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La scoperta dei Vicerè

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Ciclicamente, con la stessa puntualità di Romy Shneider principessa Sissi su rai uno, spunta su diversi giornali - quello de La Sicilia è un orologio svizzero - qualche anniversario legato al Gattopardo...

Ciclicamente, con la stessa puntualità di Romy Shneider principessa Sissi su rai uno, spunta su diversi giornali – quello de La Sicilia è un orologio svizzero – qualche anniversario legato al Gattopardo accompagnato dai mea culpa generazionali sulla fama postuma di Tomasi di Lampedusa. Niente da eccepire, stiamo parlando di grandi firme della letteratura….e del cinema, perché vuoi o non vuoi c’entra anche Visconti, e in tal senso più che sfortunata la parabola in vita e in morte del principe, appare davvero fortunata. Mi piace immaginarmi dentro un circolo letterario mentre fervono le discussioni tra i tavoli e i divani. Laggiù già cominciano a disquisire su quanto la bellezza di un film possa eguagliare e perfino superare quella del libro da cui è tratto al punto che i giudizi su l’uno e l’altro si confondono. Nessuno certo leggendo il famoso discorso del Principe di Salina al messo regio che gli proponeva una carica nel nuovo governo, può fare a meno di pensare a Burt Lancaster, sarebbe come leggere Montalbano senza avere davanti la pelata di Luca Zingaretti. Homines! So che state pensando anche alla splendida Cardinale, la voce bassa e la risata nella cena del fidanzamento… Le donne che ridono buttando la testa all’indietro… dove l’ho letto? Ah ecco! Qualche giorno fa l’intervista a Fanny Ardant. E quella di Anna Magnani, la risata non è altrettanto bella? Sto andando di palo in frasca, ma succede, proprio come nei circoli letterari, e poi si sa nelle discussioni si parte da un punto e si arriva… comunque uno di quei circoli frequentati in prevalenza da uomini , nobilotti perdigiorno col sigaro e gli occhialini, esperti di veli e baciamani che non disdegnano indugiare con citazioni da dolce stil novo, l’occhietto vispo e maligno, sulla guancia di una vergine giù giù fino alle corna dell’avvocato tal dei tali e le femminelle piccanti stampate sulle carte da gioco nascoste dietro una pila di libri intonsi nella biblioteca di casa. Puro collezionismo, puro collezionismo.
Successe tanti anni fa: una ex compagna di liceo stava facendo la tesi sui Vicerè; per la verità non l’avevo mai vista entusiasmarsi tanto per un libro sicché m’incuriosii. E’ tipo il Gattopardo, mi diceva, ma il protagonista non è uno solo e poi a fronte delle cent’ottanta circa, là sono seicentocinquanta pagine di ampia, ricca ricostruzione storica della realtà siciliana attraverso le vicende e la parabola di tre generazioni della famiglia Uzeda. Chiariamoci: non è che la quantità faccia la qualità ed io non son qui per fare l’esegesi di un testo, non ne sarei capace, più che pensarci su, io me li godo i libri. Lei mi disse: magari all’inizio ti sembrerà faticoso, la descrizione del funerale della principessa è lunga. Io ho il ricordo di drappi neri a smorzare la luce, chiese buie opprimenti di sudore, carrozze a lutto, candele smoccolate e volute barocche. Ho un ricordo, sì lo giuro, perché io a distanza di anni quel libro me lo ricordo ancora. Anche se è lunga questa prima parte, diceva, man mano però entri nei vari punti di vista, anche quello della servitù, sull’evento cardine della morte della principessa. A poco a poco cominci a conoscere questi Uzeda decadenti ognuno in maniera diversa come gli antichi imperatori romani pazzi o malati; eppur tenaci nel mantenere il potere fino alla fine, anche a costo di fingersi liberali. ”No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa”, l’ultima frase del romanzo.
To’ guarda non me n’ero accorta! E’ arrivata anche una donna al circolo. Parla con l’insistenza petulante di una virago femminista suo malgrado, per via di questi uomini che la fissano con aria di sufficienza, malignamente spingendo lo sguardo verso le caviglie, l’unica parte scoperta. Lei difatti ha un vestito allacciato fino al collo, gli occhialini in punta di naso e i capelli tirati in una crocchia. Ha pure una vistosa peluria sul labbro superiore, ma parla bene per dio: una professoressa di latino e greco con un bastone da passeggio tra le mani a sottolineare coi colpi in terra, attutiti dal tappeto, gli argomenti. Certo il bastone in una donna fa pensare a qualche difetto più che a nobiltà… comunque sta tesa, seduta in punta di divano, ginocchia strette e voce alta: “ Signori miei, solo i classici nutrono! I classici!
Qui non si sta parlando dell’effimero piacere della narrativa: buona scrittura, qualche trovata interessante e basta. Parliamo di classici, i classici! – e alza la mano guantata in alto, tesa e vibrante come a reggere un calice. – E che gli dici a Tolstoy di avere indugiato troppo sulla descrizione della guerra e i discorsi filosofici? Guerra e pace: 1000 pagine. No non è narrativa! È l’estasi nel mistero di quanto la mente umana è stata in grado di sentire e produrre!”
Lo ricordo ancora don Blasco, il suo aspetto laido e sudaticcio, il fare mellifluo e gli imbrogli, le case di servi, amanti e figli tutti suoi attorno al convento di san Nicola coi magazzini ricolmi di beni. Altro che vita austera! E forse il nutrimento dei classici sta proprio in questo, che certi personaggi ti restano dentro anche a distanza di anni.
E quell’ironia e autoironia graffiante, feroce, tipicamente siciliana fino alle risate scroscianti davanti alla scena, davvero cinematografica, indelebile della marchesa finalmente incinta, forse, dopo i numerosi aborti custoditi accuratamente sotto spirito in bocce di cristallo in fila sulla credenza. Mi sembra di vederlo ancora il dottore, la testa affondata nelle sue intime nobiltà: “A quale incinta e incinta! Qua c’è una cisti quanto na casa!” Non so in quali delle seicento pagine si annidino questi ricordi, gli scenari grandiosi, però so che ci sono. Cito testualmente le prime righe dell’introduzione: “ La sfortuna critica che ha accompagnato l’opera di Federico De Roberto si riflette nella scarsità e nell’imprecisione delle notizie biografiche…” Sol perché non sappiamo dei palazzi , mi vien da pensare, delle stanze dove inseguiva una cugina come Delon farà con la Cardinale, non gli si rende il giusto merito? E quindi nessun carteggio, nessuna richiesta che gli garantisca come investimento pubblicitario la giusta fama seppur postuma?
“Umano umano, tutto è così umano, sottoposto alle precarie e alterne sorti degli umani!”, sta pontificando l’erinni professoressa di greco dal suo pulpito. Ultimamente l’infamia postuma invece per Jane Austen che si è dovuta sentir dire da lassù che la sua prosa “potrebbe apparire attardata e leziosa”. Un’editrice italiana in difesa dei suoi colleghi inglesi, diciotto per la precisione, che non hanno riconosciuto e per di più rifiutato alcuni capitoli di Orgoglio e pregiudizio e altri capolavori coi nomi e i titoli cambiati per beffa da un certo autore che si vedeva ogni volta rifiutare i propri manoscritti. Tutto è così umano! Certo! Ma quanti di noi attribuiscono la fama di Pirandello a un romanzo storico piuttosto che alla più famosa produzione teatrale, ai Così è se vi pare, i personaggi in cerca d’autore e le novelle: La patente (di Totò), le personali vicende di pazzie familiari e amori mancati invece de I vecchi e i giovani, magnifico affresco dell’Italia dai Fasci al periodo post unitario con le speranze, le illusioni fallite, gli imbrogli, i compromessi e i trasformismi. Quanti di noi? Tutto è così umano! Ma torniamo a De Roberto, alle sue novelle: La sorte, La disdetta, già dal titolo così profondamente radicate nel sentire isolano, da uno poi siciliano solo per parte di madre! Per la stagione prossima lo stabile di Catania si prepara ad allestire Il rosario. Anche il Gattopardo inizia con la recita del rosario. Nella novella di De Roberto passa tutto un dramma e una crudeltà familiare tra le mezze parole dette e non dette tra una giaculatoria e l’altra. Chi non ha esperienza di nonne e vecchie zie col latinorum biascicato tra i grani e le conversazioni smozzicate: ora pronobis grazia plena benedicta- va stuta u luci (spegni il fuoco) – fructus ventris tuiiesus….rechia materna dona e sdona – te muscì te… vinni Ciccina? – Telus perpetua rischiate in pace amen (requiem aeternam dona eis domine – vieni musci vieni; è venuta Ciccina? – lux perpetua requiescant…)
La professoressa non si è accorta nella foga del parlare di essersi alzata la veste fin quasi sotto il ginocchio. L’avvocato Ciralli si è lasciato scivolare nella poltrona, le ginocchia a terra per poterla guardare. Lei si alza stizzita, chiazze rosse sul volto, e si allontana profetando col bastone in alto quasi una minaccia: “Comunque chi voglia scienza e coscienza della sicilianità più autentica non può non passare per l’opera di De Roberto!” e si allontana curva sul bastone come se fosse claudicante davvero.

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