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Pizza connection o “bisinissi”?

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Non so se avete letto ‘sta storia della mafia sicula che rinnova la pizza connection con gli amici di New York. Quelli che una volta erano scappati e ora sono più forti di prima. Non gli badate. Sono i soliti giornalisti in cerca di scoop da strapazzo; hanno visto troppe volte “The godfather”…
Pure Nice guy Eddie avrebbe detto così. L’ho conosciuto dieci anni fa. Io stavo ad Alphabet city, dove le avenue invece dei numeri hanno le lettere. Per andare a Mulberry street bastava percorrere un pezzo della Houston verso la Broadway, passavi dinanzi a Katz, dove Meg Ryan ha girato la scena dell’orgasmo simulato di “Harry ti presento Sally”, e ci arrivavi. Ti bevevi un espresso, compravi una mozzarella più buona ed economica di quelle che vendevano da Balducci’s, e tornavi a casa contento. Ti poteva capitare di incontrare Vincent Gigante in ciabatte, pigiama e vestaglia che andava a zonzo ed ogni tanto faceva lo sguardo da matto, semmai qualche volenteroso federale lo avesse fotografato.
Un giorno sono entrato in una pasticceria per un’improvvisa carenza di cannoli. Sarà stato il mio inglese, quelle vocali belle aperte come solo noi della Trinacria sappiamo pronunciare, fatto è che Eddie alza gli occhi dal giornale e mi fissa. Io ricambio, perché dalle parti mie questa si chiama “taliata”, e se uno abbassa gli occhi o svicola, vuol dire che ha paura, ed ha già perso. Eddie fece solo questo: la “taliata”. Poi tornò al suo giornale. Nelle settimane successive i nostri incontri si svilupparono così: io mi prendevo un caffè e mi sedevo ad un tavolo vicino a lui, che si spolpava quel suo giornale – rigorosamente italiano – dalla prima pagina agli annunci dei cuori solitari. Ogni tanto mi guardava, e nominava una città, una di quelle che leggeva lì, in mezzo agli articoli; chessò… diceva… Salerno. Ed io: “Non è male Salerno… eh… zio Eddie, lei c’è stato a Salerno?”. E lui, abbassando in modo solenne la testa, rispondeva: “Certo… per bisinissi”. Un altro giorno era: “Reggio Calabria”, oppure “Marsiglia”. E lui: “Ci ho stato…bisinissi”.
Avendo ormai questo rapporto così confidenziale – scambiavamo ben cinque o sei parole nello spazio di un’oretta – mi sono fatto coraggio, e gli ho detto che lavoravo per un giornale che si stampava proprio lì: un giornale italoamericano, che lui conosceva benissimo perché era fra quelli che gli avevo visto aperto sul tavolino della pasticceria. Visto che molti fra quelli che passavano lo salutavano in modo cordiale, oppure entravano due o tre tipi imbrillantinati e con le panze ballonzolanti fuori dalle tute da ginnastica e lo sfottevano con frasi tipo “Ehi… Naisgay…uottafacckkkiudduin…olueysridindosfackinniuspepa” e lui amabilmente rispondeva “Fanculo”… ma proprio così… no fuck off o fuck you o un’altra parolaccia americana: proprio “Fanculo”, ed insomma per tornare alla nostra vicenda, mi ero convinto che era uno che poteva raccontarmi delle storie per scrivere un bell’articolo. Dei suoi “bisinissi” e di un tempo andato, in cui c’era veramente Little Italy, invece che due strade ormai circondate dai negozi cinesi, ed i siciliani stavano tutti in quella parte di Manhattan, invece ora erano a Brooklyn oppure nel Jersey, come i Soprano del telefilm. E perché uno come Vinni Gigante era costretto a fare il matto in vestaglia, per la strada, a 76 anni suonati, invece che fare come il Don di Marlon Brando, seduto su una bella poltrona a fare i favori ai paesani ed a tagliare le teste dei cavalli. E insomma, tutti quei goodfellas che una volta dettavano legge, ed ora erano al gabbio, con Sammy The Bull che si era pentito, e la Triade che si mangiava tutta la Mela, non importava quanto fosse grande, mentre loro, cioè noi, insomma, i bravi ragazzi erano ormai solo roba per telefilm, che sulle strade non contavano più nulla. Così gli dissi: tutto d’un fiato. O quasi. C’era tanta gente nella pasticceria. Mica mi poteva fare secco dinanzi a tutti. Ma Eddie non era soprannominato Nice Guy per nulla. Era veramente uno simpatico. A modo suo. E questo rispose: “Sai come dicono qui? When the going gets tough… the tough gets going”… Capisti?”. Io feci di sì con la testa, che mi pareva di averla già sentita ai Blues Brothers. E lui aggiunse: “E poi… ricordati picciotteddu… non è finita… sino a quando non è finita veramente. E poiché mi pari sveglio e il dialetto nostro lo conosci, ti dico l’ultima: calati iuncu ca passa la china. Però questa è una discussione fra amici, e non ci voglio vedere niente di scritto su quel bel giornale, altrimenti… da domani… i cannoli te li compri da un’altra parte”.
Ora, ‘sta storia di Cosa Nostra che fa di nuovo lega con i compari degli States… a me pare esagerata. Al massimo…sono “bisinissi”…

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