La Valle dell’Inferno

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Alle volte Valle Aurelia sbuca nelle cartoline aeree del cupolone: su in alto a destra della foto si distingue, proprio dietro l’ottavo colle bastardo di Roma (Monte Mario) e davanti...

Alle volte Valle Aurelia sbuca nelle cartoline aeree del cupolone: su in alto a destra della foto si distingue, proprio dietro l’ottavo colle bastardo di Roma (Monte Mario) e davanti a Prima Valle (che sarebbe la seconda, lasciando la città), una depressione silenziosa e piuttosto verde nella quale spuntano diversi palazzoni popolari di cemento alti 12 piani. Finestre dipinte sugli infissi di giallo e rosso.Un particolare davvero antiestetico per il parente straniero che, ricevuta la cartolina dalla città eterna, si mette a sezionarla con la lente e scopre uno squallido complesso residenzial-popolare.
Ma egli non può sapere che l’angolazione aerea della foto (che suggerisce il punto di vista di Dio, dal paradiso celeste, sul suo citofono terreno) provoca un paradosso comprendendo il santuario della cristianità e la Valle dell’Inferno.
Difficile stabilire perché Valle Aurelia sia urbanamente conosciuta come Valle dell’Inferno. Fatto sta che tutti lo sanno lì intorno, quasi fino a Monte Verde, e hanno una loro personale teoria. I vecchi, soprattutto, trasmettono oralmente all’intero quartiere le loro più strampalate teorie etimologiche condite con fantasiosi e falsati racconti della loro infanzia. I gruppi di pischelletti che si sfidano a pallone tutto il giorno, un po’ suggestionati, creano storie leggendarie e notturne su cani randagi dagli occhi rossi, puttane vampire e strane presenze nel borghetto abbandonato e ricoperto di sanpietrini. Con gli anni, però, si sono create due principali scuole di pensiero che hanno entrambe buone basi storiche. Per la prima bisogna immaginarsi la valle scaraventata nel XVI secolo (campagna), quando i Lanzichenecchi, incazzati e affamati, arrivando da nord, saccheggiarono le case dei contadini, mangiando, violentando, cagando all’aperto, disegnando sui muri insulti al Papa e bruciando di tutto con la loro lingua così crucca e le loro risate diaboliche. Una scena spaventosa. Infernale. La seconda ipotesi affonda le sue basi storiche in un tempo più recente: primi dell’ottocento. I mercanti e i viaggiatori, provenienti dalla Toscana o da Genova o ancora dalla più lontana Tarragona, percorrendo l’ via ex-imperiale Aurelia alle porte della città quando, per intenderci, vedevano la cupola, si trovavano di fronte ad uno scenario inquietante e apocalittico che suggeriva immediatamente l’immagine dell’inferno. Anzi doveva sembrare proprio la porta degli inferi (“Abbiamo sbagliato strada?”) perché dal basso fumi neri si alzavano densi verso il cielo mentre fuochi casuali e numerosi venivano attizzati e rinvigoriti dal carbone portato da grigi omuncoli, donnuncole e relativi figli tutti con i volti e i polmoni già neri (diavoli) con una speranza di vita non oltre i 30anni a respirare la fuliggine. Gli ingredienti danteschi ci sono tutti: fuoco, fiamme, fumi, sofferenza e soprattutto sfruttati. Oppressi. Dentro le fabbriche di mattone (circa 100 in tutta la valle), con le quali si costruiva Roma e si ristrutturava il Colosseo. Ancora si vedono 2 comignoli delle vecchie fabbriche ormai inreciclabili. Il più vecchio si incontra salendo da via Baldo degli Ubaldi come se segnalasse una linea di confine, un avvertimento a chi passa accanto alla valle con il suo simbolo di morte.
I fatti recenti di cronaca del quartiere hanno poi rispettato la tradizione e non hanno mai deluso il gusto dell’orrido che la storia ha conferito a questa sfigata depressione cittadina. Ad es.: quando gli abitanti del borghetto, i nipoti degli ultimi omuncoli/diavoli, vennero costretti a traslocare, con una breve e suggestiva deportazione di pochi metri sulla superficie, nei freddi palazzoni popolari, alcune vecchiette reagirono con una protesta esemplare ed estremista buttandosi dalle finestre dei bagni di nascosto dalle famiglie. Da allora ho sempre collegato il “suicidio” all’immagine di un telo bianco in un prato che nasconde un corpo inerme agli occhi dei bambini.
Oppure lo sgombero di “Alice”, un centro sociale occupato nella ex-Casa del Popolo degli operai, che aveva tentato di animare il quartiere (pranzi sociali, lezioni di danza e giudo, cineforum, mostre fotografiche, iniziative anti-degrado ambientale…).
Eppure negli ultimi anni, più o meno dalla metà dei ’90, questa tendenza infernale sembrava variare. Sarà stata la sofferta apertura della metro, dopo 8 anni, ma il vulcano semprevivo che attizzava la Valle dell’Inferno sembrava finalmente placato. La valle, alle soglie del 2000, assomigliava di più ad un quartiere tranquillo ed abitabile, più aperto verso il centro e il mondo e sempre meno riconosciuta con l’appellativo degli inferi. Gli abitanti della valle, che ci avevano fatto l’abitudine al sangue e all’inevitabile fattore horror dell’esistenza, implacabile da sempre sulla valle, si stavano disabituando.
Il momento della gloria e della redenzione della Valle dell’Inferno è avvenuto proprio in un momento particolare e festante della storia della città, anche se ha mantenuto il suo carattere splatter tradizionale: stagione 2000-2001. La Roma sta per aggiudicarsi il suo terzo scudetto un anno dopo la nemica Lazio. Tre milioni di persone sono in ansia perché, sebbene in testa con tre punti di vantaggio, alla penultima giornata c’è da superare la prova del “Delle Alpi”. 2mila romani sono quella sera a Torino a fremere e a soffrire appena entrati allo stadio, perché la tifoseria ospite la fanno entrare quando la partita è già iniziata e la partita non è ancora iniziata che la Roma perde già 2 a 0. Tra gli spalti defilati e desolatamente riempiti dagli sparuti tifosi romanisti c’è anche un’ultras della Valle. Una figura miticamente passata alla storia del quartiere: alto 2 metri corre su e giù dagli spalti gridando ai giocatori juventini il dubbio sulla presunta fedeltà delle moglie e urlando ai suoi beniamini che la partita non è ancora finita. Quando il giapponese Nakata accorcia le distanze, egli (il tifoso alto 2 metri) è già diventato il naturale capo-ultras dei 2mila che riconoscono in lui una mancanza di sconforto sorprendente e, imitandolo, incominciano a crederci, anche se mancano 10 minuti, anche se fa un freddo cane. Due minuti prima che l’attacante napoletano Montella pareggi e regali ai tifosi romanisti la gioia dello scudetto virtuale, un fumogeno brillante viene lanciato dagli juventini, che incominciano a fiutare il gol, sulle tribune ospiti. È il capo a prendersi l’onere di rilanciargli il regalo ed è anche il primo ad accorgersi della trappola, che quello non è un fumogeno, ma un candelotto rosso con una diabolica scritta sul bordo: “Mefisto”.
Proprio mentre Montella segna il pareggio e le urla di gioia in romanaccio riempiono lo stadio, due dita insanguinate ed annerite dal petardo rimbalzano sui seggiolini mentre il proprietario vallaureliano festeggia il tributo di sangue alla sua città.

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