Condividi su facebook
Condividi su twitter

GNAM: Klimt e una scorpacciata di simboli

di

Data

Alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, che si impone percorrendo Valle Giulia, entrateci. È un luogo tra i più affascinanti e imprescindibili se si ama l’arte, soprattutto quella del Novecento.

Alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, che si impone percorrendo Valle Giulia, entrateci. È un luogo tra i più affascinanti e imprescindibili se si ama l’arte, soprattutto quella del Novecento. E poi l’acronimo, GNAM, presagisce una ghiotta opportunità di sfamare gli occhi. In qualsiasi momento la collezione permanente stupisce sul serio per ricchezza e per la possibilità di ammirare opere che hanno segnato la storia dell’arte moderna. In questi giorni poi, fino a settembre, è in corso la mostra “Il Simbolismo. Da Moreau a Gauguin a Klimt”.
Non è un tema facile. I quadri esposti (e sono davvero tanti) presuppongono una conoscenza approfondita dei miti ai quali fanno riferimento e della classicità, il cui studio e richiamo è stato per la pittura un punto di partenza che ha schiuso, paradossalmente, le porte per la ricerca nelle avanguardie artistiche.
Quando si affronta una mostra imponente si viene assaliti da un curioso senso di colpa, che si esprime in un dilemma: dovrò soffermarmi su tutti i quadri?
In più, se non si ha un intero pomeriggio a disposizione ma solo un’ora e mezza scarsa, è davvero impossibile leggere tutti i pannelli che spiegano le sezioni e soffermarsi adeguatamente su ogni dipinto. E allora ci si lascia
vagare in una sorta di labirinto creato da pareti verde scuro, la luce soffusa, l’aria condizionata altissima a refrigerare dal sole cocente lasciato fuori, e ci si ferma un po’ a caso. Si intravede, due stanze più in là, con la coda dell’occhio, quello che è il punto di arrivo della mostra, il quadro/simbolo che è sulle locandine, sul catalogo che si è visto all’entrata e che non si potrà comprare (ovviamente il catalogo) per via del costo troppo elevato. Si fa finta di godersi e osservare – un po’ in uno stato di sospensione – tutti gli altri quadri che sono affascinanti, a tratti magici, si fa anche finta di conoscere molti degli autori che in realtà non si sono mai sentiti nominare e si nasconde a se stessi una certa ignoranza. Se poi non si è da soli questo meccanismo si amplifica. Si vorrebbe riuscire a stupire la compagnia di turno con acuti commenti e disquisizioni, ma ci si trova a corto di parole. Quando ci si accorge che gli unici aggettivi che si riescono a pronunciare sono “bello” oppure “guarda questo, è della fine dell’ottocento ma è tanto moderno” o ancora “questo a casa, sul divano, ci starebbe tanto bene, ha gli stessi colori dei cuscini”, allora è meglio separarsi e tentare, nella solitudine, di farsi cambiare anche da un solo quadro. Sono convinta che l’arte, quella vera, debba operare anche il più impercettibile cambiamento nello spettatore, oltre a suscitare un senso di meraviglia (cosa che, se avviene, è già un grande passo avanti). Il problema delle mostre è che, essendo ogni quadro di per sé una narrazione a se stante, fanno perdere nella loro caratteristica di raggruppamento collettivo l’attenzione per una comprensione “verticale”, che vada in profondità e piuttosto enfatizzano una “orizzontalità” dei sensi e del ragionamento. Preferisco, dunque, le collettive su un singolo autore piuttosto che quelle di autori diversi. Per me è più facile, tutto qui, cogliere una narrazione. D’altronde, anche in letteratura, non è che mi piacciano tanto le antologie che raccolgono racconti di autori diversi. Mi perdo. Ma questo è un limite personale, lo ammetto.
Dunque, ci si avvicina al punto d’arrivo della mostra. Intanto, delle piccolissime sculture di Rodin hanno rapito lo sguardo e lo hanno intriso del marrone scuro del bronzo e della plasticità lirica della forma. Due Gauguin, bassorilievi incisi nel legno, sensuali e metafisici ma semplici e diretti come la materia dalla quale scaturiscono hanno schiuso l’immaginazione verso mondi esotici.
Ci si accorge che ci sono tre sezioni nella mostra: la prima con Böcklin che esalta di mistero i paesaggi, Puvis de Chavannes sognante, Rossetti che richiama la tradizione dell’arte italiana, Rops e sopra tutti un incantevole Moreau, che interpreta costantemente il tema della Salomé. La seconda sezione mostra la fase matura del Simbolismo, con il già citato Paul Gauguin (bisogna soffermarsi sul capolavoro, esposto solo a Roma, “Le parole del diavolo”). Poi c’è l’inquietante Khnopff e gli artisti che partecipavano ai Saloni di Rosacroce. E ci sono tele di Munch, nelle quali la poetica della “Malinconia” (titolo di un suo quadro) e dell’inquietudine moderna dell’autore dell’”Urlo” è davvero palese.
Il Simbolismo si snoda a cavallo tra Ottocento e Novecento. Ed è proprio il Novecento al quale si arriva nell’ultima sezione, la terza (un richiamo al tre come numero simbolico e magico?): siamo alla vigilia della prima guerra mondiale. Gli italiani, con Segantini, Previati e Pellizza da Volpedo hanno dipinto capolavori. Si va all’estero, con le figure di donne di List, Hodler, Moser.

E si arriva, finalmente, al punto decisivo: “Le tre età della donna” di Klimt.
Klimt è un autore arcinoto. Non credo però che faccia effetto vedere un suo quadro originale solo perché c’è l’invasione dei suoi poster. No. È impressionante vederlo dal vivo. L’oro avvolge l’iride, la penetra. La tela, 180 x 180 cm, si staglia e crea una sorta di “misunderstanding”. A prima vista potrebbe sembrare che raffiguri la caducità dell’esistenza, tesi che il fondo disomogeneo, scuro, che si risolve nel più cupo nero, potrebbe avvalorare. Le tre età della donna, chiaramente l’infanzia, la maturità/maternità e la vecchiaia, sembrerebbero suggerire una sorta di fatale cronologia che va dall’età bambina fino alla inesorabile tristezza di una donna grigia che si copre lo sguardo per non vedere forse il suo passato ormai irriproducibile e la decadenza del proprio corpo che contrasta con la radiosa bellezza della donna che regge, dormiente, tra le braccia una creatura – anch’essa con gli occhi chiusi – rassicurata dall’abbraccio materno. Ma non è così. Il quadro va letto al contrario: il fine non è il punto d’arrivo ma di partenza: il quadro non raffigura una fine ma un divenire e, quindi, un rinnovamento. Altrimenti non si spiegherebbe la pancia gravida della vecchia. Il legame è tra la vecchiaia e l’infanzia. La donna al centro è strumentale, di passaggio. Le due figure centrali sono la donna triste e vecchia e la donna bambina e innocente. Il passaggio è la trasformazione da un senso di decadenza a un senso di crescita, che avviene attraverso il corpo della donna matura/madre. In questo la carica travolgente del simbolo risolve in un abbraccio una paura e rovescia il tempo e uno stereotipo di pensiero: non è la cronologia che va assecondata ma il senso, del quale il simbolo svelato ne è il potente messaggero.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'