Lidia Ravera: “Venti romanzi dopo”

di

Data

Alla fine degli anni settanta, sotto il banco di molti studenti era nascosto il libro Porci con le ali, manifesto delle battaglie che la generazione post sessantottina portava avanti.

Alla fine degli anni settanta, sotto il banco di molti studenti era nascosto il libro Porci con le ali, manifesto delle battaglie che la generazione post sessantottina portava avanti. Nel testo la voce femminile è quella di Antonia, pseudonimo di Lidia Ravera.
Giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, intellettuale attenta alle trasformazioni della società e osservatore particolarmente sensibile alle problematiche dell’universo femminile, Lidia Ravera non ha bisogno di formalità, si siede su un muretto e parla con noi della scrittura e del suo mondo.

Dietro la creazione di Porci con le ali c’era l’intenzione di realizzare un libro cult?
Non c’era alcuna intenzione dietro Porci con le ali. In quel periodo era diverso. Vivevamo per la politica e nella politica e, malgrado tutto, Porci con le ali per noi era una necessità. Assolutamente no, non immaginavamo affatto che avrebbe avuto tutto quel successo.

Lei dice – malgrado tutto -, non ha un buon rapporto con il suo primo libro?
Il problema è che ho fatto altre mille cose, ho scritto altri venti libri e molte sceneggiature e l’interesse della gente è rimasto ancora a Porci con le ali, ma non ho un cattivo rapporto con questo libro.

Secondo lei, c’è adesso un romanzo cult che rappresenta la generazione contemporanea?
Ho provato a leggere, con molta difficoltà, perché non l’ho finito, il libro di Moccia. Credo sia quello, anche se sono rimasta profondamente delusa dalla sua povertà narrativa, anche dei dialoghi, e non sono riuscita ad immaginare davvero i ragazzi di ponte Milvio. Non credo siano proprio così. Inoltre Moccia è un uomo di quarant’anni, quando io ho scritto Porci con le ali ne avevo venti di anni e la realtà che raccontavo era la mia realtà. In questo caso, il suo è uno sguardo su qualcosa che non gli appartiene e che lui guarda da lontano, forse con un po’ di pregiudizi.

Lei ha detto che ama molto i giovani e per questo riesce a parlarne. Parla sempre di ciò che ama?
Parlo di quello che conosco e cerco di essere attenta a quello che ho intorno. Nelle mie storie ci sono anziani, uomini e donne adulti, ci sono le cose che mi hanno appassionato e che ho cercato di capire.

Lei crede che per essere un bravo scrittore sia importante apprendere una tecnica?
No. Un bravo scrittore è sicuramente una persona che ama leggere. Ho insegnato per delle scuole scrittura (anche per noi di Omero, ndr.) e i ragazzi con i quali si riesce a lavorare meglio sono quelli che amano leggere. Avere il tempo e la voglia di chiudersi un una stanza e sprofondare in un libro è fondamentale. Ci sono persone che non ne hanno la capacità, faranno altre cose interessanti, ma non potranno mai essere dei bravi scrittori.

Conoscere la realtà e vivere intensamente non è altrettanto fondamentale per uno scrittore?
Puoi aver vissuto intensamente anche a quindici anni e poi lo racconti. L’importante è la qualità di ciò che fai, la tua capacità di afferrare quello che hai intorno e di descriverlo.

Tra l’elaborazione di una sceneggiatura e quella di un romanzo quali sono le principali differenze?
In una sceneggiatura hai dei limiti che sono determinati dalla necessità di realizzare quello che stai scrivendo e devi tenerne conto mentre la scrivi. Inoltre, quello che scrivi lo affidi ad altri e diventa loro, non puoi controllare la realizzazione. Personalmente preferisco scrivere romanzi, perché ho maggiore libertà.

Lei ha scritto anche raccolte di racconti, qual è invece la differenza fondamentale tra racconto e romanzo?
Ho scritto tre libri che sono raccolte di racconti, ma sono comunque racconti lunghi, di 80 100 pagine e sono una sorta di novelle. Comunque c’è molta differenza, nel romanzo è necessaria una maggiore elaborazione della storia, dei personaggi e quindi richiede un lavoro maggiore. La preparazione non è la stessa, il romanzo è molto più complesso.

Tra le donne delle sue storie c’è qualcuna che le assomiglia particolarmente?
Tutte hanno qualcosa che mi assomiglia, anche se sono molto diverse tra loro. Un tratto in comune è l’intransigenza nei confronti del mondo, l’ostinazione nel non accettare tutto così come gli viene offerto. Questa è una caratteristica che hanno tutte le donne delle mie storie e che fa parte di me.

Dal suo primo romanzo ad oggi quanto e cosa è cambiato nel suo modo di raccontare?
Sono migliorata moltissimo. Il tempo è utile per migliorare. Ai tempi di Porci con le ali ero una brillante giovanotta, perché poi alla conclusione il libro non è che fosse questo capolavoro. Siccome sono una che lavora molto e ho la modestia di cercare di migliorare, in questo ventesimo che sto vendendo adesso c’è uno scarto enorme. Penso che si possa sempre continuare a migliorare e probabilmente smetterò quando mi verrà l’alzaimer.

Invece quando e perché ha iniziato a scrivere?
Non pensavo a cosa era e a perché lo facevo. Lo facevo perché non riuscivo a non farlo. Lo faccio da quando ho memoria, anche quando ero molto giovane, dieci, dodici anni e lo facevo perché mi andava di farlo, ne sentivo il bisogno. Non pensavo di voler fare la scrittrice anche perché la società letteraria italiana mi ha sempre fatto schifo e continua a farmene. È tutto uno scambio di favori, lobby, famiglie a me non interessa. Infatti, sono fuori da tutto, lo faccio perché mi va di farlo, pubblico i libri perché mi permettono di vivere, sono una scrittrice, e soprattutto perché mi fa piacere che la gente legga quello che scrivo.

Internet ha cambiato qualcosa nella comunicazione letteraria?
Internet ha cambiato moltissime cose. Io, per altro, ho un sito che nutro abbastanza, quindi non sono una dinosaura. Internet lo trovo un mondo molto affascinante che sicuramente ha cambiato la vita delle persone. Dei venti romanzi che ho scritto ne ho scritti forse dieci prima del computer e ho notato che con l’avvento del computer gli ultimi dieci sono molto più accurati, ho molte più possibilità di correggere, di riscrivere, e questo sicuramente migliora la qualità della scrittura.

C’è un consiglio che darebbe ad un aspirante scrittore?
Di non farsi troppe domande, di scrivere senza stare sempre a pensare – mi pubblicheranno? non mi pubblicheranno? a chi devo farlo leggere? a chi devo mandarlo? – Lasciarsi molto nutrire dal piacere della scrittura, cercare anche di fare una cosa piccola, ma perfetta. Poi se uno fa una cosa buona, prima o poi riesce anche a farla uscire dai cassetti. Penso che sia importante prima fare e poi porsi il problema. Invece i ragazzi li vedo molto preoccupati, anche perché non è facile emergere in questo momento. Se diventi un simil Moccia, di cui le case editrici sono avide, perché pensano di rifare quel successo, allora hai più probabilità di essere pubblicata che se sei veramente brava. Quelli bravi ci sono e cercano di trovare una strada e quelli che cercano scorciatoie saranno anche pubblicati, ma non saranno mai degli scrittori.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'