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Alessandro Panicola: l’ingegnere della Bossa Nova

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Stavo lì quasi senza intenzione perchè non pensavo che il concerto si trasformasse in incontro. Arrivo in ritardo ed entro di “sgarro”… pago pago certo che pago. La saletta è...

Stavo lì quasi senza intenzione perchè non pensavo che il concerto si trasformasse in incontro. Arrivo in ritardo ed entro di “sgarro”… pago pago certo che pago. La saletta è piccola ed io non ho prenotato, però chissà…, abito a due passi, il paese è piccolo e la gente mormora… e si conosce: vabbè entra, però non sederti!
Io anche in piedi mi rendo conto che un brasiliano bruno di pelle con un grosso toupet sulle spalle sta sussurrando con la voce e con le dita e la chitarra, davanti un pubblico attento e la luce soffusa. È dolce la lingua e la canzone. Ma io mi siedo: succede quando si rivolge al pubblico con accento nostrano. Guarda guarda qui la cosa si fa interessante! Se uno nasce da tutt’altra parte e “sente” la Bossa Nova con tale intensità e forza, sicuramente c’è una passione dietro, una sapienza… un incontro.
Nessun prenotato reclama la sedia e mi sento tutti i brani, anche quelli più noti, anche Pino Daniele e Mina fino al coinvolgimento del pubblico quando scopro che i miei compaesani son tutti musicisti. Io non so ad Udine ma qui al ritmo di – ca-còcciolo cacòcciolo – suonano tutti. Guarda Fiorella come muove bene l’”uovo”! E quell’altro non è il padre delle sorelle… come si chiamano… Ha un suono umano lo strumento in mano al dottore… pelle di gatto?! Poi una comincia a ballare, muove il bacino come le mani del percussionista sul tamburo; chissà chi è… parecchio disinvolta, magari è straniera!

Alessandro Panicola quanti anni hai? Agrigentino di nascita e palermitano d’adozione?
Ho compiuto da poco i miei 33 anni.
Sono nato il 21 giugno del ’74, solstizio d’estate, giorno più lungo dell’anno (io che praticamente vivo di notte).
Non ne capisco granché ma gli esperti mi dicono che sono gemelli ascendente gemelli, e così si spiegherebbero le mie molteplici passioni.
In realtà sono nato per caso a Palermo (una città con cui ho iniziato da subito un rapporto di odio-amore), la mia infanzia e la mia adolescenza sono però assolutamente agrigentine. Sono cresciuto all’ombra dei templi e del pino di Pirandello (e non è una metafora) e da questi mi scopro tanto più definito quanto più vado avanti con gli anni.
Non saprei come dire… ma la luce lì è diversa, ha veramente qualcosa di metafisico e soprattutto il mare è aperto.
Poi mi sono trasferito a Palermo per l’università e qui ho vissuto in seguito a meno di qualche lunga parentesi romana e newyorkese.

Quando sono arrivata l’altra sera non avevo dubbi che fossi brasiliano: l’aspetto, i capelli….Tutto ciò è studiato o saresti così in ogni caso, anche se suonassi il rock?
A volte anch’io mi confondo… Tuttavia, riguardo al mio aspetto credo che rispecchi molto il mio stato mentale di apolide, i newyorkesi mi prendono per colombiano, i colombiani per messicano, alcuni mi vedrebbero bene in Grecia, i greci mi prendono per arabo e gli arabi per spagnolo, una volta ad Istanbul mi trovavo a visitare un monastero islamico e dei turisti tedeschi vollero farsi con me una foto, poco dopo capii che mi credevano un sufi… Misteri della globalizzazione.

Parli il portoghese?
Il portoghese (brasiliano) l’ho imparato innanzitutto ascoltando le incisioni e traducendone i testi, poi sforzandomi di parlarlo ad ogni occasione con i miei amici brasiliani.
Nell’ordinarietà non è che lo parli perfettamente, ma in tutto ciò che riguarda la musica sì: non canto un brano se non lo conosco esattamente a memoria e non mi immedesimo con il contenuto e le immagini (infatti la mia gestazione musicale è molto lenta). In questo credo di essere, senza falsa modestia, più brasiliano dei brasiliani.

Ho letto di te: ingegnere di titolo, fisico per hobby, musicista nell’animo. Giusto?
Cosa mi dici dei legami tra musica, fisica e matematica?

Questa è una storia di contorsioni e di imprevisti.
Ho sempre ascoltato molta musica e fin da ragazzo mi sentivo attratto dalle armonie piuttosto che dalle melodie.
Ascoltavo di tutto da Bach ai Van Halen da Battiato a Prince ma il mio cuore era completamente affascinato dalla musica classica dei primi del ‘900 quindi Debussy, Ravel, Satie, Bartok, Dvorak… e ovviamente dalla musica corale.
Finalmente a diciotto anni, appena arrivato a Palermo per l’Ingegneria, mi iscrissi ad un coro polifonico, avevo però un grosso handicap: non avevo mai visto prima uno spartito!
Era il primo anno di ingegneria e avevo appena comprato una calcolatrice scientifica, una HP, allora i computer non avevano la diffusione attuale e io ero tra quelli che non ne disponevano. Smanettando con la mia calcolatrice scoprii ad un certo punto che questa poteva emettere delle frequenze, mi si illuminarono gli occhi e misi a punto un sistema farraginoso ma efficace e soprattutto veloce per poter cantare nella sezione dei tenori pur non sapendo leggere le partiture.
Calcolai la frequenza delle note della scala temperata e programmai la calcolatrice in modo da associare un tempo ad una frequenza, poi trasformavo lo spartito in un prodotto matriciale – vettore note per matrice tempi -, in questo modo la calcolatrice eseguiva la parte che avrei dovuto cantare e io la imparavo tutta a memoria.
Ricordo che con questo sistema riuscii a cantare parecchie composizioni corali anche molto complesse come il Magnificat di Bach per coro e orchestra o la Messa dell’incoronazione di Mozart o ancora il Gloria di Vivaldi…
Insomma, di necessità virtù, quello fu il mio primo approccio “serio” con la musica. Da li si spalancò davanti a me un mondo meraviglioso ed insospettato, perchè a me piacevano tanto gli studi scientifici e per la prima volta le mie due passioni si intrecciavano. Così ho iniziato ad interessarmi dei legami tra musica, fisica e matematica rimanendo però soltanto un ascoltatore, uno che della musica ne fruisce insomma. Il mio tempo era indirizzato agli studi scientifici che portavo avanti con passione e ottimi risultati e nei miei pensieri non c’era l’idea di passare la linea e diventare un musicista.
Tutto questo fino a quando nella mia vita non irruppe la Bossa.

Come ti sei avvicinato a questo tipo di musica? Quali sono i tuoi autori di riferimento? Quale filosofia, “struttura di pensiero”, modo di intendere la vita c’è alla base della Bossa Nova?
L’incontro fatale accadde per caso con la figura più enigmatica e complessa della musica brasiliana: João Gilberto, lo straordinario musicista che è allo stesso tempo l’ideatore e l’apostata della Bossa Nova.
Fu l’ascolto di una sua incisone dal vivo, soltanto chitarra e voce, a modificare il corso della mia vita.
In João trovavo finalmente sintetizzata ogni mia idea di musica: la ricchezza armonica, la complessità ritmica, il canto sussurrato e dissonante ma estremamente intonato… il tutto amalgamato in una estetica estrema, essenziale ed anti-spettacolistica; semplice ed elaborato, ovvio e geniale, erudito e popolare insieme.
In questa forma la musica è venuta a prendermi e io ne faccio una “proclamazione di fede musicale” per questo sento mia una frase di Caetano Veloso, il suo discepolo più illustre, «meglio della musica c’e soltanto il silenzio, meglio del silenzio solo João».
Ricordo ancora con commozione la prima volta che misi su quel cd comprato per caso – non sapevo neanche chi fossero João Gilberto e la Bossa Nova – semplicemente mi aveva incuriosito la copertina. Attraversavo allora un periodo molto drammatico e buio, mi ero rinchiuso in una stanza dalla quale raramente uscivo, faticavo anche ad aprire la serranda e avevo tagliato tutti i rapporti umani tranne quelli con i miei familiari.
Avevo 25 anni e quel disco probabilmente mi salvò la vita riportandomi alla bellezza.
Questa è in sintesi la mia storia: la musica è venuta a prendermi ed ha chiesto poi un riscatto alla scienza, ma io, come a volte accade, mi sono innamorato della mia rapitrice e non voglio più essere liberato.
Da qualche tempo mi sembra che le mie due pretendenti stiano trovando un’intesa, anche perchè sono gemelle siamesi!
E così accanto alla frenetica attività di musicista mi trovo a tenere seminari sulla Fisica della Musica al Dipartimento di Scienze Fisiche ed Astronomiche dell’Università di Palermo (che tengo ovviamente corredati di libri di analisi matematica, chitarra, percussioni e stereo).

Mi puoi dire come si chiamano gli strumenti che usate? In particolare quello fatto con la pelle di gatto (è vero?) che produce un rumore particolare, quasi umano, e “l’uovo” che invitavi benissimo a suonare al ritmo di “cacòcciolo” e poi gli altri che hai distribuito al pubblico?
Quella con la pelle di gatto è la cuica, capisco bene che potrebbe impressionare, ma la cuica è una percussione strana perchè non va percossa ma sfregata. Al centro della pelle è fissato un bastoncino di legno che viene frizionato con una pezza umida, la pelle di gatto è più ruvida di quella di vitello per questo è più adatta ad uno strumento del genere.
Anche nella nostra tradizione popolare si trovano strumenti simili, che vengono usati nelle tammuriate del meridione d’Italia, si tratta di tamburi dai nomi pittoreschi a seconda della regione: caccavella, putipù, cupi cupi…
Poi dietro la scelta della pelle di gatto c’erano all’origine anche arcani motivi rituali e religiosi.
Il mondo delle percussioni ci restituisce informazioni antropologiche notevoli, in fondo le percussioni hanno tutte una radice comune che poi si modifica da paese a paese a seconda della diversa sensibilità musicale.
Così per esempio il TamTam africano in Brasile diventa Timba o Rebolo de mão con due pelli, una esterna ed una interna, per avere un suono più grave; generalmente i percussionisti di strada utilizzano come esterna quella che noi in Sicilia chiamiamo la “n’ceratina da tavola”. Anche l’ovetto il cui nome tecnico è Chocalho in Brasile diventa di latta o allumino per avere un suono più sensuale e rotondo, si suona al ritmo di cacoccioli perchè il samba è sdrucciolo quindi cacòccioli cacòccioli e non cacocciòli cacocciòli (o se vuoi anche curiosamente panìcola panìcola).
Poi ce ne sono tantissimi altri: Pandeiro, Tamborim, Agogò, Caixixi… ognuno con la sua storia, ma rischierei di scrivere un trattato.

C’è una canzone famosissima in cui l’autore, se non ricordo male ciò che hai detto durante il concerto, elenca il materiale con cui costruirà la sua casa. Come si chiama?
La canzone si intitola Águas de março ed è indicativa della creatività assoluta di Jobim che in effetti prese spunto dalla lista dei materiali da costruzione della sua nuova casa.
Ha una struttura semplice e complicatissima insieme, anche molti musicisti italiani si sono cimentati (a mio parere senza successo) a tradurla e cantarla, credo che ne abbia inciso una versione anche Mina.
Ecco, questo è un brano in cui ci si potrebbe addentrare con una analisi matematica e fisica interessantissima, nei miei seminari a Fisica lo faccio sempre perchè è semplicemente geniale… non c’è altro da dire.

Suoni sempre con Ze’ Carlos? Lui è brasiliano?
La collaborazione con Zé Carlos è iniziata circa tre anni fa, tra noi c’è una grande affinità musicale e d’animo.
In verità Zé nasce come batterista ma per accompagnare la mia musica abbiamo creato col tempo una specie di ibrido una “batteria di percussioni”. Avrete notato per esempio che invece della grancassa usa la Timba che ha un suono molto più grave e lungo e che dà alla ritmica quello che i brasiliani chiamano il balanço, il rullante è più piccolo ed è dotato di piattelli a mo’ di pandeiro…
Zè unisce l’abilità del percussionista alla sensibilità del batterista e soprattutto ha capito è condivide quella che è la mia idea di musica. Poi anche lui è un personaggio da rischiatutto: per molti anni è stato disegnatore meccanico a San Paolo, la sua città, con posto fisso e stipendio da capogiro – riferito alla media brasiliana – poi ha deciso di lasciare tutto per seguire la musica e trasferirsi a Salvador de Bahia dove ha vissuto per quasi vent’anni prima di trasferirsi in Italia.
È paradossale ma Zè è venuto qui per continuare a suonare quella stessa musica brasiliana che in Brasile non si suonava più (qui si aprirebbe un discorso lunghissimo).

E la rassegna “Musica da bere”?
Quando i miei conterranei mi chiedono che lavoro fai? Rispondo: il musicista. Le repliche sono così ripartite: 85%: sì sì… ma di lavoro? 13%: …e di giorno? 2%: silenzio ed espressione perplessa.
Credo che questo basti per descrivere quella che nella nostra terra è la considerazione della musica e dei musicisti.
Da una impostazione del genere non può che venirne fuori un autentico disastro culturale, strutturale, gestionale, musicale, economico, artistico ed umano.
In questo magnifico contesto, “Musica da bere” era un’idea partorita insieme a Lorenzo Quattrocchi, titolare del Mikalsa – un ottimo bar a bière palermitano.
L’intento era quello di creare un ideale “luogo musicale” in cui fosse possibile non soltanto suonare musica ma soprattutto ascoltarla, sostenendo e ricostruendo la comunicazione emotiva tra chi fa arte e chi ne fruisce.
Questa comunicazione sembrerebbe un’ovvietà ma non lo è affatto, soprattutto per la pessima abitudine tutta nostrana di considerare la musica, e chi la suona, come un semplice riempitivo da sottofondo alla conversazione a meno di quella eseguita invece nelle sedi istituzionali.
Allora, anche a rischio di essere impopolari, abbiamo iniziato un lento lavoro di educazione all’ascolto: pur trattandosi di un locale pubblico, tutti gli intervenuti venivano caldamente invitati a spegnere il telefono cellulare e soprattutto a tenere un tono di conversazione adeguato. Insomma, il coraggio di dire in una birreria: signori da adesso in poi state zitti perchè dei musicisti suoneranno per voi.
L’iniziativa ha riscosso il consenso di un vasto pubblico che ha ritrovato finalmente un luogo in cui poter gustare la musica live senza il disagio connesso all’eccessivo brusio. I musicisti d’altra parte erano entusiasti di potersi esibire riacquistando la dignità di artisti piuttosto che essere relegati all’ormai consueto ruolo di intrattenitori.

Com’è il tuo pubblico?
Il pubblico che mi segue è molto assortito sotto tutti i punti di vista.
Sicuramente però c’è un denominatore comune perchè si tratta di persone “armoniche” cioè di individui che nella musica godono delle armonie piuttosto che delle linee melodiche e che conseguentemente hanno nei confronti della musica un atteggiamento di abbandono piuttosto che di dominio.
Io sento molto questo aspetto e anche il mio modo di suonare cambia in relazione al tipo di pubblico.
A volte si verificano concomitanze meravigliose, come quella dell’altra sera, e allora mi piace andare oltre l’esibizione e coinvolgere la gente in una sorta di improvvisazione di poesia collettiva.
Questa è la cosa che mi rende più felice e certo di essermi abbandonato tra le grinfie della rapitrice Musica: quando la gente mi sorride o si commuove alle mie note.

Concerti? Progetti?
Adesso ho una estate fitta di concerti in giro per la Sicilia e l’Italia. Mentre in autunno dovrei fare un’escursione musicale in nord Europa.
Progetti? Io ho una grande virtù ed un grande difetto.
La virtù è la pigrizia, il difetto il perfezionismo. È un cocktail micidiale che purtroppo rende ogni mio passo molto lento e meditato. Ci vorrebbe un’incisione… prima o poi arriverà, come anche il sito, il soggiorno in Brasile e anche la fidanzata… come sempre, si vedrà…

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