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Apertura e chiusura di un Festival: come nell’amore, il vero spettacolo è l’inizio

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Ho avuto la fortuna di assistere al primo e all’ultimo spettacolo della rassegna internazionale Festival di Villa Adriana a Tivoli. Apertura e chiusura.

Ho avuto la fortuna di assistere al primo e all’ultimo spettacolo della rassegna internazionale Festival di Villa Adriana a Tivoli. Apertura e chiusura. La cornice nella quale si è svolta è ritenuta, a ragione, patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.
Al primo spettacolo ci sono arrivata trafelata, in ritardo e tutta la strada da percorrere per entrare l’ho fatta di corsa, in salita, il crepuscolo che virava a nero l’argento degli ulivi e allungava le ombre fino a dissolverle nella luce uniforme della sera.

Le fiaccole di profumata citronella per terra illuminavano e segnavano il percorso, accendendo di ulteriore suggestione con i piccoli fuochi le mura romane ed eterne volute dall’imperatore Adriano, il quale desiderava costruire una villa che trascendesse il tempo. E la memoria andava alle Memorie di Adriano della Yourcenar. La vasca d’acqua placida – il Pecile, una straordinaria piscina a forma di quadriportico rettangolare – volta verso il tramonto e abitata da paperelle era ormai una pellicola argentea, i riflessi degli alberi svaniti lasciavano il posto a uno specchio omogeneo di calma squarciata solo dalla scia delle creature starnazzanti.
Prendendo posto sugli spalti arrampicati in alto, gli occhi rivolti verso il centro della scena con alle spalle colonne e resti antichi, si sentiva già, rinchiusa nell’attesa e nel respiro accelerato dalla fretta, tutta l’emozione che si sarebbe sprigionata alla visione dell’indimenticabile spettacolo “Le Dionisiache”, dal testo di Nonno di Panopoli, riadattato e messo in scena da Giorgio Barberio Corsetti. È lo stesso regista che afferma: “Come il fuoco in cui è nato, Dioniso scalda con il vino, brucia come brucia la vita. Quando scompare per andare a visitare il mondo dei morti, gli assetati di vino e di vita, perde il suo sesso e lascia la sua effigie, diventa femminile, e finché non ritorna di lui resta la maschera. Il teatro è la maschera che prende il posto del dio assente. Lo spettacolo è costruito attraverso tutti i registri contenuti nel poema: tragico, comico, farsesco; è denso di immagini, con un andamento epico, un ritmo scandito. Le immagini sono quelle del mondo che viviamo, in cui i simboli svaniscono, le cose sono solo cose, gli dei si ritirano”. E in effetti lo spettacolo non solo non ha tradito le parole di presentazione, ma ha offerto una visione molto più ampia, complessa e articolata, lasciando il desiderio non comune di rivederlo di nuovo. Essendo Barberio Corsetti, inoltre, il direttore artistico della rassegna, ci si poteva immaginare una certa coerenza con la scelta degli spettacoli successivi, dei quali l’ultimo si presupponeva chiudesse il Festival allo stesso livello al quale si era attestato con l’inizio.
Se l’ingresso al primo spettacolo era denotato dall’argento crepuscolare e da un senso di urgenza, l’arrivo all’ultimo spettacolo si è aperto invece sui colori caldi e pervicaci di un tramonto che quasi si attardava a compiersi. Arrivata in anticipo, con tutta calma ho potuto godere del ritmo della luce che indugiava a cambiare, il sole sferzava oro giallo e rosso sul viale d’ingresso dove gli ulivi si esprimevano nella bellezza dei tronchi ritorti e spaccati ma vicini, come una coppia che resiste al tempo; la vasca rettangolare era stavolta uno specchio d’alberi che si levavano in alto e scendevano in basso nell’acqua a comporre giochi cromatici netti e le paperelle, nel loro biancore che accentuava il nero degli occhi, avevano spennellate di luce rosa e rossa.
Anche stavolta gli spalti erano pieni. Mormoranti. Ancora di più, dato il ritardo dell’inizio dello spettacolo. La scena, allestita con tavolini bassi coperti da stoffe orientali e sedie dove poco dopo si sarebbero accomodati e alternati numerosi musicisti, dava l’impressione di un locale dove si va ad ascoltare musica. Il fondo, di un giallo ocra caro a chi dipinge, era un cerchio, come di arena non solo marina ma anche spagnoleggiante delle corride.
Vertiges il nome dello spettacolo, o meglio del concerto, o meglio del concerto danzante. Pur essendo Tony Gatlif un regista cinematografico, il che faceva supporre una qualche regia studiata e pensata, in realtà ha proposto un’alternanza di generi musicali, in un crescendo che partiva dalle note sufi e continuava con il flamenco.

Nessuna parola, se non quelle dei testi incomprensibili delle canzoni, accompagnava la visione. Il tutto erano note, colori e corpi che si muovevano ora in tacchi che spaccavano il ritmo e in mani ad attirare sensuali gli sguardi e ora in danze vorticose e ipnotiche. La sensualità del flamenco sta nel trattenere e nello scatto improvviso e inaspettato. In salti che non sono salti, sono idee di spicchi di volo. Ma è tutto terreno. Niente di aereo, solo l’impressione e la possibilità. E i capelli lunghi, siano di donna o di uomo, nel loro muoversi opposto al corpo, creano vortici di desiderio.
Il legame “dionisiaco” con il primo spettacolo è dato dal piacere e dal colore ma la musica, anche se è suggestiva e trascinante, non ha da sola la forza di una narrazione. Non se rimane una colonna sonora privata, come nel caso di Gatlif, che con questo spettacolo, per la prima volta presentato in Italia, ha voluto ripercorrere tutta la musica che lo ha ispirato: “All’origine della musica che amo c’è la musica sufi. La musica gitana mi ha sempre fatto l’effetto di mandarmi in trance. Quella flamenca, dalla buleria alla siguerya, comincia come una fiamma. Il ritmo sale, conquista i cuori e li trascina fino alla vertigine. La stessa intensità si trova nella musica tzigana e in quella araba… In questo spettacolo riunisco tutti i tipi di musica che mi hanno segnato, dall’infanzia ad oggi”.
Gatlif lo avevo apprezzato grazie al film Exils (premiato per la regia a Cannes nel 2004) dove anche se la musica la fa da padrone, era inscindibile dai due protagonisti alla ricerca delle proprie origini. Nello spettacolo Vertiges probabilmente il protagonista celato era lo stesso Gatlif. Ma ha ottenuto il risultato di essere anche il solo spettatore consapevole di se stesso. Noi altri sugli spalti, in assenza di una storia da condividere, siamo rimasti ad applaudire come si fa a un insolito concerto.
Mentre alla fine dello spettacolo di Barberio Corsetti si aveva voglia di gettarsi insieme agli attori nell’ultima meravigliosa scena, apoteosi di libertà, ebbrezza, stordimento sensuale e celebrazione della vittoria del piacere sulla grigia razionalità e produttività, ubriacandosi di vino che inondava la scena rossa con gli attori/acrobati che oscillavano su funi da una parte all’altra urlanti di giubilo, la fine della musica messa in scena da Gatlif ha fatto tirare un silenzioso sospiro di sollievo per essere liberi di percorrere a ritroso lo splendido scenario dell’eterna Villa di Adriano.

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