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Cronaca nera

di

Data

È raccontare quello sguardo vuoto muto di dolore che non riesce a metterti a fuoco, che ti attraversa e ti gela.
È raccontare quello sguardo vuoto muto di dolore che non riesce a metterti a fuoco, che ti attraversa e ti gela. È raccontare quegli occhi infuocati di rabbia che cercano i tuoi e ti bucano le pupille e ti dicono vattene, vattene via. È abbracciare una donna che non hai mai visto prima e che non vedrai mai più. È tenere ferme le sue spalle che non smettono di tremare e mentire dicendole tua figlia ce la farà. È osservare la sua schiena curva ad arco che si solleva e si abbassa freneticamente, il giorno del funerale di sua figlia. È contare le lacrime che precipitano inesorabili sulle mani abbandonate sopra la panca, a pochi metri dal feretro. È sentirsi dire lasciateci stare nel nostro dolore, e dio se lo vorresti. È sentirsi dire noi con quegli stronzi dei giornalisti non ci parliamo. È non pensarci, non ora, a quella bambina di tre anni a cui hanno ammazzato il padre. Non pensarci, non ora che devi chiedere alla madre che tipo era suo marito. È raccontare alla vicina prima del telegiornale che quel bravo ragazzo che ha visto crescere è un assassino, e a proposito che ne pensa di questa storia. È non far vedere che hai paura. È mettere la maschera dell’indifferenza. È avere la faccia tosta di non mollare. È spingere dentro tutte le emozioni e lasciarle riaffiorare solo davanti al monitor, in un turbine di particolari annotati e tornati a galla chissà da dove. È provare pietà, dopo. È chiudere la storie che non fanno vendere più, e pensare ogni tanto che la vita dei loro protagonisti continua anche senza i virgolettati nel pezzo, e chissà come stanno ora. È guardare con rassegnazione il cellulare che squilla e chiedersi dove cavolo mi manderanno oggi. È mettersi d’accordo con i colleghi su un’unica, identica dichiarazione del testimone, che da quel momento diventerà la sola incontrovertibile verità. È pensare che se non gliela fai tu quella domanda, tanto gliela fa qualcun altro, e allora tanto vale. È scrivere pagine e pagine di appunti, per poi rendersi conto che l’unico modo per scrivere il pezzo è dar retta a quel morso allo stomaco che annebbiava la vista. È ripetersi a mente mentre sfogli il tuttocittà questa volta mi sbattono fuori a parolacce. È aspettarsi di essere offesi e spintonati. È avere il cuore in gola di fronte ad una porta chiusa con il dito sospeso sopra il campanello. È provare infinito fastidio e infinito sollievo se in casa non c’è nessuno. È guardare i colleghi accanto a te e provare a tratti conforto, a tratti profondo odio per la loro presenza lì. È intrattenere relazioni sociali con loro mentre dalle tapparelle abbassate del primo piano arriva il pianto straziante della madre. È aggirarsi per mezz’ora tra i padiglioni dell’ospedale cercando chirurgia toracica per poi scoprire che è in un altro edificio della stessa azienda, che raggiungi correndo a perdifiato per poi scoprire che dalla redazione ci hanno già parlato al telefono con il primario. È promettere alla signora con il cagnolino che non metterò il suo nome sul giornale, che non vuole noie lei e magari litiga anche con il figlio; che se proprio deve scrivere quello che ho detto si inventi un nome. È cercare con lo sguardo i vecchi del quartiere, che tanto loro hanno sempre qualcosa da dire. È ingurgitare, in ordine: caffè, succo di frutta, orzata, decaffeinato per parlare con tutti i baristi della zona. Loro sanno sempre tutto di tutti, e se non lo sanno, ti indicano chi lo sa. È costruirsi un pezzo per volta una propria etica, che permette di decidere rapidamente cosa scrivere e cosa no. È provare sollievo e serenità quando dici ora basta, chiudi il taccuino e lasci il campo. È pensare a tutt’altro nel tragitto tra il luogo del delitto e casa: l’adrenalina non va sciupata lontano dai tasti su cui picchiettare. È leggere il pezzo del tuo collega e pensare cazzo questo mi è proprio sfuggito. È sentirsi stanchi e vuoti dentro. È avere voglia di ricominciare il giorno dopo, con grinta.
Dedicato a chi parla il giapponese

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