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Il lato oscuro della luce

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Immaginate di stare andando trafelati all’Aranciera di Villa Borghese. Cos’è l’Aranciera? È un edificio che, ora immerso dentro Villa Borghese, esisteva già prima della Villa.

Immaginate di stare andando trafelati all’Aranciera di Villa Borghese. Cos’è l’Aranciera? È un edificio che, ora immerso dentro Villa Borghese, esisteva già prima della Villa. Originariamente, credo cinquecentesca, residenza della famiglia nobile dei Ceuli, nel Settecento con Marcantonio IV Borghese conobbe i fasti dei decori di numerosi artisti e fu sede di feste mondane, eventi ludici, tanto da essere denominato Casino dei “Giuochi d’Acqua”. La Repubblica Romana cadde nel 1849 e i cannoneggiamenti rovinarono il bel Casino. Ricostruito alla meno peggio, divenne luogo per proteggere i vasi d’agrumi, da qui il nome di Aranciera, nome colorato che mi piace parecchio. Nel primo Novecento, con il passaggio di Villa Borghese al Comune, l’Aranciera si trasformò in sede di abitazioni e uffici pubblici, poi ospitò un istituto religioso e negli anni ’80 degli uffici comunali (venivano conservati fortunati pubblici impiegati al posto delle arance). Adesso, completamente ristrutturata, l’Aranciera è sede del Museo Carlo Bilotti, mecenate – purtroppo deceduto questo novembre – grazie al quale il piccolo e vitale Museo offre mostre di pregio. Bene, dunque state andando trafelati (che sono già le 18.45 e l’orario di chiusura è alle 19.00, e lo sapete, ma prima stavate facendo altro per campare) a tentare di vedere le opere di un pittore schivo, pertanto non conosciuto, dei primi anni del Novecento. Vi siete documentati, vi sembra che sia il caso di dare un’occhiata. Già sapete che comunque non vi faranno entrare, è tardi. La ragione suggerirebbe di andare direttamente un altro giorno, con più tempo a disposizione, voi però ci andate lo stesso. Siete un po’ stupidi, sì. E invece, sorpresa (anche gli stupidi hanno a volte ragione): arrivando vedete parecchia gente all’ingresso, con le scarpe che affondano nel brecciolino che rende instabili tacchi alti e bianche le suole. Vi avvicinate. Sbirciate. Gente chic. Mhm. Sa di inaugurazione. E infatti lo è. Candidamente, ma fortunatamente con indosso un vestito nero che non fa mai sfigurare, entrate. Ed è tutto bianco. A parte la gente che chiacchiera e sorride, il bianco domina tutta la scena. Appena dentro, l’occhio è catturato da una scritta a neon sulla parete di fronte, dove se ne sta un uomo appeso. La scritta è Strauch!, la R è rossa e pende come se cascasse sconfitta dal bianco. Strauch!, proprio così, con un’esclamazione a rafforzare l’effetto già insolito della scena. L’uomo appeso è bianco, gonfio, gli occhi chiusi, serrati, accecati, le orecchie tappate con le mani. Non è proprio un uomo appeso, è una scultura a dimensione naturale in resina di poliestere e polvere di marmo. Ma l’impressione è reale.

 

Strauch è il protagonista del romanzo “Gelo” di Thomas Bernhard. Questo ovviamente l’ho letto dopo. Con reminiscenze di studi del tedesco ricordavo che Strauch vuol dire cespuglio, pensavo a un richiamo all’odiato presidente americano, e invece è un nome di persona, o meglio di personaggio. Non credo vi importi se vi dico che sono entrata credo in tutte le librerie del centro di Roma senza successo nel trovare il libro, ma ve lo dico lo stesso. Introvabile anche se è considerato un capolavoro. Fuori catalogo. Se qualcuno che mi legge adesso lo possiede, vi prego, ti prego, di farmelo sapere. Ho trovato altri libri, bellissimi, di Bernhard ma di “Gelo” (Frost in lingua originale) neanche l’ombra. Avrei potuto, leggendo il libro, scrivere cose più adeguate sulla mostra che vorrei descrivervi, posso solo dirvi di Strauch quanto scritto nel comunicato stampa: “un pittore con la testa saldata al corpo, ci conduce nell’oscurità attraverso un monologo interiore che passa per il sentiero dell’orrore, dell’asfissia, dell’annichilimento. Tutta la narrazione è permeata dalla presenza della solitudine e dalla perdita delle senzazioni”. E posso dirvi che Strauch! è anche l’opera chiave della mostra.

Un attimo, però. Non ci confondiamo: ovviamente non è la mostra che originariamente volevo vedere. Si tratta di arte contemporanea e si tratta di un artista vivente: Bernardì Roig, quarantaduenne spagnolo. Il titolo dell’esposizione delle sue opere, che sono installazioni, è “Light never lies”, ovvero la luce non mente mai. Le installazioni, 8 e realizzate tra il 2001 e il 2005, sono adeguate agli spazi del museo per comporre una scenografia scarna ma d’effetto. Così come fa il buio più pesto, il bianco abbacina gli occhi, le figure si stagliano negli spazi quasi a sorpresa, quasi nascoste e appaiono inaspettate. C’è una narrazione nella mostra e c’è evidentemente una poetica, data dall’uniformità stilistica delle opere esposte e soprattutto dal tema dominante della luce quale elemento duplice di abbagliamento e di scoperta. La luce è sparata negli occhi degli uomini che la guardano, uomini spogliati, diversi tra loro per corporatura ma che appaiono uguali, sembrano la stessa persona per via del bianco uniformante. La luce alla quale sono esposti li rende ciechi, non la sopportano. Il simbolo sembrerebbe significare la sovraesposizione a una luce artificiale, che può essere quella dei media, degli schermi, dell’apparente positività della globalizzazione, di una menzogna ben confezionata. Questo rimanere accecati produce l’annullamento dello sguardo verso l’esterno e lo introietta all’interno, in una chiusura individuale nella più isolata interiorità. È curioso l’effetto che fanno queste installazioni. Pur essendo aperte contestazioni e visioni decisamente negative, nella meraviglia di come spuntano fuori vagando tra gli spazi del museo, è come se esprimessero una sorta di ironia. Ma non è solo questo, l’ironia che si percepisce visitando la mostra è in realtà spiegata da una sensazione di liberazione che gli uomini messi in scena da Roig compiono: chiudere gli occhi non vuol dire soltanto isolarsi ma pensare. È per questo, forse, che i visi non appaiono contriti e sofferenti, piuttosto sembrano prendersi gioco dello spettatore sapendo di essere guardati ma non restituendo il proprio sguardo e dunque in un rifiuto è espressa una libertà. Roig scrive anche dialoghi/monologhi. In uno di questi confessa: “Se la vita è una bugia, che tuttavia ci appare come tale solo nel momento della morte, la luce non mente mai”. Credo che per luce Roig intenda l’arte. Non vorrei abbassare i toni (parlando peraltro di un artista come Roig così figurativo, minimalista e concettuale) chiamando biecamente in causa l’inizio della canzone Nessuno mi può giudicare, che esordiva con “La verità ti fa male, lo so”, ma è qualcosa del genere anche l’arte. Terribile, necessaria, bianca.

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