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Monk’s house – (Virginia e Leonard Woolf) – prima parte

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…”But what has the deepest and most permanent effect upon oneself and one’s way of living is the house in which one lives. The house determines the day to day...

…”But what has the deepest and most permanent effect upon oneself and one’s way of living is the house in which one lives. The house determines the day to day, hour to hour, minute to minute quality, colour, atmosphere, pace of one’s life; it is the framework of what one does, of what one can do, and one’s relations with people.”
Leonard Woolf

Ragioni di famiglia ci hanno portato a Lewes, nel Sussex, a poche fermate di treno da Londra, nella rigogliosa verdissima campagna inglese. Arriviamo di sera nella casa dove siamo ospiti abbarbicata su un’altura tra ville e giardini lussureggianti, intrichi di fiori e piante. Seduti al buio nel salone semivuoto: i padroni di casa vi ci sono trasferiti da poco, guardiamo le luci di Lewes ai nostri piedi, oltre le vetrate. Sembra di star sospesi nel cielo, in cima ad una foresta, un anticipo di paradiso, pensiamo sorseggiando vino in silenzio, e d’un tratto la voce della padrona di casa, Olivia, un’ombra accanto a noi nel buio del salone, dice come a conclusione di un suo ragionamento interno “Era venuta fin quassù, Virginia Woolf, per vedere quella villa, la Casa Bianca la chiamano” e la sagoma scura del suo braccio indica il profilo di una casa tra gli alberi oltre la vetrata laterale “Ma poi non l’ha comprata. Pare che nel diario abbia scritto che le ricordava troppo una certa atmosfera del Surrey.” Olivia ha un tono pensieroso, sta soppesando tra sé la stranezza di disdegnare la casa più ambita di una zona esclusiva per via di un brutto ricordo.
Noi nel Surrey non siamo mai stati, ma abbiamo letto i diari di Virginia Woolf e sappiamo della sua passione per le dimore e della cura quasi ossessiva con cui le sceglieva. Non ci sorprenderemmo di vedere la sua figura che si arrampica su per l’erta collina osservando attentamente i dettagli di ogni casa, valutando il taglio della luce e il silenzio attorno, la garanzia di solitudine e l’isolamento necessari. Immaginandosi come sarà leggere e scrivere in una di queste stanze.
Olivia annuisce con il suo fare trasognato e materno. Leggere tutti i Diari della Woolf deve sembrarle una bizzarria ancora più grande.
Lei viveva qui da bambina, racconta, ed è tornata da poco ad abitare nella zona con suo marito che lavora chiuso all’ultimo piano della casa con le sue sculture.
Con un movimento del capo indica un punto imprecisato tra le luci ai nostri piedi. “Per morire però ha scelto il posto più brutto…” Mormora e ci parla del tratto di fiume, qui vicino, dove la scrittrice è annegata, lo stesso dove lei, Olivia, andava a giocare da bambina. Da piccoli può sembrare anche un bel posto, lei ci andava con i suoi compagni a raccogliere i fossili, restavano sul greto per ore. Ma a rivederlo adesso è un posto desolato, con la pietra arida, una terra spoglia, neanche un arbusto. Un’oasi di desolazione in mezzo ad una natura rigogliosa.
Eppure nel film The hours sembrava così bello il fiume. Olivia scuote la testa: “Niente a che vedere. E poi nel film sembra che lei esca di casa e arrivi subito al greto ed invece ha dovuto camminare tanto, tanto.” Olivia tiene gli occhi fissi sul punto lontano, c’è un fondo di tenerezza e di perplessità nella voce forse per il ricordo dell’infanzia o per la figura che cammina a lungo nella campagna.
Non sapevamo che il fiume fosse qui vicino.
Olivia ci spiega che Leonard e Virginia Woolf avevano cercato a lungo una casa nella zona per essere vicini alla sorella di Virginia a Charleston, la villa di campagna dove si ritrovavano gli artisti del Gruppo di Bloomsbury. In un primo tempo avevano comprato un ex mulino nel centro di Lewes, poi hanno trovato Monk’s House, a Rodmell, a qualche chilometro da qui: è stata la loro ultima casa. Adesso appartiene al National Trust: il piano superiore è chiuso al pubblico: affittato ad un custode, ad una somma simbolica, che si occupa della manutenzione dell’edificio. Ma due giorni a settimana si possono visitare il piano terra, l’immenso giardino e il capanno in cui Virginia scriveva. Oltre al custode c’è un corpo di volontari, eccentriche volenterose figure lascia intendere Olivia, che prestano i loro servizi nei giorni di visita: in genere ammiratori della scrittrice, persone di una certa età che si portano tè e biscotti da casa e si siedono uno per ogni stanza a tenere d’occhio i visitatori, e ad intrattenerli, anche, a seconda dell’estro, in lunghe conversazioni.
Olivia nel pomeriggio, dopo il lavoro, ama passeggiare nella campagna, nei Downs, sterminate distese di verde ondulato, con il cane. Gli stessi percorsi di Virginia Woolf, immaginiamo, quando terminate le ore di scrittura camminava nel verde ripetendo talora certi passaggi per affinarne il ritmo, per trovare la chiave, il risvolto di un personaggio. Ci propone di andare l’indomani insieme a Monk’s House, una lunga passeggiata. Al mulino se vogliamo potremo andarci da soli al mattino, è a breve distanza da qui. Prima di salutarci per la notte, pensando di farci cosa gradita, Olivia ci dà un piccolo opuscolo scritto da Anne Olivier Bell, moglie del nipote di Virginia Woolf, e curatrice dell’edizione inglese dei cinque volumi dei diari.
Nella stanza degli ospiti c’è una piccola finestra che si affaccia sul giardino: fuori la notte e gli alberi, e il fiume lontano. La curatrice dei Diari racconta i dettagli del suo lavoro: Leonard Woolf in un primo momento, dopo la morte della moglie, aveva deciso di pubblicare solo alcuni stralci: quelli che riguardavano più propriamente l’aspetto della scrittura: considerazioni, commenti, note, il laboratorio della scrittrice, scartando ogni altro aspetto. Ne era venuto fuori A Writer’s Diary (Il Diario di una scrittrice tradotto recentemente in Italia da Minimum Fax). E da uomo pragmatico ed economico qual era si era limitato a tagliare con le forbici i pezzi da pubblicare. Poi negli ultimi anni della sua vita Leonard ci ripensa vuole che i diari siano pubblicati per intero: le persone di cui si parla sono scomparse e le pagine possiedono un valore letterario inestimabile. Così Ann Olivier Bell si ritrova davanti un compito immane, rincollare i pezzi, verificare riferimenti ad eventi e persone di cui si è persa ogni traccia. La curatrice parla dell’elemento della fortuna, della serendipità che nella ricerca è sempre arbitrario, ma immensamente prezioso. La consultazione manuale delle fonti le ha riservato infinite, impensabili scoperte. Su Virginia Woolf, dice la curatrice, esistono probabilmente più documenti che su qualunque altro autore inglese eppure ciò non è valso a contenere la valanga di congetture, supposizioni, false biografie, false affermazioni su di lei, sulla sua vita e la sua morte. Anzi nel tempo gli estratti dei Diari sono serviti ad avallare ogni sorta di ipotesi, ad alimentare virulente accuse agli eredi della scrittrice, che continuerebbero ad occultare materiali.
Mettiamo da parte l’opuscolo, le contese, l’accanimento. Ricordiamo solo il piacere tratto dalla lettura dei Diari: pagine affascinanti piene di osservazioni acute, di ironia, sconforto, propositi, umanità intensissima. Oltre la finestra sembra di sentirlo il fiume e passi leggeri nella notte.

 

L’indomani mattina, sbrigate in fretta le questioni che ci hanno portato qui, imbocchiamo il piccolo sentiero che costeggia il castello sulla collina più alta di Lewes, finchè d’un tratto nel muro appare un cancelletto di ferro nero, e oltre, tra i fiori e il verde, si intravede una strana costruzione esagonale, quasi tonda e delle lenzuola bianchissime stese al sole ad asciugare. Olivia ieri notte ci ha detto che l’attuale inquilina è una donna molto particolare. Se la si vede in giardino, in genere, è molto contenta di mostrare l’interno della casa, ma se in giardino non c’è non bisogna suonare al campanello. Non c’è anima viva né dentro né fuori, nel vicolo del castello. Fatto qualche passo ci accorgiamo di una targa dove sono riportate le parole con cui VW annota nel diario l’acquisto del mulino, ne registra la forma a mozzicone di sigaretta e la peculiarità delle stanze tutte tonde o semicircolari. Accanto su un tavolinetto basso accostato al muro di recinzione ci sono tre copie di un libro, sulla copertina il disegno della casa The Public Subscription Windmill and the Round House at Lewes, l’autrice è Annie Crowther, la proprietaria del mulino. Accanto ai libri una scatola di metallo stile liberty per i biscotti e una lavagnetta su cui è scritto. “Solo una sterlina. Costa meno del giornale. Lasciatela nella scatola”. Infiliamo una sterlina nella scatola e prendiamo una copia del libro. Dalla casa tonda e dal luminosissimo giardino non vengono segni di vita, scendiamo al ponticello sopra il fiume lungo la strada principale di Lewes. Ci sediamo su una panchina e sfogliamo il libro appena comprato. Attorno a noi altra gente è seduta davanti al fiume: funzionari eleganti, commessi, impiegati mangiano insalate dalle scatole da asporto o bevono cappuccini nei contenitori di cartone. Lanciano molliche nel fiume, ridono, parlano concitatamente fissando un punto dell’acqua. È così curato il ponticello da sembrare un giocattolo, un pezzo del Lego, e giocattoli sembriamo noi seduti nel sole sulle panchine. Ci aspettiamo di vederla apparire, Virginia, dalla svolta del fiume e scivolare sull’acqua ridendo verso di noi e sotto il ponte, agitando il braccio. Con indosso l’abito blu stinto e il cappello di paglia e le scarpe scalcagnate con cui, leggo, era andata la prima volta a vedere la casa tonda per acquistarla.
Nella piccola foto in fondo al libro, la proprietaria del mulino ha un viso davvero simpatico, una smaliziata nonna inglese, e ci dispiace non aver fatto la sua conoscenza. Scrive bene e il libro vale ben più di una sterlina. Racconta la storia dei proprietari che si sono succeduti al mulino, il capitolo su Virginia Woolf è breve, scopriamo che Virginia era arrivata a Lewes un pomeriggio in cerca di una casa da comprare, reduce da una visita alla sorella Vanessa a Charleston, a pochi chilometri di distanza. Lei e la sorella avevano discusso e il suo umore era turbato. La ragione della discussione era la copertina che Vanessa, pittrice, aveva disegnato per il libro Kew Gardens da poco pubblicato da Virginia. Virginia si era lamentata del disegno e Vanessa si era lamentata della qualità di stampa della Hogarth Press, la casa editrice fondata dai Woolf. Così Virginia, prima di riprendere il treno per Londra gironzola per la città di Lewes che quel giorno del giugno 1919 è tutta in fiore, il sole si riflette abbagliante sui vetri dei bovindi. Passa davanti all’ufficio immobiliare e l’agente le parla di una casa specialissima che crede le potrebbe interessare, anche se sulla casa c’è già un’offerta. Virginia va a vedere il mulino e lo compra su due piedi senza neanche consultarsi con il marito. Affascinata dalla struttura, dalla posizione, dalla forma delle stanze. Felice di aver trovato ciò che cercava, un posto dove scrivere, e di aver messo fine alle lunghe estenuanti ricerche. Una mattina tornano a Lewes lei e il marito perché Leonard possa vedere la proprietà acquistata. E proprio mentre salgono il colle notano l’annuncio di una casa che verrà messa all’asta a Rodmell, Monk’s House si chiama, è in campagna ed ha un grande giardino. Proprio ciò che cercavano.
Acquistata la casa di Rodmell, Leonard vende il mulino senza che lui e la moglie vi abbiano mai abitato. Tante ipotesi sono state formulate, dice l’autrice, se sia stato Leonard a influenzare Virginia o se lei stessa, come scrive nel diario, tornando in una giornata senza sole non fosse riuscita a ritrovare il fascino delle stanze. Avesse trovato misero il giardino, e misera la vista.
E, di certo, pensiamo noi, levandoci dalla panchina, pregustandoci la passeggiata verso Rodmell, seduta al tavolo immaginario nella sua stanza circolare avrà sentito la mente vuota, le mani inerti. Tanta gente qui attorno, tante voci, poco silenzio.

(1. continua)

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