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Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (terza parte)

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«…certe forme dell’ebbrezza possono sostenere fortemente la ragione e la sua lotta per la libertà» [W. Benjamin, 1938]
«…certe forme dell’ebbrezza possono sostenere fortemente
la ragione e la sua lotta per la libertà»

[W. Benjamin, 1938]

A lezione dallo stregone. A sud-est di Sonora, sotto il sole implacabile. Sabbia e dune, piante stente, pochi cespugli spinosi e cactus saguaro che levano le braccia al cielo senza pioggia. Qualche lucertola, serpenti appiattiti all’ombra dei sassi in attesa della preda: piccoli roditori delle sabbie.

Potremmo essere in un documentario della Walt Disney picture o nella pubblicità del caffè Paulista; o in un western all’italiana. Potremmo essere anche in uno dei libri di Carlos Castaneda, lo scrittore-antropologo (forse) peruviano che ebbe vasta fama tra gli anni ‘60 e ’70 per la sua esplorazione sul/nel campo delle droghe allucinogene, sotto la guida di uno sciamano (curandero) di etnia yaqui: don Juan Matus.

Copertina di TIME del 5 Marzo 1973. Il testo originale di Carlos Castaneda è del ’68: “A Scuola dallo Stregone – Una via yaqui alla conoscenza” – 1a Ed. italiana Roma, Astrolabio, 1970. 
Seguiranno: ‘Una realtà separata’
(1971), ’Viaggio a Ixtlan’ (1972) e vari altri.

Don Juan addestra il volenteroso discepolo, nel suo cammino per diventare un uomo saggio, alla raccolta, alla preparazione e all’uso di almeno tre droghe, principali ‘alleate’ dell’uomo sul sentiero della conoscenza. ”Ma è un mondo” – avverte don Juan – “dove nulla viene regalato; non c’è una scorciatoia per imparare tutto quello che c’è da imparare”.
“Il mescalito è considerato un potere unico nel suo genere, simile a un alleato, in quanto permette di trascendere i confini della realtà ordinaria […] È anche un protettore, perché ti parla e guida le tue azioni; insegna a vivere nel modo giusto. Puoi vederlo, perché è fuori di te. In realtà il mescalito non è adatto a chiunque, e risulta incompatibile con alcuni individui in particolare. Secondo don Juan, l’incompatibilità è causata dalla moralità inflessibile del mescalito e il carattere discutibile degli esseri umani. Ma il mescalito è anche un maestro. Dà la direzione e la guida, indicando il comportamento corretto e mostrando la strada giusta.
La yerba del diablo.. È possessiva, è violenta, è imprevedibile, ha un effetto deleterio. […] L’erba del diavolo è per quelli che cercano di ottenere il potere, mentre Il fumo (humito) (una miscela di funghi allucinogeni e altri componenti – Ndr) invece è per quelli che vogliono guardare e vedere”.

Il cactus peyote (mescal) – Lophophora Williamsii, Fam. Cactacee, il cui principio attivo, la mescalina (3,4,5-trimetossi-ß-fenetilamina), è il prototipo delle sostanze allucinogene. La sua potenza è comunque a
parità di peso circa 4000 volte minore dell’LSD, che è attivo in quantità di microgrammi (mcg); da qui la minore diffusione.

Peyote (Mescal). “ […] Don Juan mi esortò dolcemente: “Masticalo, masticalo (masca, masca). Avevo le mani sudate e lo stomaco contratto […] Sentii il sapore amaro forte e pungente e un attimo dopo la mia bocca perse di sensibilità. Con il passare del tempo il gusto amarognolo aumentava, producendo un’intensa salivazione. La sensazione che provavo alla bocca era uguale a quella provocata dalla carne o dal pesce essiccati e salati, che costringono a masticare ancora di più […] Sentivo un forte desiderio di vomitare, ma non mi ricordo di averlo fatto. Chiesi dell’acqua: la sete era diventata insopportabile […] L’acqua era stranamente splendente, lucida come vernice densa. […] Girai la testa e scorsi un cane nero di taglia media avvicinarsi in direzione dell’acqua. Quando fece per bere, alzai la mano per allontanarlo. Focalizzai la mia visione mirata su di lui per continuare il movimento e tutto a un tratto lo vidi diventare trasparente. L’acqua si era trasformata in un liquido splendente e viscoso che scendeva nel corpo del cane attraverso la gola. La osservai scorrere uniformemente lungo tutto il corpo e poi guizzare fuori dai peli. Vidi il fluido iridescente passare attraverso ogni singolo pelo, per poi fuoriuscire formando una lunga criniera bianca e setosa… […] …il suo corpo emanava una luce intensa. […] Bevvi anch’io, finché il fluido non mi uscì dal corpo attraverso i pori, proiettandosi all’esterno come fibre di seta e donando anche a me una lunga criniera bianca e iridescente, Guardai il cane e vidi che era uguale alla sua. Una felicità assoluta pervase il mio corpo e insieme corremmo verso una fonte di colore giallo che proveniva da un luogo indefinito, dove iniziammo a giocare.
[…] A quel punto (Alla fine dell’esperienza – Ndr.) si verificò la transizione più difficile; il passaggio dal mio stato normale era avvenuto senza che quasi me ne rendessi conto […]… Ma questa seconda trasformazione, il risveglio a una coscienza seria e sobria fu davvero sconvolgente. Avevo dimenticato di essere un uomo! La tristezza causata da uno stato così contraddittorio fu così intensa da farmi piangere.

La datura (yerba del diablo) – Datura stramonium; D. inoxia, D. meteloides; Fam. Solanacee. Sono numerosi i suoi principi attivi; tra di essi gli alcaloidi josciamina, joscina e atropina contenuti in concentrazioni diverse nella varie parti della pianta

“…La yerba del diablo ha quattro teste: la radice, lo stelo e le foglie, i fiori e i semi. Ognuna di loro è diversa […].
La testa più importante si trova nelle radici; il potere dell’erba del diavolo viene conquistata attraverso le radici.
Lo stelo e le foglie sono la testa che cura le malattie; se viene usata in maniera corretta rappresenta un dono per l’umanità.
La terza testa si trova nei fiori e viene usata per far impazzire la gente, o per renderla obbediente, o per ucciderla. Per tale ragione, l’uomo che ha tale erba come alleato non mangia mai i fiori, e nemmeno lo stelo e le foglie, se non in caso di malattia. Mentre ingerisce le radici e i semi, soprattutto i semi, che costituiscono la quarta testa dell’erba del diavolo e la più potente.
L’erba del diavolo è così. Arriva di soppiatto alle tue spalle come una donna. Non te ne accorgi neanche. L’unica cosa che conta è che ti fa star bene e ti fa sentire potente: i muscoli pieni di vigore, le mani che prudono, i piedi che fremono dal desiderio di rincorrere qualcuno. Quando un uomo la conosce, comincia ad avere un’infinità di desideri…”

I funghi allucinogeni (los honguitos;) – Psilocybe mexicana, Fam. Stropharia). I principi attivi allucinogeni sono la psilocybina e la psilocina. Don Juan chiama humito (fumino) la miscela da fumo preparata con i funghi allucinogeni e altri ingredienti

Humito è un alleato; ti trasforma e ti dà potere senza mai mostrarsi […] Quando hai bisogno di lui il fumo arriverà e tu lo sentirai. Ti renderà libero di vedere tutto quello che vuoi […] ma chiunque lo cerchi deve avere un intento e una volontà irreprensibili, perché deve intendere e volere il proprio ritorno, o il fumo non lo lascerà tornare indietro..”
[Ibidem da Carlos Castaneda (1968 ) – “A Scuola dallo Stregone – Una via yaqui alla conoscenza” – 2a Ed. italiana; Rizzoli, 1970]

Fin qui Castaneda e le suggestioni tratte dalla sua opera.
Nella realtà storica e antropologica forse non tutti sanno che il peyotismo – l’uso rituale del peyote in cerimonie di gruppo – è attualmente praticato da non meno di 50 tribù di nativi latino-americani sparsi tra Texas, Arizona e New Mexico, con un numero di circa 300.000 aderenti. In seguito alla loro conversione al Cristianesimo, le popolazioni del centro America hanno incorporato il culto del peyote nei rituali cattolici. Nel 1918, questo singolare sincretismo e’ stato proclamato ufficialmente ‘Chiesa indigena americana’ – Native American Church (NAC) . Dopo varie vicissitudini legali, i suoi riti attualmente non sono perseguiti dalle leggi federali americane.

Un’intera generazione ha letto avidamente i libri di Carlos Castaneda e ha avuto una specie di imprinting su quel mondo tra la magia, l’esoterismo e l’antropologia, nel senso di mondi diversi dal nostro.
Molto si è scritto sull’opera di Castaneda: sulle veridicità o meno delle sue osservazioni, sulle incongruenze e contraddizioni sparse nei suoi diversi libri. Forse, semplicemente, ci abbiamo creduto finché abbiamo voluto/potuto crederci.
Come per il movimento hippie: a lungo e contro ogni evidenza abbiamo creduto che potesse cambiare la testa alla gente; o che ‘fare l’amore e non la guerra’ fosse un’opzione praticabile per il genere umano.

Le ‘Porte’ di Huxley. Con la curiosità e l’apertura mentale dello scrittore e dell’uomo di scienza, scettico q.b., ma anche desideroso di lasciarsi stupire, Aldous Huxley “in un luminoso mattino del maggio (del 1953 – Ndr.), ingoiò i quattro decimi di un grammo di mescalina sciolta in mezzo bicchiere d’acqua e sedette ad attendere le conseguenze”. Assistevano all’esperimento lo psichiatra inglese Humphrey Osmond e la moglie dello scrittore. Quello che accadde fu fedelmente registrato e successivamente trascritto. Ne vennero fuori due testi-bibbia per le nuove generazioni, dagli anni ’60 in poi: “Le porte della percezione” (1954) e il breve saggio “Paradiso e inferno” (1956), poi riuniti in uno stesso testo.
Huxley produce una testimonianza di prima mano sugli effetti della mescalina, soprattutto sulla qualità della visione. Dalle sue pagine traspare come la sostanza non introduca ad un mondo di visioni immaginarie, ma permetta di percepire la realtà sotto un aspetto del tutto diverso.
«Il grande cambiamento era nel regno del fatto obbiettivo […] “…Una visione sacra della realtà” […] Ma è piacevole? – disse qualcuno
“Né piacevole, né spiacevole – risposi. “È”
Istigkeit: non era questa la parola che Meister Eckhart amava usare? “Essenza” »
«Un mondo in cui non hanno più importanza le categorie dello spazio, né quelle del tempo […] La mente percepisce in termini di intensità di esistenza, profondità di significato, relazioni entro uno schema… »
«…Poi mi fu proposto un giro in giardino. […] Il sole era alto e l’ombra dei listelli (della pergola – Ndr.) formava uno schema di strisce sul piano del sedile e lungo lo schienale di una sedia da giardino che stava a questa estremità della pergola. Quella sedia, potrò mai dimenticarla? Dove l’ombra cadeva sulla tappezzeria, le strisce d’un indaco splendente si alternavano con strisce di un’incandescenza così intensamente brillante ch’era difficile credere potessero essere fatte di altro se non di fuoco blu. Per un tempo che mi sembrò immensamente lungo fissai senza sapere, perfino senza desiderare di sapere, ciò che avevo di fronte. In qualsiasi altro momento avrei visto una sedia tagliata da luci e ombre alternate. Ora la percezione aveva inghiottito il concetto. Ero così completamente assorto nel guardare, così sbalordito da ciò che vedevo, che non potevo accorgermi di niente altro. Mobili da giardino, listelli, luce solare, ombra. Questi non erano che nomi e nozioni, mere verbalizzazioni per scopi utilitari o scientifici, dopo l’avvenimento. L’avvenimento era questa successione di azzurri sportelli di fornace, separati da abissi di impenetrabili genziane. Era inesprimibilmente magnifico, magnifico quasi al punto di essere terribile. E d’un tratto ebbi un barlume di quel che si deve provare a essere pazzi.»
[Ibidem da Aldous Huxley: “Le porte della percezione. Paradiso e inferno” – Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 1° ed., XVI Rist. 2005]

Nella seconda parte del saggio (Heaven and Hell) Huxley estrae dalla sua esperienza una ipotesi suggestiva; egli indaga con rigoroso metodo associativo-descrittivo su un mondo fenomenologico in gran parte sconosciuto.
Descrive situazioni diverse, tutte in vario modo capaci di indurre uno stato visionario: oltre alla sua esperienza con la mescalina (e a quelle simili con LSD), riporta le visioni dei mistici e degli asceti; quelle legate ai digiuni e alle ferite autoinflitte degli indiani d’America nei loro riti di iniziazione. Ma parla anche di altri stati allucinatori e visionari, come la deprivazione sensoriale.
Identifica quindi alcune forme comuni e ricorrenti dell’esperienza visionaria: l’aspetto traslucido degli oggetti, che sono come illuminati da una luce interna; la ricorrenza di gemme e pietre preziose, di luce e colori preternaturali, di cristalli, fiori e frutta di fantasmagorica ricchezza. Altrettanto fantastiche sono le relazioni degli oggetti tra loro e i punti di intersezione.
È esperienza comune di coloro che l’hanno assunta che la mescalina sia in grado di far accedere ad un mondo visionario, per così dire ‘esterno’ al soggetto; non suscita sogni né ricordi, anche se la qualità delle visione risente dello stato emotivo e fisico dello sperimentatore.

Viene proposto un meccanismo comune sottostante a questi fenomeni. Con notevole originalità per i tempi in cui scriveva, Huxley ipotizza in tutte queste situazioni una ‘diminuita efficienza della valvola cerebrale di riduzione’, determinata, a seconda dei casi, da un deficit dell’apporto di glucosio al cervello, dalla concomitanza di malattie, stanchezza, stati di avitaminosi, dalla presenza di prodotti tossici di tessuti in decomposizione o dall’aumento dei livelli di anidride carbonica (CO2) nel sangue. In ogni caso ne risulta alterata la capacità del cervello di selezionare tra i vari input: quelli utili alla sopravvivenza e quelli (apparentemente) inutili, appartenenti al regno della visione, che lui chiama ‘gli antipodi della mente’.
A questo mondo possono permettere l’accesso, in individui particolarmente predisposti, stimoli esterni e creazioni artistiche di vario tipo. L’Autore ne fa una disamina accurata, includendovi dipinti, vetrate colorate, creazioni di cristalli, ma anche opere particolari come gli arazzi rinascimentali, le ceramiche di smalto di Luca della Robbia e (di nuovo!) gli iris di Monet e l’arte del paesaggio di ispirazione zen, i mosaici moreschi e orientali e perfino i fuochi d’artificio.
“Ma l’esperienza visionaria non è sempre beata. Essa qualche volta è terribile. Vi è l’inferno così come vi è il paradiso” (“Heaven and Hell” è il titolo del saggio! – Ndr.). […] “Questo mondo trasfigurato negativamente si è fatto strada, di tanto in tanto, nella letteratura e nelle arti. Esso si dibatteva e minacciava negli ultimi paesaggi di Van Gogh; era la base e il tema dei racconti di Kafka; la dimora spirituale di Gericault; fu abitato da Goya durante gli anni della sordità e della solitudine”.

Elaborazione grafica e vetrata ispirati alla copertina di un famoso concept album dei Pink Floyd (1973): The dark side of the moon

Nel testo di Huxley c’è un breve passaggio in cui si accenna all’ascolto di musica di diversa natura (da Mozart ad Alban Berg) sotto gli effetti della mescalina. Ma nel complesso gli aspetti visivi dell’esperienza sono di gran lunga preponderanti rispetto a quelli uditivi.
Le correlazioni con il mondo visionario sono state invece di gran rilievo per tutta la musica successiva, la cosiddetta ‘musica psichedelica’ dagli anni ’60 in poi (King Crimson, Pink Floyd, e tanti altri) – generata nell’atmosfera culturale o dal reale uso di LSD – che di quelle esperienze portano il ricordo o gli echi (‘Echoes’ è un altro titolo dei Pink Floyd). Questi nuovi aspetti del viaggio da ‘gli antipodi della mente’ (ma si potrebbe anche dire ‘the dark side of the moon’?) alle sue espressioni musicali, e viceversa, attendono ancora una analisi lucida e insieme appassionata come quella che per gli altri aspetti Huxley ci ha lasciato.

Sai cos’è… l’isola di uait… (è per noi / l’isola di chi / ha negli occhi il blu / della gioventù…)
Il campeggio di Londra sta a Crystal Palace, che sarà anche un posto famoso, ma lo saprò parecchio tempo dopo. Sono in tenda con un mio amico calabrese e abbiamo avuto l’ennesima discussione. Partiti da Roma per un viaggio in Fiat cinquecento, abbiamo attraversato la Francia e siamo nella ‘mitica’ Londra degli anni ’70 (…anche che sarà mitica lo scopriremo dopo). Ormai è quasi un mese che siamo fuori. Il motivo del contrasto stavolta è che per lui vacanza è ‘fare le vasche’ a Trafalgar Square, su e giù per rimorchiare, mentre io sono negato. È andata a finire che lui ha trovato un’austriaca focosa e passano tutto il giorno in tenda. Io mi organizzo; è ora che le nostre strade si separino per un po’. Così decido di partire con l’autostop per l’isola di Wight. Pare che ci sia un raduno, laggiù: un Festival o qualcosa del genere. In campeggio non si parla d’altro! Compro uno zaino di vimini e tela olona da un ragazzo della tenda a fianco; spazzolino e sacco a pelo, cinque sterline in tasca e sono pronto. Gli accordi sono che la (mia) macchina resti a lui; il resto dei nostri (scarsi) averi è al deposito bagagli della Victoria Station. Appuntamento sul molo di Dover di lì a una settimana per il ritorno in Italia. Il mio amico, con l’inseparabile girl-friend, mi accompagnano in macchina sulla London ring road, ed eccomi a scoprire le gioie e i dolori dell’hitch-hicking (anche la grafia della strana parola sarà una scoperta successiva).
È una fiumana di gente – scopro strada facendo (saranno 600.000 persone, alle stime ufficiali) – che si sta raccogliendo per l’evento, il primo grande Rock Festival in Europa, nella piccola isola dalla parte occidentale del Canale della Manica (English channel)

Isle of Wight Festival – 26-30 August 1970: il più ricco programma della storia del Rock!

Dopo qualche breve passaggio, quasi subito un gran colpo di fortuna. Si ferma un grosso bus colorato dipinto a fiori, con le insegne di una casa discografica. Destinazione: Straight to Porthsmouth: esattamente il porto di imbarco! …Wow!
Il bus, per un timido hitchhicker alle prime armi, italiano per di più, è la filiale viaggiante del Paradiso. Musica a tutto volume, odore di fumo d’erba e ragazze bellissime – gonne gipsy e capelli lunghi ornati di corone di fiori – che offrono thè e biscotti allo zenzero …o all’hashish, non importa! …E si va come il vento! È questo il Nirvana? Sono queste le urì?
Ma ogni felicità è di breve durata; il vecchio bus comincia a sussultare, sbuffa, tossisce –Troppo fumo, qualcuno dice! – poi si ferma del tutto.
Tutti a terra – anche le urì – e di nuovo sulla strada… Ciascuno per sè: regola d’oro degli autostoppisti.
In qualche modo a Porthsmouth si arriva, ma i traghetti sono ingorgati; file lunghissime per l’imbarco. La notte si passa sul molo, raggomitolati nel sacco a pelo insieme agli altri. Imbarco e arrivo sull’isola alle prime luci dell’alba. Altro trasferimento verso l’interno, una vasta area libera tra il villaggio di Afton Farm e la Freshwater bay.
Il sito del Concerto è una larga spianata delimitata da un recinto in lamiera ondulata. Su uno dei lati c’è una collina; al di là della collina c’è il mare!

All’interno del recinto del Festival (spettatori paganti). Sul palco si legge la scritta “3RD ISLE OF WIGHT FESTIVAL OF MUSIC 1970”

Foto dall’interno del recinto del Festival verso la collina prospiciente (Desolation hill) gremita di gente. Al di là del crinale della collina c’è la discesa che porta al mare di Freshwater bay

L’ingresso al rock-festival costa una cifra irrisoria (al senno di poi: solo tre sterline!); ma comunque al di fuori delle mie possibilità e interessi. D’altra parte i paganti sono un’esigua minoranza; ad essi viene tatuato sul polso un segno con un inchiostro indelebile per la durata dell’evento, perché si possano muovere dentro e fuori il recinto. Il grosso del pubblico non pagante, cioè gli ‘uomini liberi’ si sistema sulla collina che viene presto ribattezzata Desolation Hill (ma anche Devastation Hill). La vista è ottima, anche se il palco è lontano, ma la musica si sente bene.

Foto dalla collina verso il sito del Festival e il palco delle esibizioni. Sulla sinistra della foto, parzialmente visibile, lo spazio per i servizi e la tendopoli. All’estremo opposto rispetto al recinto, c’è il boschetto della perdizione (non visibile nella foto)

Dietro il recinto del palco c’è un boschetto; è lì che si sono accampati i primi arrivati: gruppi per lo più, o grandi famiglie. Ci sono delle strane moto con il manubrio alto (…mai viste prima, ma diverranno famose!), e anche piccoli van adattati in modo fantasioso; tende di diverse misure e rudimentali cucine da campo. La notte diventa un posto fantastico, tra fumo e incensi indiani, lampade a petrolio e odori di cucinato. Circolano strane voci, a proposito del ‘boschetto’: di orge notturne e di droghe pesanti. È lì che sento parlare per la prima volta di ‘eroina’. A un ragazzino come me dà l’idea dell’anticamera dell’Inferno, infatti non ci metto più piede!
Ma la vita sulla collina non è meno avventurosa. A causa della pendenza ci si deve stendere in una posizione obbligata, con i piedi verso il fondovalle. La prima notte si sperimenta e si impara tutto in necessario per la sopravvivenza. La tecnica più rudimentale consiste nello scavare due buche, o una sola più grande, in cui piantare i talloni, ma anche così, nel rilassamento del sonno, si può perdere la presa. Nessun problema, ritrovarsi addosso a qualcuno: grandi pacche sulle spalle e qualche volte anche un invito a bere qualcosa insieme. Il giorno dopo compaiono piccole nicchie o terrazzamenti fatti lavorando di badile (dig… dig…).
L’umidità notturna entra nelle ossa e sembra non ci sia modo di difendersi; i cartoni per coprirsi vanno a ruba. Ma la mattina dopo il tam-tam del campo annuncia che si vendono una specie di sleeping-bag, in cartone catramato a prova di umidità (Great! ). Anche la musica può diventare un problema. È vero che sul palco si avvicendano i gruppi più famosi del momento – cioè di tutta la storia del rock – e ognuno dei presenti ha un suo preferito nel programma, ma la musica è continua, giorno e notte, con una brevissima pausa nel primo pomeriggio. Quando si vorrebbe dormire, il tumb… tumb… tumb… dei bassi diventa ossessivo e somiglia a un incubo.
Però ci sono anche gioie e scoperte. La più importante è l’atmosfera di libertà gioiosa del raduno; la togetherness che si sperimenta lungo i bordi del festival site, guardando le famiglie borghesi dei residenti dell’isola che vengono in gita con i bambini, il sabato e la domenica, a guardare… come si fa con gli animali allo zoo.

La copertina di un settimanale giovanile con ampi resoconti dell’evento, all’interno. All’epoca il nudo in copertina faceva abbastanza scalpore

Poi c’è la scoperta del mare. La mattina, appena il sole comincia a scaldare, una massa di gente da ogni parte del vasto campo risale la collina, scavalcando i corpi delle persone ancora addormentate e si riversa, come per una migrazione biblica, verso il mare dall’altra parte. Sul bagnasciuga e sulla spiaggia pietrosa stanno tutti nudi; tutti parlano fluent english.
Tu sei italiano, vero? – dice un gigante (forse) norvegese, preciso a Odino, come l’ho sempre immaginato. Cosa si può rispondere, quando un Dio nudo ti interroga?
– Beh! ..S..ssee
– È che sei l’unico che non si è spogliato!
– Gosh! Buu..

Un (tentativo di) bagno nell’acqua gelida da bloccare il respiro. L’aggregazione spontanea delle centinaia di persone in acqua, al suono di tamburelli, a formare la figura di un cuore [Ritroverò la foto di quell’evento, al ritorno in Italia, su un settimanale. La didascalia sotto, dice: “I teppisti… finalmente si lavano!”].
C’è anche la musica, è vero. Ma di quell’esperienza non è il ricordo più forte. Un po’ sono frastornato da tutto il resto, un po’ le mie conoscenze musicali all’epoca sono scarsine. Fatto sta che i grandi nomi – mai più rivisti tutti insieme sulla scena del rock – si confondono sul palco e nelle mie orecchie in un magma confuso.
Questo, molti anni dopo, costituirà un grande motivo di rimpianto.
Il Rock Festival ’70 all’isola di Wight è stato l’ultimo concerto pubblico di Jimi Hendrix prima della sua morte (18 sett. 1970), e anche l’ultima apparizione del gruppo dei Doors con Jim Morrison in Europa (‘King Lizard’ muore a Parigi il 3 luglio del ’71). L’eroina, le sue centrali e i suoi profeti divennero da allora e per sempre i nostri nemici generazionali. Si chiudeva una stagione esplosiva e anche il movimento hippie – che da noi in Italia sembrava ancora una novità – cominciava da lì il suo lento declino.

Ricordo molto bene la lunga strada del ritorno, sotto la pioggia. Quando più di mezzo milione di persone che erano arrivate in ordine sparso nel giro di una settimana, presero tutte insieme la via del ritorno. Sporchi, bagnati, affamati. Tanto dovevo far pena, che un buon vecchio signore inglese (…Dio benedica gli inglesi!) che mi dà un passaggio, non ha il coraggio di mollarmi per strada; mi invece porta a casa sua e insieme alla moglie mi offre un bagno caldo, una tazza di brodo e un letto per la notte…
Al porto di Dover arrivo puntale, ma il mio amico all’appuntamento non c’è, né ho idea di cosa possa essergli successo. Non solo… Ho speso gli ultimi soldi rimasti in lattine di birra inglese da portare in regalo in Italia, così mi ritrovo con lo zaino appesantito e senza una lira, per un’attesa che non so quanto potrà essere lunga.
La notte sta scendendo, sulle bianche scogliere di Dover…
Aiutooo! …Mi sono perduto nel vasto mondo..!?
Telefono… Casa…
Ma questa è un’altra storia…

(3. Fine)

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