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Jacqueline Bisset

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La saletta del bar è silenziosa e deserta, dal soffitto grandi globi neri e oro si allungano verso i tavolini bassi e le poltroncine dall’alta spalliera, oltre le vetrate...

La saletta del bar è silenziosa e deserta, dal soffitto grandi globi neri e oro si allungano verso i tavolini bassi e le poltroncine dall’alta spalliera, oltre le vetrate, tra le tende, si intravedono scorci di Via Veneto, figure che scorrono fluttuando. Solo dopo qualche istante gli occhi colgono, nella penombra, una figura nera seduta di spalle mimetizzata nell’oro scuro dell’arredo, come una divinità nel suo tempio. “Avevamo riservato la sala stampa, ma preferiamo farle qui le interviste” dice sorridendo l’addetto stampa ai giornalisti che, nel corso della giornata, vengono ad incontrare lei: Jacqueline Bisset, che Newsweek definì, un tempo, la più bella attrice di tutti i tempi. Corrispondenti russi, tedeschi, spagnoli, uomini e donne, aspettano il loro turno nella hall dell’albergo, sorseggiando lo champagne gentilmente offerto. Erano anni che volevano incontrarla, ripetono con devozione, è stata il loro mito, la loro dea mortale, e ora sperano di apprendere i segreti che il tempo svela ai mortali.
Ma la dea essendo inglese, nutrita di pragmatismo britannico oltre che di esotismo e sensualità francesi per via di madre, prima di snocciolare segreti, quando i giornalisti, due alla volta, si presentano al suo piccolo tavolo, offrendo i loro occhi curiosi e ammirati, lei li prega, innanzitutto, di sedersi proprio di fronte, in modo che possano parlare guardandosi negli occhi.
I suoi, di occhi, sono di un verde indimenticabile, che dilaga nella pupilla e trabocca dalle ciglia come un mare. Dove lo abbiamo visto un colore di mare così? Con dentro un ricordo di tempesta, una profondità di abissi, e un nitore di smeraldo in superficie, un presagio di infinito.
Jacqueline Bisset è vestita di nero, maglietta e pantaloni, sandali neri bassi e collane d’argento al collo. Sul suo viso, affilato e intenso, il tempo ha inciso segni gentili e la vita strati di emozioni: la vita sembra le abbia lasciato segni più forti del tempo.

Ed è inevitabile che le chiedano subito come si faccia a sopravvivere in un’industria che secerne a getto continuo giovani bellissime attrici: perché Jacqueline Bisset, a più di sessant’anni non ha mai smesso di lavorare passando, all’apparenza senza traumi, dal ruolo di protagonista a ruoli secondari. (Oggi è qui nell’ambito del Roma Fiction Fest, per la conferenza stampa di Carolina Moon, un film televisivo che ha avuto grande successo negli Stati Uniti ed è stato da poco acquistato dalla Rai). Jacqueline ride e pragmatica risponde che ci vuole coraggio e flessibilità. Tanto coraggio. Ovunque gente piena di energia, di curiosità, di esperienza, viene gettata via, i giovani devono pur andare avanti. Così è la vita. E così lei si adatta a ciò che si presenta e che le viene offerto. Le sue parole fluiscono in inglese, talvolta in francese, la dea non ha risposte da dare, lo dice subito, anzi non sa neanche bene ciò che dice, ammette ridendo. Lei può solo affondare le mani, insieme al suo interlocutore, nell’immenso serbatoio della sua vita, nel grande forziere, in cerca di qualcosa che si accosti alla verità. E ciò che le parole cercano, gli occhi riflettono in un trascorrere di nubi leggere, di dardi luminosi.
“Allora chissà che questo non sia il momento migliore della sua vita?” Conclude il suo interlocutore. E Jacqueline ride franca, schietta e dice che il migliore no, non scherziamo. Forse adesso c’è più serenità e meno paura. E di nuovo affonda le braccia a rovistare nel baule: in cerca di elementi che compongano un quadro. È ancora entusiasta del suo lavoro, dice, perché lavorando si sente nel flusso del tempo e della vita. Ma a volte il flusso diventa così veloce e molti se ne fanno travolgere, nell’ossessione di avere, nell’urgenza di fare tanto, troppo, lontano dalle piccole cose buone che nutrono. E sembra di vederlo, nei suoi occhi, il flusso tumultuoso che si riversa nel mare spazzando ogni cosa. “Sono sbigottita dalla velocità con cui è trascorsa la vita, da come tutto ciò sia avvenuto ” E il pragmatismo della sua voce stempera la malinconia delle parole.
“Ma non è solo l’età a complicare le cose, c’è anche il potere degli uomini, la loro paura del successo di una donna” interviene l’altra intervistatrice che è una signora affermata. E Jacqueline la guarda assorta, sembra pensarci su: lei non l’ha sentito il peso degli uomini, o forse una sola volta quando ha coprodotto, oltre ad interpretare, “Ricche e famose” , l’ultimo film di George Cukor, allora sì, si è scontrata con il potere maschile di Hollywood. E non è stata certo un’esperienza divertente, però da allora le donne, anche nella produzione, ne hanno fatta di strada. E comunque, continua, sin da piccola lei ha sentito il valore delle donne. Nella sua famiglia non c’è mai stata l’idea che valessero di meno degli uomini: sua madre era un avvocato, una donna brillante, che le ha inculcato l’amore per lo studio, e il piacere di apprendere.
La stessa madre che poco dopo, divorziata da suo padre, si sarebbe ammalata di sclerosi e che lei avrebbe assistito sempre fino alla fine. Ma questo pezzo Jacqueline lo sfiora con lo sguardo, non lo estrae dal baule.
Jacqueline, che non si è mai sposata e non ha avuto figli, e con gli uomini ha avuto relazioni lunghe e appassionate, come ci ricordava un giornalista poco fa, sorride e spiega con dolcezza che lei non lo teme il potere degli uomini, le piace sentirsi protetta dalla forza di un uomo pur sapendo di possederne di sua. “È difficile trovare un equilibrio” mormora pensierosa come se avesse davanti a sé un bilancino e il mare dei suoi occhi rifulge in una luce morbida. “Ma non ho mai avuto l’impressione che gli uomini fossero contro di me, o avessero paura del mio successo”.
L’intervistatrice strabuzza gli occhi, agita le mani in aria: questo cercare rifugio nella forza degli uomini è una caratteristica del segno della Vergine, il segno di Jacqueline, spiega. Gli uomini sono terrorizzati dalle donne che hanno successo e racconta di sé, del vuoto incomprensibile che, molto tempo addietro, si è trovata attorno quando il suo nome ha cominciato ad affermarsi. Il giornalista che le è a fianco prova a infilare una sua domanda, ma lei non ci bada e sposta la sedia e ora l’intervista è un’esclusiva con Jacqueline sul potere del maschio. Ma Jacqueline, britannicamente poco incline ai conversari intimi, dice che se il tale uomo non è stato in grado di accettare il suo successo, è stato meglio perderlo. Lei ha sempre trovato uomini capaci di farlo. Basta trovarne uno. Uno alla volta. Mica ce ne vogliono tanti.
E la giornalista si quieta, nella razionalità della risposta e chiede “Ma l’amore vero esiste?” “Certo” la rincuora Jacqueline “certo che esiste”.
Approfittando del dolce languore della collega, il giornalista chiede a Jacqueline del suo lavoro in televisione. E Jacqueline Bisset dice che le piace il ritmo più veloce della televisione, non ama girare e rigirare la stessa scena, non è convinta che l’interpretazione di un attore migliori sempre ad ogni ciak. Le hanno offerto ruoli bellissimi. In Inghilterra non è mai stato un problema per gli attori passare dal cinema alla televisione al teatro, mentre in America chi passava alla televisione veniva stigmatizzato. Ma ora non più e per le donne, superata una certa età, i ruoli migliori vengono dal piccolo schermo. Fino a poco tempo fa c’erano grandi budgets. “Insomma” ride “ci eravamo create una nostra nicchia, un piccolo angolo protetto, noi attrici tardone”. Ma ora questa nicchia è insidiata dai reality show. È la cosa che interessa di più, e si fa con budget bassissimi, una sciagura per scrittori e attori. Ma, il suo pragmatismo riprende subito il sopravvento, per fortuna c’è ancora tanta produzione indipendente.

Si è concluso il primo gruppo di interviste, si riprenderà nel pomeriggio dopo la conferenza stampa all’Auditorium di Via della Conciliazione. Al momento dei saluti la porta dorata del tempio che dà su Via Veneto si schiude un istante e un uomo alto, magro, sorridente scivola all’interno, silenzioso si accosta a Jacqueline che è ancora seduta. Lei solleva il suo sguardo di mare e gli sorride con dolcezza, le loro dita si sfiorano, lui le dice che fuori ci sono gli amici che l’aspettano con un bimbo piccolo, di pochi mesi. Sorride lui, e gli occhi di lei si colmano di tenerezza.
“È il suo fidanzato, l’istruttore di arti marziali con cui vive da dieci anni” ci assicura in seguito una giornalista, “ma non è possibile, si sono lasciati da poco” dice un altro. Ma è lui ti dico, ma no dice l’altro. E poco importa davvero, siamo ancora incantati dallo sguardo di lei, non capita spesso di vederli sguardi così: pieni di fiducia, di tenerezza, di ironia, di pazienza, di gioco.

Alla Conferenza Stampa si parla dei cinque film per la televisione tratti dai romanzi di Nora Roberts, macchina da guerra del romanzo rosa americano, percettrice di introiti che si avvicinano a quelli di JK Rowling. Il regista, un’omaccione simpatico, dette poche parole, lascia il campo a Jacqueline Bisset che nel film interpreta una donna dell’alta borghesia della Carolina del Nord la cui figlia viene violentata e uccisa.
Le chiedono se si identifichi con un tipo di donna così, con il suo gelo emotivo, e lei dice che non si può sapere come si reagirebbe in una situazione del genere, non si può giudicare, a volte, se vuoi sopravvivere, non puoi lasciar venir fuori ciò che hai dentro.
E qual è il ruolo nella sua carriera con cui più si è identificata, che le assomiglia di più, le chiedono e lei ci pensa su un istante e racconta di un film “Alta Stagione” , con Irene Papas e Kenneth Branagh dove lei recitava la parte di una fotografa, che prende la vita con una profondità leggera o una leggerezza profonda con cui si identifica molto. E racconta di una scena di nudo che doveva girare e di come si fosse tormentata al riguardo, ma sarebbe stata di spalle, correndo di notte sulla spiaggia con Kenneth Brannagh. E insomma, con grande apprensione, girano la scena di nudo e poi nel montaggio… l’hanno tagliata. “Tagliata…” ripete ridendo ancora incredula. “Ho un ricordo di tanta apprensione e di tanto sollievo” Le chiedono come sia stato lavorare con i grandi registi. E lei dice che le piacciono i registi che non usano troppe parole, e allora, immancabile, arriva la domanda su Truffaut. Come è stato lavorare con lui. Glielo chiedono spesso nel corso della giornata e a seconda del momento, di altri pensieri che emergono dal grande forziere, lei risponde sbrigativa “bello” oppure si lascia andare come adesso e racconta che Truffaut di parole ne usava fin troppo poche. “Effetto notte” era il suo primo film in francese ed era molto emozionata. E si trova davanti Truffaut estremamente preciso e meticoloso e spontaneo: indicava agli attori anche il movimento delle mani. E Jacqueline muove le mani come un mimo “mi prendeva e mi diceva ecco stai ferma, metti le mani così e guarda lì, e lì non c’era niente che io potessi guardare e allora gli chiedevo ma perché devo guardare lì, cosa devo vedere? e lui mi diceva non devi fare domande, devi guardare lì e alla fine io ci guardavo, ma sentivo tutto il mio corpo che si ribellava, perché un attore per fare un gesto una motivazione ce la deve pur avere”.
Ma poi, continua, quando ha visto il film montato ha capito cosa volesse dire Truffaut, ha visto l’effetto che creava il suo sguardo sullo schermo, le sfumature che aggiungeva. E da allora ha imparato a fidarsi, ad abbandonarsi.

Nel pomeriggio riprendono le interviste in albergo. Jacqueline, senza mostrare segni di stanchezza, estrae nuovi tasselli dal forziere della sua vita, curiosa di vedere il disegno che compongono. Si concentra su ogni domanda come se la sentisse per la prima volta, incollando i suoi occhi sull’interlocutore, coinvolgendolo nella sua ricerca. Quando le chiedono cosa sia la bellezza per lei che ne è stata un’icona, ridendo dice di non essersi mai sentita un sex symbol, neanche a letto. La vita concede a tutti un periodo di grazia: la giovinezza in cui si è spontaneamente più interessanti e attraenti, poi la giovinezza finisce e allora devi prenderti tutta la responsabilità per ciò che sei, per gli interessi che coltivi, per l’umanità che possiedi. Le chiedono di Angelina Jolie: la sua figlioccia e lei ne parla con ammirazione e rispetto. Si augura che possa trovare un modo per riconciliarsi con suo padre, l’attore Jon Voight, perché, e il suo viso si aggronda, nella vita è importante fare pace con il mondo anche a costo di mandar giù bocconi molto amari. Quando, parlando di televisione, le dicono che in Italia è molto nota per la sua interpretazione di Maria nello sceneggiato su Gesù, i suoi occhi si colmano di stupore, all’epoca non riusciva a credere che volessero offrire la parte proprio a lei. Poi la sua voce si abbassa, la sua schiena si incassa nell’angolo della spalliera, e dice che sua madre è morta mentre lei era in Marocco per le riprese, è andata in America a prenderla e poi al ritorno nelle scene con il Cristo morto, lo strazio di madre si confondeva con l’enorme dolore di figlia. Un velo grigio offusca il suo sguardo.
Prima dell’ultima intervista un rumore assordante scuote il piccolo tempio e nasconde le voci, un gruppo di operai è al lavoro su Via Veneto. Scendiamo da basso nella saletta stampa riservata, comoda, asettica, funzionale. Jacqueline si siede al tavolo tra le pareti beige ovattate e sembra sentirsi più a suo agio, fuori del mito che l’ammanta, dei ricordi del mito che la cingono stretta, accavalla le gambe e giocherella tranquilla, paziente con un pezzetto di carta mentre la giornalista prepara con cura il registratore spiegando che l’ultima volta, mentre intervistava un cantante rock, il registratore si è inceppato, la giornalista ha usato la parola rocker, al posto di rock singer, Jacqueline sorride incantata “quanto tempo che non sentivo più questa parola “rocker” non lo dice quasi più nessuno adesso, ma un tempo si diceva” mormora e i suoi occhi brillano nel ricordo, chissà, di anni lontani, della Swinging London.
E il luccichio rimane in fondo al suo sguardo, accende una luce morbida nei suoi occhi, una nota leggera nelle sue risposte. Parlando di Carolina Moon la giornalista le chiede cosa ne pensa dei poteri psichici, delle capacità paranormali e Jacqueline dice che non è più scettica come un tempo. Durante un esercizio di respirazione le è sembrato di estraniarsi dal suo corpo, un’esperienza fortissima, e di non riuscire più a tornare in sé. Ci penserebbe bene prima di rifarlo. E recitare in un reality show le piacerebbe? Nella prima scena si vedrebbe lei seduta alla scrivania che parla al telefono, nella seconda lei che fa ginnastica, teme che non funzionerebbe. E a fare la regista ci ha pensato? Le piace molto osservare le persone, non tutte certo ma alcune crede di vederle bene, vede ciò di cui hanno bisogno e di cui non si accorgono, le piacerebbe poterglielo dare. Da regista si concentrerebbe sulle potenzialità delle persone, ma per il resto: come farle entrare da una porta, come farle uscire, non saprebbe da dove iniziare.
No, lei in realtà preferisce mettere la sua esperienza al servizio degli altri: delle produzioni indipendenti, anche dei progetti che non si vendono. Le piace lavorare con la gente giovane: il mondo cambia rapidamente, e lei sta imparando a conoscerlo di nuovo, a scoprirlo da zero, questa volta senza l’aspettativa di capirlo, accettandone il mistero. “Pensavo di conoscere gli uomini, di sapere ormai cosa aspettarmi, e mi sono dovuta ricredere.” Ride e fissa un punto lontano, e quasi sembra di vederlo ciò che vedono i suoi occhi. Ora che il sole intenso del mezzogiorno non le illumina più, con la sua luce cruda, le forme del mondo, hanno perso i contorni taglienti, si sono confuse, addolcite, lei le osserva incuriosita. Qualcosa di buono c’è, lei lo vede, anche in questo turbinio leggero di ombre nella luce del tramonto.

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