come ‘boy’ se è un uomo, ‘boiessa’ se una donna (…Ah! il genio italico per i nomi!).
C’è un numero variabile di ospiti, da tre a cinque, a seconda delle stanze disponibili. Mi ritrovo con un pediatra di Roma e sua moglie e con una anatomo-patologa di Firenze. Abbiamo (la casa ha) un boy che si chiama Jeylani; parla un misto di italiano e inglese e non ci sono problemi a capirsi.
A Jeylani devo tutta la mia gratitudine, per avermi fatto scoprire, con le conoscenze di uno del posto, un mondo completamente nuovo.
Con Jeylani vado al mercato, nei negozietti per compere, a procurare la legna per il fuoco (per un’emergenza bellica – la guerra dell’Ogaden – le bombole di gas sono introvabili); sto anche a guardarlo mentre cucina sulla carbonella.
Mi dice i nomi locali di piante e fiori, che poi vado a cercare nei miei libri; mi spiega stranezze locali, che uno straniero mai riuscirebbe a capire. Per esempio, perché gli asini (diffusissimi) portano una specie di braghe fatte con la carta resistente delle sacchette di cemento, fermate alla coda e alle zampe posteriori da legacci di fortuna. Per usare gli escrementi come concime – uno pensa – o per non sporcare in giro o anche, data la maggioranza musulmana, per non far vedere ‘le vergogne’… Macché! Gli escrementi vengono raccolti per essere impastati con il fango e fungere da collante per il rivestimento delle capanne di legno e frasche; il fango da solo sarebbe dilavato dalle prime piogge, di quelle violente che ci sono qui. Una volta secco il tutto è assolutamente inodore.
Il mercato è una continua fonte di meraviglie. Nei sacchi di juta appoggiati tra la polvere ci sono semi e cereali mai visti; su banchi improvvisati, frutti anch’essi sconosciuti e decine di varietà di banane, oltre a quelle che conosco: da minuscole a enormi, quelle rosse, quelle piccole al sapore di mela che chiamano ‘zanzibarine’. Quando, passando con Jeylani, vedo qualcosa di incomprensibile, lo tiro per la jellaba e lui mi spiega; come davanti a un banco dove sembra vendano mosche: blocchetti di mosche. Jeylani si avvicina e le scaccia con la mano: è il banco dell’uva passa.

Mercato africano. Sono in vendita, per uso alimentare, una varietà incredibile di semi, tuberi e radici, a noi occidentali del tutto sconosciuti

L’edificio dove si svolgono le lezioni è fuori città, quattro chilometri circa; ci si arriva con un percorso in jeep, su una strada prima asfaltata, poi di sabbia tra le dune. All’ombra dei pochi alberi, o tra gli arbusti spinosi, ci sono sempre donne che preparano il the, dolcissimo, con il latte (affumicato) di cammella.
Gli studenti sono volenterosi e ambiziosi: più che fare i medici nel loro paese vogliono andare all’estero e diventare ricchi: in Italia o in America. Le ragazze sono abbastanza numerose, emancipate e non velate. Il regime, che si professa ‘socialista’, favorisce ‘le pari opportunità’.
Prima di accedere ai corsi di Medicina gli allievi fanno un addestramento intensivo alla lingua italiana, il che spiega la presenza degli insegnanti di lingue tra i ‘professori’.

La pianta del cotone (Gossypium spp. – Fam. Malvaceae) prospera in climi caldo-umidi. Giunge a fioritura dopo due o tre mesi dalla semina; quando il fiore appassisce, la capsula si sviluppa ancora per sei settimane fino a diventare come una grossa noce contenente i semi insieme ad una lanugine bianca (bambagia). Giunta a maturazione, la capsula si apre e compare il bioccolo bianco e peloso; a questo punto può iniziare il raccolto

Particolare delle capsule dei semi (due capsule ancora chiuse ed una aperta). I semi veri e propri sono corpiccioli piccoli e neri alla base del batuffolo di bambagia, che ha la funzione di favorirne la disseminazione con il vento

Una attività che i ragazzi odiano (ma non possono sottrarvisi) mentre alcuni dei docenti la considerano fondamentale, sono le ricerche ‘sul campo’, generalmente finalizzate alla preparazione delle tesi di laurea. Si va per villaggi sperduti, utilizzando come guida uno degli studenti, di solito originario della zona. Spostamenti in jeep fin dove è possibile, poi a piedi o come capita; non si sa bene cosa si troverà. Guida il manipolo di circa cinque persone, l’epidemiologo-infettivologo della facoltà (anni dopo lo rivedrò in televisione, rettore di una importante università italiana: – Toh! Chi si rivede! ..Piccolo il mondo!). Sicuro e attento nel ruolo di capogruppo, con una grossa tanica – un thermos da cinque litri d’acqua – sempre per mano. Lo studente che funge da ‘pratico locale’ è alquanto a disagio sulle prime; come se si vergognasse delle condizioni di vita primitive del suo popolo. Ma poi si rinfranca e si concentra sul suo compito. Attraversiamo sentieri di campagna, zone di sabbia e arbusti spinosi; anche corsi d’acqua da guadare con il sistema rudimentale della chiatta tirata su un cavo d’acciaio teso tra le due sponde.
A volte, ad una svolta del sentiero, ci si para davanti un enorme baobab. Altre volte, per caso, ci si ritrova in un campo di cotone (…Io che ci faccio qui? …Nei campi di cotone dello zio Tom?); altre volte è l’emozione per la bellezza gratuita di un albero fiammeggiante (flamboyant) in mezzo al verde. O altre scoperte (…Il karkadè! …Ma questo è il karkadè!)…

Il baobab (Adansonia digitata – Fam. Malvaceae) (Foto da Wikipedia, modif.). Alto (fino a 25-30 m) e tozzo (con un diametro alla base fino a 7-11 m), presenta un tronco fibroso e cavo, come fibra erbacea indurita, più che vero e proprio legno. È famoso per la sua capacità d’immagazzinamento dell’acqua all’interno del tronco rigonfio (riesce a contenerne fino 120.000 litri), per resistere alle condizioni di siccità. Per la sua longevità, resistenza al clima e per i simboli collegati al tronco e ai rami contorti, è ritenuto sacro, osservatore e protettore della vita dei villaggi, attraverso le generazioni. All’interno del tronco si usava seppellire il griot del villaggio, il menestrello-cantastorie, archivio orale delle generazioni.

Il fiore del baobab dura una sola notte, dal tramonto all’alba; quella notte l’albero si popola di una fauna variegata, attratta dal dolce nettare dei fiori: pipistrelli, soprattutto. Secondo la leggenda, quella notte l’albero è abitato dagli spiriti

I frutti del Baobab di cui sono ghiotte le scimmie (è detto pane delle scimmie) contengono numerosi semi. Ha numerosi impieghi in medicina tradizionale. Se ne fa anche una bevanda dal gusto acidulo

Arrivati a destinazione – nessuna macchina, solo terra battuta tra le capanne, poverissime ma dignitose e pulite – l’aspetto più delicato è l’incontro con il capo-villaggio. La conversazione si svolge di solito all’ombra di una acacia maestosa, nello spiazzo centrale del villaggio; può essere laboriosa e sfiancante. Il giovane studente funge da interprete. Il capo deve essere convinto e dare il suo benestare ad una visita medica e a dei prelievi (sangue, urine) da eseguire sui membri della comunità. Il punto critico è la credenza che si possano fare pratiche magiche avendo a disposizione sangue e urine delle persone (…o unghie e capelli). A volte, dopo tanto parlare, l’autorizzazione non viene data. Il Capo è gentile e ospitale – fa portare del thè (chai), manghi e papaye – ma altrettanto deciso e irremovibile. In quel caso salutiamo e torniamo indietro con nulla in mano. Quando lo sbocco della trattativa è positivo, ciascuno del gruppo esegue il compito che gli è stato affidato con rapidità ed efficienza. Malgrado la difficoltà della lingua si impara a leggere la storia medica dei pazienti visitati dalle cicatrici sul loro corpo. Le ‘bruciature’ o cauterizzazioni della medicina tradizionale hanno una sede specifica e diversa per ciascuna malattia. Con un po’ di esperienza, si ‘legge’ la loro pelle come una cartella clinica. Quella loro pelle vellutata e odorosa… Parola del nostro dermatologo: – Ero venuto a curare le malattie della pelle… Ce ne sono eh! …Ma me ne torno sbalordito! Questi hanno una pelle che è una meraviglia!

In villaggi simili a questo si svolgevano le spedizioni ‘sul campo’ (v. testo). Le capanne hanno il tetto di paglia e le pareti di fango secco. Per il rivestimento esterno il fango è mescolato a sterco di animali erbivori, che lo rende resistente all’acqua

Le acacie africane (Acacia spp. – Fam. Fabaceae) sono alberi maestosi apprezzati per la loro ombra; spesso si trovano al centro del villaggio dove fungono da luogo di riunione. Sull’albero della foto si possono vedere alcune arnie mobili, per le api, che al momento della fioritura produrranno in loco del pregiato miele d’acacia

(fine prima parte)

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