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Le case, la scrittura

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L’abbiamo incontrato stamattina al bar. Eravamo seduti a un tavolo di piazza Duomo, la brioche calda in un piattino e la granita di mandorle in un calice sormontato da stecche di cannella.
Foto: Emanuele Presti

 

 

 

 

 

 

 

 

L’abbiamo incontrato stamattina al bar. Eravamo seduti a un tavolo di piazza Duomo, la brioche calda in un piattino e la granita di mandorle in un calice sormontato da stecche di cannella. Non vedevamo altro che la brioche e la granita, e in bocca avevamo già un anticipo di sapore, quello ben noto delle mattine della nostra infanzia quando la colazione, rigorosamente, era appunto a base di granita e brioche.
“Posso?”.
Abbiamo sollevato gli occhi infastiditi.
L’uomo – capelli bianchi e completo bianco di lino – era accanto a noi.
“Non c’è altro posto” ha aggiunto come a scusarsi.
Ci siamo rassegnati, abbiamo liberato la sedia dall’ingombro di libri e giornali e ceduto il posto al signore. Ben decisi, però, a non arrenderci alle regole della gentilezza, troppo intenti a riprendere il rito della colazione.
Ma i vecchi, si sa, non vogliono saperne di tenere la bocca chiusa, specialmente quando stanno al tavolo d’un bar, anche loro con brioche e granita davanti e la giornata che si snocciola pigra tra le volute d’un caldo africano.
“Siete di qui?” infatti domanda subito.
Annuiamo e subito neghiamo, nel senso che sì, siamo di qui, ma adesso non vi abitiamo più. Lui, naturalmente, fraintende, o fa finta di fraintendere, giusto per avere un ottimo pretesto per attaccare bottone.
“Non ho capito” dice, e intanto con le dita ha spezzato la brioche e ne sta intingendo un pezzo nella granita.
Neppure l’ascoltiamo perché un pezzo della nostra brioche, intinta nella nostra granita, è già nella nostra bocca e gli occhi – che stupidaggine – ci stanno diventando lucidi perché questo sapore meraviglioso (dopo i mesi romani di astinenza) ha immediatamente evocato la figura della nostra nonna normanna, bianca di pelle e azzurra d’occhi, che apparecchiava il tavolino sul balcone – tra i vasi di fresie, gelsomini, garofani e rose – e, imboccandoci la granita appena comprata nel bar sotto casa, cominciava a raccontare di Betta Pilusa, del Piave che mormorava calmo e placido al passaggio dei fanti, o dei Briganti che rubavano i soldi ai ricchi per darli ai poveri.
La granita si fonde con la brioche: caldo e freddo, fragranza e crema gelata che si scioglie sulla lingua lasciandovi residui di mandorla da masticare lentamente per trarne un di più di sapore.
“Allora, siete o non siete di qui?” la domanda del vecchio rompe l’incanto.
Lo guardiamo inferociti. Ma subito la furia si smorza, anche lui è azzurro d’occhi e bianco di pelle e ha un’espressione che richiama vagamente quella della nostra nonna normanna.
Rispondiamo che siamo di passaggio, che la nostra casa non è più qui.
“Peccato” sospira lui.
“Perché?”.
Solleva le spalle: “Dove la trovate un’altra luce così, un altro mare così?”.

Foto: Emanuele Presti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ vero, in quest’istante Siracusa è di una bellezza incomparabile.
Restiamo in silenzio. In questa mattina di luglio poche persone si aggregano davanti all’ingresso del Palazzo Vescovile, alcuni sacerdoti, alcuni seminaristi. I bar, invece, sono affollati: chi legge il giornale, chi chiacchiera, alcuni stranieri tracciano itinerari su guide turistiche.
L’uomo, intanto, ha preso a sfogliare un giornale, ha sbirciato velocemente gli articoli della politica, della cronaca giudiziaria, dell’economia, rifugiandosi, infine, tra le pagine di un libro che ha tirato fuori dalla tasca: I Racconti di Tomasi di Lampedusa.
“Lo conoscete il Gattopardo?” dice improvvisamente guardandoci con gli occhi di chi è pronto a incenerirvi se solo oserete negare.
La tentazione di fingerci ignoranti è troppo, troppo forte. Ma la parola “Gattopardo” ha acceso bagliori troppo sinceri nei nostri occhi e prima che possiamo pronunciare parola:
“Volevo ben dire” mormora. Quindi:
“Facciamo così: finiamo di mangiare in santa pace e poi parliamo. Va bene?”.
“Va bene” rispondiamo.
E così, prima che la brioche si freddi del tutto, torniamo a inzupparla nella granita.

“Posta nel centro del paese, proprio nella Piazza, si stendeva per una estensione immensa e contava fra grandi e piccole trecento stanze. Essa dava l’idea di una sorta di complesso chiuso e autosufficiente, di una specie di Vaticano, per intenderci, che racchiudeva appartamenti di rappresentanza, stanze di soggiorno, foresterie per trenta persone, stanze per domestici, tre immensi cortili, scuderie e rimesse, teatro e chiesa privati, un enorme e bellissimo giardino e un grande orto. E che stanze!…”.
Il vecchio smette di leggere e abbassa il libro:
“Questa era la tenuta di Santa Margherita Belice, così come la racconta Lampedusa nei suoi Ricordi D’Infanzia. Il palazzo di Palermo era meno esteso, ma di uguale splendore”.
Sì, lo sappiamo, conosciamo molto bene questo libro. Ma letto qui, in questa piazza, con questa cadenza siciliana, in questa luce bianca che promana dai fregi del Duomo appena restaurato, ci sembra tutta un’altra cosa.
L’uomo si alza, ci fa cenno di seguirlo:
“Le case” sta dicendo adesso poggiandosi al bastone e camminando a piccoli passi “sono un fatto di cultura, sapete, perché in una casa è lo spirito che per primo deve ritrovarsi. Perciò devono essere grandi, e ariose, con ampi saloni, ampie cucine, grandi camere da letto in cui durante il sonno – e non solo – il corpo possa sentirsi padrone dello spazio, dell’aria che gli sta intorno”.
Annuiamo senza troppa convinzione. Pensiamo che quest’uomo vive in una dimensione che non appartiene ai nostri giorni: case grandi? ampi saloni? cortili interni? orti e fontane? Ma se oggi a stento si riescono a trovare cubicoli di due stanze che definire “casa” è già un lusso!
Lui continua imperterrito:
“Pensate che se Tomasi di Lampedusa non avesse abitato in quel suo palazzo palermitano, e nella tenuta di Santa Margherita, avrebbe potuto scrivere Il Gattopardo?”
“Che c’entra?” diciamo noi stavolta davvero piccati, perché ci sembra assolutamente incongruo il parallelo tra la scrittura e il luogo in cui essa viene prodotta “La Rowling ha scritto Harry Potter sul tavolo d’un pub”.
Si volta come se fosse stato azzannato da un cane:
“Volete forse mettere le due cose a confronto?”.
“No, no… è solo che…”.
“Solo che un accidenti! Perché l’anima possa predisporsi alla scrittura è necessario che si aggiri in luoghi che coltivino la bellezze. Dalle stamberghe vengono fuori mediocrità”.
Scoppiamo a ridere. Lui s’offende ma non ce ne importa.
Si ferma, batte stizzito il bastone per terra. E siccome, malauguratamente, gli abbiamo rivelato la nostra identità, ci guarda come si guarderebbe la copia d’un capolavoro imbastardito da un falsario.
Riusciamo a non abbassare gli occhi. Non vogliamo soccombere a una dimensione aristocraticissima delle letteratura e della vita. Non ce ne importa. Siamo convinti che il fuoco della scrittura possa divampare tanto in una grotta quanto in un palazzo, che si può scrivere in metropolitana, su una panchina del parco, sotto la pioggia, nella sala d’attesa d’un dentista, alla posta mentre si fa la fila, in macchina, in treno, sull’aereo.
Ma lui non sembra convinto e con un tono perentorio:
“Seguitemi” dice. E imbocca con decisione via della Maestranza.

Cammina a passetti brevi ribattendo per terra quel suo bastone con la stizza dell’incompreso.
Sappiamo che non è prudente seguire gli sconosciuti, che le fanfaronate letterarie possono essere un ottimo pretesto per scopi non del tutto leciti. Ma lui cammina. E noi non ci risolviamo a cambiare strada.
Finalmente si ferma davanti a un portane ad arco. Infila una chiave nella toppa ed entriamo.
Il portone si chiude con un tonfo alle nostre spalle. Davanti a noi si apre un cortile con un loggiato – tanto più bello quanto più inaspettato – al centro del quale gorgoglia una fontanella.
“E’ Ciane” dice riferendosi alla statua bagnata dall’acqua.
Naturalmente, pensiamo.
L’uomo imbocca una scala a sinistra. I gradini sono consumati, sbrecciati; piccoli avvallamenti qua e là rendono insicuro il passo.
“Attenzione a non cadere” dice lui.
Ma è quando apre la porta d’ingresso che restiamo incantati. E capiamo d’un lampo tutto quello che ha cercato di dirci. Perché davanti a noi si spalanca una casa magnifica.
Ci colpisce il bianco, innanzitutto: delle pareti, delle pesanti tende che coprono in parte le vetrate dei balconi dai quali penetra la luce azzurrina del mare. E il bianco dei tessuti che rivestono le sedie. E i soffitti affrescati, e l’ampio estendersi del primo salone nel quale subito veniamo immessi. Il pavimento è in cotto siciliano, rosso, lucidato con la cera. Un tavolo scuro con quattro sedie intorno occupa una rientranza della parete. E’ ingombro di carte. E carte e libri in accurato disordine sono poggiati sugli altri mobili – antichi, scuri, severi per contrasto in tanto abbaglio di bianco. Due divani si fronteggiano al centro della stanza. Ampi e morbidi, d’una gradazione di verde già riposante alla vista, lasciano immaginare lunghe conversazioni colte, un libro in mano, una rivista, e la mente che divaga quieta.
“Vedete” dice lui “quando vi potete rigirare in questa luce, in questa comodità, è naturale che lo spirito sia un altro”.
“Sì, è naturale” non possiamo non ammettere “ma… che c’entra questo con la scrittura?”.
Sbotta a ridere:
“Ma allora non avete capito niente!”.
Lo guardiamo confusi. No, non abbiamo capito niente.
Si avvicina a noi, tanto vicino, troppo. Il suo sguardo celeste ci inchioda al pavimento, non riusciamo a muoverci. Si china verso il nostro orecchio, scosta i capelli e lentamente vi sillaba dentro un nome.
Ci ritraiamo come se avessimo preso la scossa.
“Lei?” mormoriamo.
Lui sorride, si liscia con le mani i pantaloni, poi ci fa avvicinare a uno scaffale: in ordine cronologico, chiuse dentro copertine dai colori tenui, vi sono allineate tutte le sue pubblicazioni. Libri che conosciamo bene, che amiamo moltissimo.

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