Da dove spunterà il nostro invasore?

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L’africa di Coetzee è un posto crudo e violento in cui niente trova pace. L’occidente giunto a una crisi irrimediabile si trova in contatto con una cultura nuova.

L’africa di Coetzee è un posto crudo e violento in cui niente trova pace. L’occidente giunto a una crisi irrimediabile si trova in contatto con una cultura nuova. Quella del continente nero, dove le spinte vitali sono più potenti e meno moralistiche.
Il protagonista del libro si trova ad affrontare uno stupro con i vecchi strumenti morali che l’Inghilterra gli ha insegnato. Ma piano piano si rende conto che non hanno valore. La giungla ragiona con altre forme. Il baratto, la protezione, l’importanza di avere. L’africa che si è sbarazzata della dominazione inglese e ora tira fuori gli artigli, mostrando delle spinte che impauriscono l’uomo bianco.
Certo il libro ha avuto un grande successo, ma non sono cose banali. Quello che sta avvenendo è detto molto bene. La nostra cultura è agli sgoccioli e una nuova prenderà il sopravvento. Nessuna arma può fermare questa trasformazione. Nessuna cultura. L’Africa è il posto più bello del mondo e sa stimolare come una bottiglia di rum proprio per questo motivo. È un posto agli albori, agli inizi. Ma non bisogna vedere questo come si sarebbe visto fino a venti anni fa. Oggi in Sudafrica ci sono grattacieli e strade a sei corsie, eppure la povertà prende sempre più posto in quella giungla urbana. Non si parla solo di un futuro post coloniale, ma anche di un’umanità che rimette in piedi qualcosa dopo il postumano. Non si parla dell’uomo primitivo, ma di questo che vince sull’uomo sviluppato.
Il treno che parte da Prima Porta ogni giorno è pieno di romeni. Sono pochi gli italiani a prenderlo. Alle sette lascia la stazione e senti lo Xaroxene degli zingari. Loro non pagano il biglietto e nessun controllore glielo chiede. Il treno è loro dalle sette alle otto. In ogni vagone ci sono in media sei italiani contro quaranta extracomunitari. Le facce segnate e l’odore agre. I bianchi arrabbiati del disagio e i neri che cercano di accendersi un sigaro.
Sulla pontina, dopo Spinaceto, la pianura ospita un campo rom enorme. Davanti c’è un casale che funziona da ristorante a pranzo e a cena. I rom attraversano la statale ad alta velocità e vanno a scroccare da mangiare. Non solo non vogliono pagare, ma pretendono anche un servizio degno. I camerieri ubbidiscono intimoriti, poi in cucina gliene dicono di cotte e di crude. Portano bistecche e cicoria ripassata, qualcuno ci sputa dentro e rimesta prima di servire. Il capo zingaro si tocca i baffi e ordina una bottiglia di vino. Nessuno fa niente, tutti hanno paura. Sentono che c’è uno scontro di umanità. Per i rom la vita vale un quinto che per loro. O se volte, non hanno niente da perdere.
Il libro di Coetzee è importante per questo. Descrive la fine del nostro mondo, dei nostri valori, schiacciati da popolazioni più affamate e rabbiose. Verso la fine del libro c’è una frase che racchiude questo senso. Una donna deve partorire un figlio frutto di uno stupro. Guarda negli occhi il padre e fa: ”Oggi le cose nascono dall’odio”.
Quello che ho descritto avviene nelle periferie romane e il mondo di Coetzee è quello del Sudafrica. Non sono certo due mondi da mettere in parallelo, lo so da me. Ma l’umanità che esce dal libro è molto comunicativa e brucia la nostra, la squassa e la riduce in brandelli. Qualcosa sta prendendo il sopravvento, se ne sente l’odore. Da dove spunterà il nostro invasore?

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