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Le piante e il tempo.

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I think that I shall never see A poem lovely as a tree… [Joyce Kilmer in Trees (1913)]

I think that I shall never see
A poem lovely as a tree…

[Joyce Kilmer in Trees (1913)]

Viviamo insieme alle piante da così tanto tempo (come specie umana, intendo) che quasi potremmo pensare a loro come entità conosciute, coabitanti, vicini di casa: quasi da non farci più caso. Non facciamo abbastanza attenzione al loro essere vive in una dimensione e in un modo completamente diversi dal nostro; raramente ci fermiamo a riflettere – travolti come siamo da cure più pressanti – sui loro bisogni e sulla loro sensibilità.
Può essere una sequenza di pensieri che si innescano per caso, in una mattinata fredda di gennaio, prendendo la strada di tutte la mattine, che giorno dopo giorno porta a passare davanti alle stesse piante.
Guarda – si pensa – è gelata; questa non ce l’ha fatta… Una pianta, un albero, non possono scappare, o mettersi al riparo, quando fa troppo freddo. Sfogliare in tempo, possono, e alcune piante lo fanno; o rivegetare ogni anno dalle radici rimaste sotto terra. Ma di tanto in tanto qualcosa non funziona: è un fatto che ogni stagione lasci dei morti, al suo passaggio.
Si percorre la stessa strada anche d’estate e quasi automaticamente si registrano gli effetti della siccità: le foglie pendule, opache, poi accartocciate e completamente secche. Anche in questa occasione, piuttosto che improbabili misure di pronto soccorso idrico, si pensa alla ricerca che le radici stanno facendo in proprio, per cercare negli strati più profondi del terreno qualche stilla di umidità per sopravvivere… e per quanto possibile si fa il tifo.
È necessario un certo grado di empatia con le piante per avere questi pensieri; qualcuno potrebbe pensare che sia un dono del cielo, o una predisposizione. Invece è un’altra di quelle cose che si possono imparare.
Tempo fa avevo dei pregiudizi nei confronti dei bonsai; mi sembrava una forzatura della natura, una violenza gratuita. Poi ho letto un racconto, che mi ha fatto vedere le cose da un diverso punto di vista. A questo servono i libri: quelli importanti che mettiamo da parte e ricordiamo lungo tutta una vita, e che ci fa piacere partecipare.
Parla di una donna con un male dentro e di un uomo scontroso che ha per compagno un albero alto 5 metri e lo chiama bonsai (!)

Bonsai di ginepro (Juniperus communis – Fam. Cupressaceae) coltivato in un vaso appositamente modellato. Sono visibili delle parti ‘a legno secco’ – Jin – e la presenza del filo di rame per piegare i rami nella direzione voluta

Sebbene il termine bonsai (composto da due ideogrammi: bon, piccolo vaso e sai, coltivare) indichi la coltivazione in un piccolo vaso di piante miniaturizzate, il termine è estensivamente usato per indicare una educazione della pianta secondo il senso estetico ed il reciproco influsso tra l’uomo e la natura, caratteristici delle filosofie orientali. Qui un grande esemplare di Loropetalun chinensis – Fam. Hamamelidaceae

“ […] Solo il compagno di un bonsai – vi sono anche dei proprietari di bonsai, ma appartengono ad una categoria inferiore – comprende pienamente quel rapporto. Vi è una natura esclusiva ed individuale dell’albero, perché è una cosa viva, e le cose vive cambiano e vi sono modi ben definiti in cui l’albero desidera cambiare. Un uomo vede l’albero, e la sua mente opera certe estensioni ed estrapolazioni di ciò che vede, e si accinge a realizzarle. L’albero, a sua volta, fa solo ciò che può fare un albero, e resiste ad ogni tentativo di fargli fare ciò che non può, o di farglielo fare in meno tempo di quanto gli occorra. Perciò la formazione di un bonsai è sempre un compromesso ed è sempre una collaborazione. Un uomo non può creare un bonsai, e non può farlo un albero: sono necessari entrambi, e debbono capirsi. Occorre molto tempo per riuscirvi.
L’uomo impara a memoria il suo bonsai, ogni ramoscello, l’angolazione di ogni crepa e di ogni ago, e quando rimane sveglio una notte, o in un momento di pausa, a mille miglia di distanza, ricorda quella linea o quella particolare piega, e fa i suoi progetti. Con il filo di ferro e l’acqua e la luce, inclinandolo o piantando erbacce che sottraggono l’acqua, o mettendo strati pesanti di sfagno che ombreggiano le radici, spiega all’albero ciò che vuole, e se la spiegazione è abbastanza chiara, e se la comprensione è abbastanza viva, l’albero reagirà e obbedirà.
Quasi. Vi sarà sempre una variazione individuale, piena d’amor proprio:
– Bene, farò quello che vuoi tu, ma lo farò a modo mio –
E per queste variazioni, l’albero è sempre disposto a presentare una spiegazione chiara e logica e molto spesso – quasi sorridendo – farà capire all’uomo che avrebbe potuto evitarla, se avesse compreso meglio.
E la scultura più lenta del mondo, e qualche volta non si sa bene che cosa venga scolpito, l’uomo o l’albero.”

[By Theodore Sturgeon – Slow sculture; Hugo Awards: XXIX Convention – Boston, 1971; Scultura Lenta in: Asimov. I premi Hugo; Ed. Nord (1978)]

Come l’uomo e gli altri esseri viventi, come i pianeti e le stelle, le piante hanno dei cicli; tipicamente legati alle stagioni e ben più marcati di quelli umani. A chi vive in campagna o ha occhio e sensibilità adeguati, le variazioni di aspetto delle piante al variare delle stagioni ricordano – e con discrezione sottolineano – il passare del tempo. La sottile malinconia che colleghiamo all’autunno e alla caduta delle foglie, la spinta vitale della primavera, hanno una cornice e un’eco nei corrispondenti eventi del mondo vegetale.
Le cure delle piante hanno le loro urgenze, ogni lavoro il suo tempo; quando è passato non si può tornare indietro. Le piante vanno potate prima dell’inizio della fase vegetativa, che corrisponde alla montata della linfa, altrimenti – dicono i vignaioli – la vite ‘piange’: il taglio continua a gocciolare per giorni e giorni (…quello che per un umano corrisponde ad una emorragia).
Non si può posticipare il raccolto: i tuberi imputridiscono sotto terra, i pomodori diventano molli, la frutta marcisce e cade.
Le piante mantengono memorie che noi abbiamo rimosso.
C’è una ‘archeologia dei giardini’ – ricostruire il disegno e gli intendimenti originali dei parchi storici. Ma anche nel piccolo di un giardino o sul terrazzo di casa, a volte ritroviamo – a distanza di tempo o dopo un’assenza – una pianta che avevamo dimenticato, un profumo, una madeleine vegetale che ci riporta indietro nel tempo; a persone che non ci sono più, che avevano lasciato proprio lì un segno, una loro memoria.
Gli alberi hanno anche un altro modo di mantenere il ricordo: le loro storie sono scritte nei cerchi del tronco. Era un gioco che si faceva con la maestra delle elementari ricavare, dalle sezioni di tronco prese in segheria, le informazioni sull’età della pianta e le altre notizie che quei cerchi concentrici potevano dare: se una certa stagione era stata secca o piovosa, i segni di un attacco di parassiti, quelli di un fulmine. Storie di individui-alberi capaci di scatenare la fantasia dei bambini di una volta, ma anche un modo per la scienza moderna – la dendro-climatologia – di ricavare informazioni climatiche sul passato del pianeta attraverso lo studio dei cerchi di accrescimento dei tronchi degli alberi (fossili o di epoca databile): tanto è stretto il collegamento tra il mondo vegetale e la sopravvivenza della specie umana.

I giganti della Terra. Che le piante abbiano una durata di vita diversa da quella degli umani non è un fatto da poco. Perché a diverse caratteristiche biologiche, organi di senso e connessioni neurali – è una lezione della biologia comparata – corrispondono proprietà diverse. Forse con implicazioni che neanche immaginiamo.

Uno dei più grandi alberi del mondo: il Ficus religiosa, Fam Moracee, del giardino botanico di Peradeniya a Kandy (Sri-Lanka): (‘religiosa’ perché sotto la sua ombra trovavano riparo i pellegrini o perché alla sua ombra il Buddha ricevette l’illuminazione). L’area coperta dall’albero è di circa 2000 m2. Tipicamente questi Ficus sorreggono le loro grandi chiome con radici pendule che successivamente radicano nel terreno e formano tronchi accessori

Di un altro racconto mantengo un ricordo molto vivo, per avermi fatto intravedere una relazione nuova tra il tempo degli uomini e quello delle piante…
[Ha un incipit intrigante] “L’uomo morto se ne stava ritto in piedi in una piccola radura della giungla rischiarata dalla luce della luna, quando Farris lo vide. […] Se ne stava ritto senza appoggiarsi a niente, gli occhi sbarrati che fissavano senza batter ciglio innanzi a sé, un piede leggermente alzato. E non respirava.
– Ma non può essere morto! – esclamò Farris – I morti mica se ne vanno in giro per la giungla!”

[E continua… Provo a farne una sintesi] Quello che Farris vede – siamo nelle foreste del Laos, lungo il bacino superiore del Mekong, ancora largamente inesplorate – è un indigeno, e sembra immobile; ma avvicinandosi di più si accorge che, anche se lentissimamente, si muove. Il piede che prima era sollevato ora ha toccato terra, le palpebre si chiudono e si aprono, ad un ritmo estremamente lento, quasi impercettibile. L’uomo è incuriosito, vorrebbe capire e saperne di più, ma i portatori sono impauriti e lo convincono a non toccarlo.
– È hunati – dicono – Quest’uomo è hunati, non toccarlo! …anche gli animali si tengono a distanza –
Sebbene a malincuore, l’uomo dà loro ascolto.
È l’inviato di una grossa società di import-export di legnami e si trova in Indocina a rilevare un altro agente della Compagnia, che ha spedito rapporti sempre più radi, fino a cessare ogni trasmissione. Lui ha il compito di capire cosa è successo e se possono esserci problemi che pregiudichino la regolarità delle forniture.
La storia è complessa; l’uomo arriva nella località che gli è stata indicata e trova l’altro agente vago e reticente, dall’aspetto emaciato e febbrile, stranamente reattivo sulla possibilità di continuare a tagliare gli alberi. Sembra in preda ad una ossessione sconosciuta. Ha una sorella con sé, che lo accudisce, ma anche lei è disperata e allo stremo. Insieme – il nuovo arrivato e la sorella – assistono ad una delle crisi dell’uomo che sotto l’evidente influsso di una droga, assume uno sguardo fisso e lo stesso aspetto dell’indigeno incontrato nella pianura: quasi immobile, i movimenti lentissimi, i battiti cardiaci appena percettibili, tutte le funzioni vitali rallentate all’estremo.
[Condenso il più possibile] La droga è stata sviluppata da una cultura animistica molto antica; chi la assume acquisisce un rallentamento tale delle funzioni vitali che permette di entrare in comunione con ‘i Giganti della Terra’, alberi antichissimi depositari di una coscienza sovra-umana e per ciò stesso sovranamente indifferente agli uomini.
In un passo successivo del racconto il protagonista è egli stesso sotto gli effetti della droga, che gli è stata iniettata per renderlo inoffensivo. Partecipa ad una cerimonia in una radura e ai suoi occhi rallentati gli eventi comuni assumono un ritmo del tutto diverso: i giorni e le notti si susseguono velocemente, gli altri umani appaiono come marionette che si muovono a velocità folle. Il tempo è quello degli alberi – su cui incombe una minaccia terribile – e la loro voce, i loro movimenti, assumono ora un significato comprensibile e solenne.

Estratto e riassunto da: Edmond Hamilton – Hunati (1969) – In: Elwood R., Moskowitz S. (Eds.) Alien earth and other stories (Anthology) – “Urania” (rivista di Fs – Periodici Mondadori); Febbr. 1976

È un racconto suggestivo che apre una quantità di speculazioni, abbastanza realistiche: che entità senzienti diverse e tra loro non interferenti possano convivere senza consapevolezza reciproca.
Un universo ‘fuori misura’ rispetto ai parameri umani: più longevo, più grande e lento. Potrebbe essere il mondo degli alberi, oppure l’intero nostro pianeta visto come organismo unitario (Gea), o entità astrologiche aliene. Come dire che perché due specie viventi si accorgano l’una dell’altra è necessario che non solo condividano lo stesso spazio-tempo, ma anche che le velocità, il life-span, i pensieri, siano sincronizzati.

Tra le piante più antiche della terra ci sono le sequoie del Sequoia National Park (Giant Forest), in California, che solo per un caso si salvarono dalla distruzione, alla fine del secolo scorso. Gli esemplari hanno un’età che oscilla tra i 2500 e i 3000 anni e sono imponenti.

Queste sequoie (Sequoiadendron giganteum, Fam. Cupressaceae) giungono ad avere un diametro fino a 32 m. alla base, ed un’altezza fino a 83 m. Sono considerati gli esseri viventi più grandi del pianeta

Gli alberi e la città perduta. Angkor emerge dai miei ricordi come un nome mitico: – …La citta’ perduta di Angkor …La foresta inghiotti’ la citta’ di Angkor e tutti i suoi segreti…
Un po’ Libro della Jungla, un po’ Macondo, qualche ricordo di un vecchio numero di “National Geographics”; forse anche una vecchia avventura dai primi numeri italiani di Paperino e Paperone, quando i due, insieme a Qui Quo Qua, alla ricerca di favolosi tesori sepolti, fanno crollare dietro di loro l’ultimo passaggio …E la vegetazione si chiuse sopra la città e la nascose per sempre ad occhi umani…
L’immaginazione funziona come molla; nella realtà c’è un viaggio in Cambogia, un breve soggiorno nella capitale Phnom Penh e la ricerca di un modo per raggiungere Siem Reap, che è il centro più grande adiacente alle rovine di Angkor.

Mappa dei luoghi menzionati nel testo (da Wikipedia, modif.). Il sito più grande di Angkor – adiacente a Siem Reap – è Angkor Vat (il tempio della città), il più grande monumento religioso della storia dell’umanità.

Si scarta subito l’aereo e si scopre che c’è un passaggio veloce per la via d’acqua: un grande aliscafo che da Phnom Penh risale il Mekong, o meglio un affluente di questo, il Tonle sap river, che con un percorso di 110 Km si versa nel più grande lago del sud est- asiatico.
Il viaggio dura ancora a lungo (5 ore in tutto) all’interno del Tonle Sap (Grande Lago), grande come un mare, fino all’approdo in un posto sudicio: un villaggio galleggiante e la baraccopoli retrostante. Un caos di fanghiglia, folla, mezzi di trasporto di ogni tipo: biciclette, moto-taxi, tuk-tuk, macchine; perfino dei grandi torpedoni venuti per lo sbarco dei turisti. Il tutto mobile e provvisorio in relazione al livello del fiume. L’odore e’ quello dei pozzi neri delle latrine di campagna (..che conosciuto una volta non si scorda più). Tanti bambini, nudi e coperti di polvere. “La strada”, che è anche mercato, parcheggio, e spazio di contrattazione, non e’ una strada in realta’, ma un letto di fango e polvere: quello che si ritrova sul fondo, quando il lago si ritira.
Siem Reap è a qualche chilometro di distanza e funziona da base per le escursioni al complesso monumentale di Angkor, che si estende su un’area enorme, di 400 chilometri quadrati, inclusa una zona di foresta, e contiene i resti monumentali di tre differenti capitali dell’impero Khmer, tra il IX e il XV secolo. Esso è dal 1992 ‘mankind heritage’, patrimonio dell’umanità sotto la tutela dell’UNESCO.
Uno spettacolo ineguagliabile, in effetti, che fa venire tanti pensieri…
Un po’ si disperde, la potenza del mito, quando si decide di venir a vedere di persona cose per tanto tempo solo immaginate. Non fa gran piacere sentirsi parte di un turismo di massa – ma qui più che altrove selezionato da un genuino interesse per i luoghi – anche se si capisce che i proventi del turismo sono necessari al mantenimento dell’impresa. Disturbante è anche il ricordo dei massacri di massa da parte dei Khmer rossi e delle distruzioni (di monumenti e memorie) avvenute sotto quel regime in tempi neanche troppo lontani (1976 – ’79). Tra l’altro la Cambogia è uno dei terreni più infestati da mine anti-uomo dell’intero sud-est asiatico – land mines: a Siem Reap c’è un coinvolgente museo – e in numero delle persone morte o menomate ogni anno (soprattutto bambini) è molto alto.
Ma tutte queste considerazioni dileguano alla vista delle rovine.
È stato fatto negli anni – dall’epoca della riscoperta del sito archeologico da parte del francese Henri Mouhot, alla metà dell’ottocento – un enorme lavoro di disboscamento, per strappare palmo a palmo ad una vegetazione tropicale invasiva le costruzioni che essa aveva prima infiltrato e coperto; poi inglobato e fatto sparire. Per analogia si pensa agli antichissimi e antichi insediamenti del Guatemala e dello Yucatan, alle piramidi Maya e Azteche di cui solo di recente si è sospettata l’esistenza dalle vedute aeree, che dimostravano inconsuete elevazioni nel fitto della giungla.
I monumenti di Angkor costituiscono un’architettura assolutamente originale, in arenaria e laterite, ingrigite e corrose dal tempo. E la presenza degli alberi! …Mai visto prima un viluppo di vegetazione come al sito di Ta Phrom, dove sono le radici delle piante a tenere insieme le pietre, ma al contempo le divaricano, le spostano, fanno assumere ad esse angolazioni incompatibili con la statica del mondo fisico. Mai come qui, tra i pensieri sulla caducità delle opere umane, si insinua quello di una arcana sinergia, una collaborazione; come se la natura avesse inglobato per proteggere, conservare, le reliquie di un mondo perduto.
Il protagonista principale delle rovine di Angkor, soprattutto a Ta Phrom, è un albero di origine sud-americana (Ceiba pentandra), ormai perfettamente acclimatato nelle regioni tropicali del sud-est asiatico tanto da esserne divenuto quasi l’emblema. La Ceiba è un albero maestoso, già sacro nella mitologia maya, secondo cui é l’“albero della vita”, che mette in connessione il mondo sotterraneo con il cielo.

L’albero le cui radici infiltrano – ma al contempo tengono insieme – alcuni dei monumenti di Angkor è Ceiba pentandra, Fam. Malvaceae (anche conosciuto come Kapok o Silk cotton tree)

Ta Phrom è dei vari complessi monumentali di Angkor quello maggiormente caratterizzato da una sconcertante simbiosi tra il regno vegetale e gli elementi di pietra: giganti tra i quali la presenza umana ha le proporzioni che una intrusione di formiche potrebbe avere ai nostri occhi

Altre piante tipicamente invasive e avvolgenti (qui le loro radici sono sovrapposte a quelle di un Kapok ) sono varie specie di Ficus [Ficus religiosa (pipal) e Ficus bengalensis (banyan)]

Ci sono luoghi – Angkor è uno di questi – in cui la trama del tempo sembra assottigliarsi fino quasi a lacerarsi. In improvvise e folgoranti sovrapposizioni con il presente: un taglio di luce al tramonto, un volto di pietra ricordato da un sogno, un cortile deserto – solo pietre e piante – che sembra animarsi di presenze umane e rivivere.

Cominciano ad essere visibili le prime stelle. La macchina del tempo prende a ronzare…

“…Histories of ages past
Unenlightened shadows cast
Down through all eternity
The crying of humanity.
Hurdy gurdy, hurdy gurdy, hurdy gurdy, gurdy.. He sang…”
[Da: Hurdy-gurdy man (L’uomo dell’organetto) – Song by Donovan (1968)]

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