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Teatro nel bunker e nella casetta

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Andare a teatro non è più un piacere. Non ci si va più per svagarsi o per godersi lo spettacolo. Il teatro contemporaneo, quello d’avanguardia e sperimentale, ha cancellato dal dizionario...

Andare a teatro non è più un piacere. Non ci si va più per svagarsi o per godersi lo spettacolo. Il teatro contemporaneo, quello d’avanguardia e sperimentale, ha cancellato dal dizionario tutte quelle parole che mettono il pubblico a suo agio. Ora lo spettatore deve essere sempre più un elemento partecipativo, o meglio un elemento da disturbare, irritare, colpire, sorprendere e annichilire. All’uscita il pubblico deve uscire con una smorfia di malessere e non con un sorriso di compiacimento. La maggior parte degli spettacoli di teatro contemporaneo sono vietati ai minori, sconsigliati ai deboli di cuore o portatori di pacemaker, agli epilettici e ai claustrofobici. Per una curiosa (ma neanche troppo) coincidenza, gli ultimi due spettacoli del Teatro delle Albe e di Fanny Alexander, le due compagnie ravennati tra le più interessanti in Europa, anche se diversissimi nella sostanza, hanno un punto in comune: lo spazio angusto e opprimente in cui sono rappresentati. Le due compagnie hanno reinventato lo spazio della recitazione, scavandosi dei luoghi ristretti in cui possono accedere un numero ristretto di spettatori. Ho avuto la fortuna di vedere questi due spettacoli una sera dopo l’altra, uno a Roma e l’altro a Ravenna, e si è trattato proprio di fortuna perché nel primo erano accettate solo venti persone e nel secondo una trentina (ma con una replica dopo) e per questo devo ringraziare Silvia Pagliano delle Albe e Valentina Ciampi dei Fanny per avermi procurato gli agognati biglietti. Compagni di poltrona, o compagni di maltrattamento, sono stati i tre malcapitati e ormai famosi Mei, Buzi e Machi, poi partiti alla volta di Parigi direttamente da Ravenna. Le Albe hanno adattato un testo del drammaturgo austriaco Werner Schwab, “Sterminio”, un dramma in quattro atti con la regia di Marco Martinelli su un condominio viennese dove si scontrano tre nuclei famigliari, mentre i Fanny & Alexander hanno messo in scena “Amore (2 atti)”, due monologhi ispirati a “La piccola Apocalisse” di Tommaso Landolfi adattati da Chiara Lagani e con la regia di Luigi de Angelis. “Sterminio” è uno spettacolo che gira da molto tempo e già il secondo realizzato dalle Albe in una struttura cubica di calcestruzzo grigia: un vero e proprio bunker, con il soffitto bassissimo, la scena scarna e gli spettatori seduti su tre file frontali. È riduttivo definire lo spazio dei Fanny come una “casetta”, ma l’ingresso vi assomiglia per una porta con a destra una lapide e a sinistra una corona d’alloro come per le onorificenze ai monumenti. Entrando nello spazio di “Amore” sembra di stare invece in un tempio con un foro sul soffitto su cui è proiettato il super8 di un cielo e quattro file di sedie per il pubblico poste l’una di fronte all’altra sul lato lungo, come fosse una sfilata di moda con il corridoio al centro. In “Sterminio” il buio è padrone per la maggior parte dei primi due atti e gli attori si illuminano con delle torce che frammentano la scena in tanti volti e azioni. In “Amore” invece c’è un trionfo di luci e colori, ma anche molti intermezzi di oscurità illuminati, in mezzo e alla fine, da lampi di flash che accecano e macchiano la retina con solo delle impressioni. “Sterminio” è una indagine sul male attraverso lo scontro che si crea tra gli abitanti di un condominio. Ci sono i proletari, la signora Verme (Paola Bigatto) e suo figlio artista-storpio Hermann (Alessandro Argnani detto Arnio), la famigliola borghese dei Kovacic (Luigi Dadina e Michela Marangoni) con le figliole ninfo-corrotte Desireè (Cinzia Dezi) e Bianca (Laura Redaelli) e la nazi-aristocratica-Circe signora Cazzafuoco (Ermanna Montanari, a detta degli addetti ai lavori, l’erede di Carmelo Bene). In “Amore” invece i personaggi sono due: D e P. D (Marco Cavalcoli) è un uomo che parla d’arte a una pecora (viva: si chiama Agnese) che dorme e intanto mangia del miele a cucchiaiate, mentre P (l’immensa Chiara Lagani) si esprime con una lingua impossibile e utopica fatta di colori e alla fine rientra in scena spruzzando un’essenza sulfurea che sa di marcio e succhiando da un tubo del gas elio che le modifica la voce paurosamente. Nel condominio-bunker di “Sterminio”, che ricorda il condominio di Ballard e di un film poco conosciuto di Sandro Baldoni, si capisce presto che la convivenza è impossibile e la bestialità si sta impossessando dei suoi abitanti, non più umani, ma topi e insetti kafkiani vicino alla mutazione. Solo il giovane Hermann ha ancora qualche sprazzo di umanità, mentre i Kovacic covano le loro tendenze omicide verso la Cazzafuoco, la quale invita tutti a una cena dove si trasformano in nudi maiali e li stermina avvelenando il cibo. Il dramma termina con una foto delle Alpi che illumina il bunker e rimanda a una delle frasi chiave e più crude: “siamo guide alpine senza Alpi”.


Il significato di “Amore” è molto più complesso e, bisogna dire, impossibile da decifrare senza la guida del libretto di scena e di un convegno tenutosi poche ore prima dello spettacolo nel Teatro Rasi di Ravenna il 26 giugno dove sono intervenuti Idolina Landolfi (figlia di Landolfi, curatrice dei suoi libri e scrittrice anch’essa), Caterina Marrone (filosofa del linguaggio), Rodolfo Sacchettini (il più figo critico di teatro in Italia nonché consulente letterario dello spettacolo essendo anche uno studioso di Landolfi), Cristina Terrile (italianista) e Chiara Lagani. Insomma D parla alla pecora, che non capisce nel frastuono di un bar dove è con A B e C, dell’arte e della poesia facendo dei riferimenti proprio a Ravenna, dove è seppellito Dante, e ai colori dei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo, dove è raffigurata appunto una apocalisse di vergini e martiri. Allora entra P, una donna bionda, nel bar che gli dice “siamo oppressi da una pena, forse la stessa: usciamo per una passeggiata”. Quindi D è forse Dante o il poeta, mentre P è la pena o la “donna della pozzanghera”, sempre landolfiana che si sacrifica squagliandosi in una pozza, una madonna o Eva. Il monologo dei colori di P è un invito a D a recuperare questa lingua pre-adamitica. I colori sono sette (ad esempio il rosso indica tristezza e dolore), mescolandosi tra di loro creano i vari stati d’animo e sommandosi tutti creano il bianco (gioia e serenità) che è anche un riferimento al canto XXIX del Purgatorio della Commedia con l’immagine del candelabro dalle sette braccia che dipinge il cielo. I due atti finiscono con l’invito a abbandonare la moralità da parte di P e con un’alba che si intravede nel foro sul soffitto di colore gridellino (un viola con sfumature rosa e grigie che per Landolfi è il colore della poesia).

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