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Nothing from Nothing, la poetica dell’arte democratica di Paolo Canevari

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Sono passati diversi mesi da quando, camminando per le strade di Roma, mi ero imbattuta nelle sculture di Ha Schult, uno dei maggiori artisti della Action Art che aveva installato...

Sono passati diversi mesi da quando, camminando per le strade di Roma, mi ero imbattuta nelle sculture di Ha Schult, uno dei maggiori artisti della Action Art che aveva installato a Piazza del Popolo un “altro popolo”, piuttosto sui generis. Ovvero il popolo trash. Dalle sue mani era nato un vero e proprio esercito di uomini realizzati con rifiuti (vecchie lattine, circuiti elettrici, tastiere di computer e così via), che portava con sé un messaggio piuttosto forte. Si critica, infatti, il consumismo sfrenato ed eccessivo della società moderna, e lo si fa in maniera più che mai costruttiva, in quanto l’artista tedesco mostra come sia possibile “ottenere arte” da semplici rifiuti, che l’uomo abbandona e tende ad allontanare da sé quasi per rivendicare la propria superiorità. Il fatto di riuscire a creare qualcosa partendo da elementi “bassi” o ormai considerati “finiti” mi ha sempre affascinato. Non è soltanto l’idea del non buttare via niente. È la sensazione che la finitezza di ciò che ci sta intorno possa essere superata tramite una consacrazione a livello artistico. Perché tutta la materia che ci circonda possa avere una sorta di seconda vita, suscettibile di essere eterna, perché l’arte può avere questo effetto. Così mi sono sempre interessata a questo tipo di creazioni. Vado in giro con una borsa realizzata con la camera d’aria e cerco di informarmi sempre sulle novità di un settore artistico forse meno alto rispetto a quell’arte che utilizzi materiali nobili per concretizzarsi, ma sicuramente più fervido, vivo e perché no, doppiamente utile nella misura in cui salva vecchi materiali e cerca di educare la società a minori sprechi. Perché l’arte, oltre ad un valore puramente estetico, riesca ad avere anche una precisa funzione sociale. Specie in una società che sembra aver perso il senso dell’orientamento e non trovare più la giusta direzione, il ruolo dell’artista diventa allora vera e propria missione.

Tempo fa avevo letto di Nothing from Nothing, esposizione al Macro di Roma (a cura di Danilo Eccher) di un ciclo di opere di Paolo Canevari, che dagli anni novanta lavora proprio con pneumatici e camere d’aria. E che rientra proprio nel genere dell’ arte come recupero di vecchi materiali e critica alla società moderna.
Il mio lavoro come artista è legato ad una riflessione sul significato della scultura e come questa si metta in relazione con il contesto sociale contemporaneo. L’idea del monumento in materiale nobile (marmo, bronzo, etc.) e della retorica insita nell’idea di “tradizione” e di “classico” rappresentano quello che nel mio lavoro voglio evitare. Uso materiali poveri, semplici che, messi in rapporto con il concetto di rappresentazione, fungono da “chiavi” che permettono di aprire verso infinite possibili letture. Credo dunque in un’arte che costruisca il suo senso in un processo mentale. Credo in una poetica dell’arte democratica, lontana da dogmi. I materiali, come le forme, sono il tramite per la definizione di un’idea, un concetto; come tali sono transitori, sono “veicoli” che accompagnano, sono la testimonianza di un processo. La metamorfosi della materia è continua, la sua instabilità è sinonimo di apertura a diverse interpretazioni, è stimolo mentale. La direzione del mio lavoro è quella di sperimentare le possibilità di fare arte attraverso esperienze, culture e materiali diversi. (Paolo Canevari)
Finalmente in settimana riesco ad andare. Canevari vede l’arte come un’opportunità politica e sociale nella misura in cui se ne può servire per comunicare qualcosa che meriti di essere ascoltato. L’esposizione si compone di due video proiezioni, tre disegni su carta di grande formato ed un’installazione site-specific, Twin. Tra tutto, ciò che più mi colpisce. Si entra in una sala e ci si ritrova davanti a due torri rettangolari in legno rivestite interamente di pneumatici. Alte, colossali. Così da sentirsi piccoli al cospetto. Immobili e silenziose. Per dare più che mai l’opportunità di riflettere. Il riferimento alle Twin Towers è piuttosto chiaro. Dietro le torri brucia il video Ring of fire (2004), girato nelle periferie di Johannesburg, che riporta al silenzio che ora sovrasta Ground Zero a New York (tra l’altro, dopo Roma, città di residenza dell’artista) e che immobilizza a sua volta lo spettatore che, probabilmente, si ritrova proiettato in una dimensione strana, nel vortice della memoria di quegli avvenimenti che, cambiando nettamente le dinamiche politico-sociali del mondo in cui viviamo, hanno in un qualche modo, più o meno profondamente, segnato ognuno di noi. Il pneumatico diventa così un veicolo concettuale attraverso il quale evocare immagini, simboli, idee e sogni di una memoria collettiva. Danilo Eccher la definisce una poetica artistica, completamente immersa nel sociale, intrisa di politica, avvolta da un’attualità che non scorre via scivolando sulla superficie di una distrazione collettiva, bensì lascia tracce indelebili, solchi profondi, dolorose cicatrici che segnano il volto di un’arte realmente protagonista del suo tempo. E quando l’arte riesce a coinvolgere chi la guarda, lasciandogli qualcosa anche nei momenti successivi, può essere considerata davvero tale. Perché ti entra dentro, ti permette di raggiungere quei luoghi (prettamente mentali) dove l’artista voleva portarti, ed approdare a sensazioni e consapevolezze destinate a rimanerti dentro. Così da uscire ogni volta un po’ diversi.
Io credo che l’ispirazione più grande per un artista sia il modo di pensare della gente. La spiritualità è un elemento determinante della condizione umana. Ci rende consapevoli di una presenza, un significato, un simbolo, un’anima. Nel mio lavoro utilizzo le icone per collegarmi a questa verità fondamentale.

Un pneumatico, un teschio o una bomba sono immagini riconoscibili e parte di una conoscenza universale tanto quanto un’immagine sacra o l’immagine di un cane. Come artista uso queste icone in una nuova prospettiva, o struttura, che metta a rischio il loro significato. (Paolo Canevari)
Il fuoco torna poi protagonista nel video Burning Colosseum (dove una scultura del monumento romano, eseguito in gomma, brucia fino alla sua totale eliminazione), e nei monumentali disegni Burning gun (2007) e Burning skull (2007), tratteggiati a grafite con una tecnica accurata di linee e ripassi (da cui si desume una grande padronanza del disegno), che proprio nel fuoco trovano la loro alimentazione. Quel fuoco che distrugge e che rende tutto effimero condannandolo ad una morte inevitabile. Forse metafora di una società che si sta consumando e distruggendo con le sue stesse mani. Con la speranza di riuscire a salvarla, prima che sia troppo tardi, da un declino ed una decadenza quasi inevitabili.

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