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Scrittori inventati: il dittico Perroni-De Roma

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Ludovico Lauter e R.T. Fex hanno due cose in comune. La prima è che sono scrittori di successo, entrambi geni precoci, autori di casi editoriali planetari, con già un capolavoro...

Ludovico Lauter e R.T. Fex hanno due cose in comune. La prima è che sono scrittori di successo, entrambi geni precoci, autori di casi editoriali planetari, con già un capolavoro alle spalle e entrambi ritiratisi dalla vita pubblica alla Salinger. La seconda è che non esistono. Il primo è frutto della fantasia di Alessandro De Roma (“Vita e morte di Ludovico Lauter”, Il Maestrale, 340 pagine, 14 euro) e il secondo di Sergio Claudio Perroni (“Non muore nessuno”, Bompiani, 217 pagine, 15 euro). Questi due esordi, così curiosamente affini, non rientrano soltanto nel topos letterario degli scrittori immaginari, e quindi dei libri immaginari, che è uno stratagemma letterario antico nella nostra storia del romanzo (Manzoni), moderno (Borges) o tipico della fantascienza (Dick e Lovecraft) e tornato di moda (Eco e Zafon), ma sono sopratutto due rappresentazioni della figura dello scrittore, del suo status a metà tra grandezza e mediocrità e della sua sparizione che si confonde tra realtà e finzione. Due biografie immaginarie, cioè due archeologie e indagini sulla vita dello scrittore più che sulle opere, che sono solo accennate, nei modi e nello stile diverse. De Roma opta per la biografia classica: la misteriosa vita di Ludovico Lauter è ripercorsa in modo cronologico dai bombardamenti americani su Cagliari al dopoguerra romano, dagli anni Sessanta a Bologna alle estati in Germania, fino al successo a New York. La resa e la finzione letteraria è didascalica e ricca di interventi ironici da parte del biografo Ettore Fossoli, un altro scrittore immaginario. Ludovico Lauter è di madre sarda e di padre tedesco. Nell’infanzia ha un rapporto pressoché nullo con la figura paterna, un ex soldato tedesco depresso e misterioso, e uno molto forte con la madre pittrice con la quale condivide il suo precoce genio creativo. Dopo il suicidio del padre e un viaggio in Germania dalla nonna, si trasferisce con la madre a Roma e comincia ad allontanarsene dedicandosi al suo esordio letterario. Si iscrive all’università di Bologna, ma non frequenta, e a Milano pubblica i primi romanzi che hanno subito un enorme successo. Scrive un ciclo fantasy, teorizzando anche una nuova creazione dello “spazio letterario”, che provoca fenomeni di fanatismo di massa in tutti i paesi dove i romanzi sono tradotti e si trasferisce a New York per unirsi al jet set internazionale e scrivere discutibili show televisivi. La figura di Lauter, individualista e narcisista, finisce per isolarsi e rovinare le poche amicizie e affetti mantenuti. Il biografo è combattuto tra il riconoscere gli errori di quello che lui chiama “maestro” o difenderlo anche in quegli aspetti più avvilenti. Sembra che Lauter sia destinato a un misero epilogo verso il ritiro e l’anonimato, invece il libro ha due colpi di scena finali. Il biografo Ettore Fossoli, insospettito dalle contraddizioni della vita del suo “maestro”, lo scova, lo intervista, lo sequestra, lo interroga e lo giustizia dopo aver scoperto che tutte le sue opere sono frutto di un furto. Ma non è finita: Ludovico Lauter non esiste neanche nella finzione, ma è solo il parto della mente del Fossoli, scrittore mediocre, forse incompreso, che ha attribuito i suoi insuccessi letterari a questa figura inventata. Tutta la biografia, alla luce di queste rivelazioni finale, assume un significato diverso. L’opera di Perroni è, in confronto, più originale. La figura di R.T. Fex è ricostruita in un modo parziale e non completo: nel libro si alternano le risposte a una intervista di 27 ore dello scrittore, lasciata dopo la sua scomparsa pubblica, alle interviste che due segretarie hanno fatto a amici, ex-amici, ex-amanti, parenti, scrittori, registi, artisti, insegnanti, ex-compagni di scuola che lo hanno conosciuto con in più degli estratti dalle opere inedite dello stesso. Il risultato è un insieme di schegge e impressioni, aneddoti e caratteri che dicono molto anche nella loro incompletezza e frammentarietà. Gli interventi dei conoscenti non nobilitano certo lo stravagante R.T. Fex, ma ne danno un ritratto discutibile, ne mettono in dubbio anche il talento letterario, creando un romanzo corale e sarcastico allo stesso tempo. Anche qui è la mediocrità dello scrittore che salta subito agli occhi e, sebbene sia trattata con la solita ironia e un distacco del narratore-registratore, non può che farci riflettere sulla figura dello scrittore contemporaneo. Ludovico Lauter e R.T. Fex si assomigliano molto infatti. Se il libro di De Roma che, va detto, ha dei felici momenti quasi da thriller, si perde e si deve giustificare in un gioco di specchi finale tra scrittori, ha il merito di presentare uno scrittore infelice e cinico, uno scrittore pragmatico e spietato pronto a tradire gli altri pur di ottenere il successo. Nel libro di Perroni, tra l’altro conoscitore di scrittori best-seller per essere l’editor di Veronesi e Buttafuoco e traduttore di Ellroy, Houellebecq, Moody e Foster Wallace, è più sottile e coerente la descrizione della solitudine e del dramma della scrittura di R.T. Fex. La coralità dei personaggi dà la possibilità di riflettere sulla “pochezza del presente” in cui è condannato lo scrittore, ma come lui ogni uomo, e sulla scrittura come evasione da questo presente e “controllo del destino”. Nulla di più. Assistiamo quindi alla omologazione dello scrittore: che sia provinciale (Lauter) o pariolino (Fex) lo scrittore d’oggi ha lo stesso orizzonte d’attesa, le stesse aspettative dalla scrittura e dal mestiere della scrittura, lo stesso narcisismo. La scrittura come mezzo per diventare scrittori, la scrittura fine a se stessa. La genialità e l’inventiva sono all’unico servizio di questo scopo sociale, di questo status transnazionale. La cosa interessante, poi, in opere in cui scrittori inventano scrittori, nonostante non si parli affatto in modo esauriente di poetiche e opere, è che la riflessione si sposta sulla scrittura, sul mondo della finzione e di questo “spazio letterario” in cui gli scrittori, reali-inventati, cercano di nascondersi. Lo scrittore reale tende a scomparire, e questo è un bene e un pregio di queste due opere, non solo in modo volontario, ma anche perché viene fagocitato dalla stessa invenzione letteraria. In entrambi i romanzi gioca un ruolo fondamentale la morte, intesa come morte dello scrittore che “scompare” quando smette di scrivere, ma anche come morte letteraria, morte ancora e sempre narcisistica. Proprio il titolo del romanzo di Perroni, “Non muore nessuno”, fa riferimento a un inedito di R.T. Fex che riflette sulla possibilità che i personaggi amati in un romanzo possano essere resuscitati semplicemente tornando indietro alle pagine in cui erano ancora vivi. E anche in De Roma la morte di Lauter è una morte assolutamente letteraria e arbitraria, una liberazione, una biografia come monumento e damnatio memoriae allo stesso tempo. Ecco allora che si delinea “la promessa della scrittura” come onnipotenza, ogni scrittore un dio, un creatore e un disfacitore di mondi. Ma quando lo scrittore “scompare” per finta o per davvero resta solo il suo narcisismo, la sua mediocrità e solitudine.

E ora due interviste agli autori. Le risposte alle domande sono in grassetto di Perroni e in corsivo di De Roma.

Innanzi tutto il progetto stilistico del libro: come le è venuta questa idea originale di raccontare la vita di uno scrittore attraverso frammenti di interviste e inediti?
Avevo una gran voglia di leggere un romanzo che si facesse “ascoltare” ancor prima che leggere: quindi molto vocale. Stanco di aspettare che qualcuno si decidesse a scriverlo, l’ho scritto io. Quanto alla scelta di uno scrittore come protagonista, è dovuta alla necessità di avere un “eroe” che contenesse molte storie, per far sì che nei propri interventi potesse parlare non di sé bensì delle proprie idee, delineando così, in maniera involontaria ma con un’anima narrativa, la propria poetica.

L’idea comporta molti cambi di stili dovuti al cambio di personalità. Come c’è riuscito? Si è ispirato a persone reali?
Registrando e trascrivendo il parlato reale: interviste, intercettazioni, ecc. Nella narrativa italiana contemporanea i dialoghi sono quasi sempre innaturali, troppo “scritti”; tra l’altro in “Non muore nessuno” c’è l’esigenza di rendere il parlato talmente naturale da consentire racconti anche duplici e triplici all’interno di una stessa tirata di discorso diretto (dire dialogo non sarebbe corretto, visto che ci sono tutt’al più dialoghi omissivi). Un lavoro durissimo, che tra l’altro non deve risultare in alcun modo, altrimenti vanifica se stesso.

L’aspetto che più mi ha interessato del libro è l’ironia che non risparmia nessuno, ma che soprattutto si trasforma in una critica dello scrittore contemporaneo, che riflette sulla sua natura. L’esistenza di R.T. Fex è mediocre, il presente fa schifo e l’unico modo per sfuggire e controllare il destino è la scrittura. Lei condivide questa natura salvifica della scrittura e più in generale della fantasia? Il suo libro sembra pessimista.
No, per me non è pessimista, e la vita di Fex non la considero mediocre: come uomo sì, ha avuto modi ed episodi meschini; ma la sua “capienza” di idee, di sensibilità, di intuizioni – e il modo come le ha tradotte in vita & opera – ha aspetti di vero eroismo.

In questa sovrabbondanza di scrittori del nostro tempo, più o meno geniali di Fex, lei crede che ormai chi voglia essere ricordato e diventare un classico, debba sparire all’apice del successo, come ha fatto Salinger?
Non credo: per diventare un classico bisogna che a superare il tempo, a salvarsi dallo scorrere del tempo, sia ciò che si scrive, non la proprioa cronaca biografica.

Lei ha dimostrato che anche la scomparsa artistica può diventare un topos: che cosa comporta questo?
Non credo di aver dimostrato una cosa del genere.

Prossimo romanzo?
Per ora si pensa a tradurre e editare quelli altrui. Se capita qualche altra idea, si vedrà.

Mi sono trovato in difficoltà nel definire il suo romanzo: per la maggior parte è una biografia poi due colpi di scena finali mettono in discussione tutto, passando per il thriller e l’introspezione psicologica. Perché questi due cambi di rotta?
Per me il finale non doveva apparire come un cambio di rotta, ma come l’unica soluzione possibile, una volta giunti a quel punto. Il libro mette in discussione la vita di una persona, e trattandosi della vita di uno scrittore, ho voluto giocare con i generi letterari facendo evolvere lo stile e la trama del romanzo in modo da trascinare il protagonista in un viaggio perverso nei luoghi della letteratura.

Ricostruire la vita di uno scrittore porta a una inevitabile (e ironica) riflessione su di esso. Il ritratto che ne esce dal suo romanzo non è molto nobilitante. Si è ispirato a qualche scrittore reale per la figura di Ludovico Lauter?
A nessuno in particolare, tranne forse a me stesso. Ho voluto scindere lo scrittore in tre personaggi distinti: il borioso, opportunista e narcisista cercatore di gloria, cinico, spietato, Ludovico appunto; poi l’uomo autentico, sofferente, incapace ormai di vivere nel mondo, chiuso nella sua soffitta tedesca: lo zio Siegfried: la vera anima narrativa, il vero cuore che scrive e soffre, e infine il mediocre imbratta-pagine, l’io narrante che cerca di trovare un grammo di talento nel fondo delle sue tasche. Invano. Nel finale, che naturalmente non si può dire – anzi, nei finali – questi tre personaggi giungono alla resa dei conti.

Nel suo romanzo si inscena un gioco di specchi e sparizioni tra scrittori. Lei crede che la sparizione sia diventata un artificio letterario?
Non lo so. Credo che in un libro ci possa entrare qualsiasi cosa. Dipende da quel che si vuole dire e dal tono che si sceglie per dirlo. In questo caso si tratta di un’anima brutta che cerca di nascondersi e di apparire vestita di una finta bellezza. Si tratta di costringere un malfattore a venire allo scoperto e di inseguirlo nei suoi travestimenti.

Lei confonde nel libro episodi reali (storici) di violenza e fantastici. Perché?
Fa parte del gioco. Questo libro è anche un gioco, una parodia. La commistione di ciò che è vero e di ciò che è falso è funzionale a questo gioco. Spero sia anche divertente. Nelle prime versioni del romanzo questo gioco era molto più estremo, non solo per quanto riguarda gli episodi di violenza ma anche per quanto riguarda la vita e le opere di Ludovico Lauter: nel libro c’erano perfino delle note che rimandavano a fittizi studi sul lavoro del maestro.

Un altro livello di lettura del romanzo poi è quello storico: Ludovico è un italiano superficiale, figlio di un tedesco che ha commesso atti gravissimi durante la seconda guerra mondiale, un giovane italiano che dimentica, semplifica, passa su ogni fatto e su tutte le sue conseguenze come un treno in corsa, senza assumersi alcuna responsabilità.
Credo purtroppo che Ludovico Lauter rappresenti abbastanza bene il modo in cui abbiamo vissuto la nostra storia negli ultimi 70 anni: dalla guerra d’Etiopia in poi tendiamo a dimenticare il più possibile, ad alleggerire, a scaricarci delle nostre responsabilità. Il tedesco triste, il padre di Ludovico, fa un’altra scelta. Credo che anche la Germania l’abbia fatta davanti al ricordo della sua storia. Per Ludovico Lauter invece i crimini del padre sono solo un dettaglio da nascondere, una scocciatura, e la strage di Piazza Fontana è nulla più che un’occasione per un esperimento letterario.

Prossimo romanzo?
Ludovico Lauter è stato terminato circa 3 anni fa. Nel frattempo ho scritto molte altre cose. Forse il prossimo libro che verrà pubblicato sarà un romanzo distopico, un omaggio a “1984” di George Orwell. Una storia ambientata a Torino, fortemente politica, cupa e apocalittica.

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