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Formello live

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L’ingresso della villa è pieno di Harley. Una più bella dell’altra e la giornata illumina tutta la piccola valle dove si tiene la settima edizione del Formello Live Festival.

L’ingresso della villa è pieno di Harley. Una più bella dell’altra e la giornata illumina tutta la piccola valle dove si tiene la settima edizione del Formello Live Festival.
E’ un posto che frequentiamo dagli anni del liceo. C’era un nostro compagno di classe che suonava la batteria. Ogni fine settimana quando avevamo voglia di staccare un po’ si andava alla villa Quattrocchi e bevendo e suonando ci liberavamo da ogni male.
Anche il padre di questo nostro compagno di liceo suonava. Così un anno gli venne in mente di tirare fuori questa storia del concerto. La mise in piedi piano piano e insieme ad altri musicisti decisero che dietro la villa, dove c’è una piccola vallata, avrebbero organizzato un palco. In seguito a qualche altro venne l’idea di metterci anche un paninaro e un piccolo bar. Così diedero il via alla festa. Se non ricordo male fu l’estate del 2000. Era prima dell’undici settembre, prima della guerra in Iraq, prima che la provincia italiana fosse rivalutata. Era quando Formello era solo un posto per burini e se ci capitavi era solo per sbaglio.
Noi quando era nato il concerto eravamo un piccolo gruppo che suonava tutti i venerdi sera nella taverna. Il batterista lo faceva Matteo, il bassista Daniele e io alla chitarra. Non potevamo suonare fino a tarda notte altrimenti il camionista, che abitava dopo la valle, chiamava i carabinieri. Così si suonava fino alle undici e poi cenavamo e bevevamo forte finchè si reggeva. Il nostro non era un vero gruppo, suonavamo come ci sentivamo e senza metodo, però avevamo visto un aspetto di tutta quella faccenda che ci mandava fuori di testa più della musica. E credo che non siamo stati i soli a capire questo.
La signorina all’ingresso mi fa metter una firma. Come ogni anno bisogna raccogliere il numero delle presenze. Lo si fa con una firma. Poi c’è la villa che copre tutto il colpo d’occhio. Poi si scantona l’angolo. Poi c’è la valle e tanta gente. E’ tardo pomeriggio e sul palco si sta esibendo un gruppo reggae. Finito lo spettacolo parlo col bassista:
– Qui è uno sballo… io faccio il postino. Però ogni giovedì ho le prove col gruppo e mia moglie non deve scassare il cazzo. Mi serve la musica… sicuramente non diventerò mai qualcuno, ma la musica è bella anche farla da dilettante… che poi che cazzo vuole dire? Insomma anche così è splendido per me. Anche perché nei paesi qui attorno o parli di macchine truccate, o di computer, o di musica… e io se permetti ho scelto la musica.
Mi offre una birra alla barca. Il bar è stato allestito alla meno peggio dentro una barca sui cinque metri. Le birre stanno per finire e le ragazze intorno sono bellissime. Continuiamo a parlare di musica e mi presenta una sua amica che non canta, ma viene ogni anno a seguire il concerto. Lei è un’esoterica. E’ anche vegetariana e ha due occhioni bellissimi. Magari è la volta buona che fuggo via con una vegetariana. Chissà com’è stare con una vegetariana.
– A te piace pescare?
– Sì… anche tanto.
– Perchè ti piace togliere la vita?
– Bè non è così che la vedo.
– Ah no.
Ma non è solo vegetariana è anche una commessa in un negozio di biancheria intima. Penso che d’ora in poi mi servirò solo da lei. Ma lei non ne vuole sapere niente di me. Ce l’ha a morte con chi pesca e io rientro in quella categoria.
Dopo un gruppo cover dei Led Zeppelin sale un gruppo gospel e poi uno jazz. La folla nella valle sarà arrivata intorno alle mille persone e tutte si divertono. Il prato è grande e un paio di rumeni iniziano a preparare la brace per la cena. I panini con la porchetta sono già pronti e tanta gente ci fa l’aperitivo.
– Faccio l’impiegato di banca da anni. Nella vita mi fanno morire tre cose: mia moglie, la musica e i panini con la porchetta.
– Come aperitivo?
– Sono ottimi a ogni ora. Comunque qui è il terzo anno che vengo. Suono con un gruppo Blues standard. Roba vecchia alla Muddy Waters. Strepitosa.
L’uomo non mi vuole dire il nome. Ha una barbona da vecchio saggio della tribù e un giubbotto da raider in pelle con una galassia di gagliardetti sul petto. Mi racconta che verso i trent’anni gli è venuta una crisi. Era completamente insoddisfatto, così ha divorziato e si è fatto crescere barba e capelli. Poi è venuta la musica e le Harley e la nuova moglie.
– Andavo in ufficio in giacca e cravatta. Poi la sera mi cambiavo: stivali jeans e il mio giubbotto. Con altri amici ci siamo fatti certi raduni. Abbiamo girato tutt’Italia. In fondo è questo lo spirito di un raider… non fermarti mai. Sul manifesto del Formello live c’era una frase di Kerouak… be’ io te ne dico una più da raider che mi ripetevo sempre quando ho avuto la mia crisi. Dunque fa: le uniche persone per me sono i matti… quelli che non sbagliano mai e non dicono mai un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come candele romane gialle e favolose che esplodono come ragni tra le stelle.
Dopo quella frase ci siamo messi a bere insieme e ci siamo scambiati i tatuaggi. Lui ne aveva uno sulla spalla che batterà i tatuaggi che vedrò per un pezzo. Il disegno di un’ancora con una pergamena attorno e su questa stava scritto don’t grow a rose on a sailor’s grave.
Ma non è tutto qui. Quando sale sul palco il gruppo che fa Joe Cocker facciamo amicizia con Eleonora che balla tra il pubblico come se fosse in qualche raduno grunge. Ha con sé dell’erba che lei dice buona, così ci mettiamo in mezzo agli altri sul prato a fumare di gusto. Lei mi racconta la storia della sua vita e io le porto dei bicchieri di vino da un euro e cinquanta. A un tratto però entra Steeve Mcqueen nei nostri discorsi. Non so bene come… siamo lì seduti tra gli altri e lei tira fuori questa storia mentre io guardo le stelle.
– Steve Mcqueen è morto di cancro allo stomaco. Fumava come un matto povero tesoro. Be’ non se l’è mai perdonato. Gli diagnosticano il cancro a dicembre. E’ ormai al capolinea… così decide di trasferirsi in una clinica messicana. Lascia una casa di Hollywood con 210 motociclette, 55 macchine e 5 aerei. Si chiude in questa clinica e aspetta la fine con la terza moglie. Povero tesoro… il sette novembre del 1980 gli viene un primo infarto… poi dopo poche ore un secondo e lì ci ha lasciato le penne. Capisci se n’è andato…. la cosa buffa è che oltre alla terza moglie c’era… il suo insegnante di volo!
Eleonora su quella storia inizia a ridere. A ridere di cuore. Poi ridiventa seria tutta d’un colpo e fa:
– Mi piacerebbe morire così.

Il pubblico inizia a urlare e a osannare il loro nome. Sono il gruppo padrone di casa. Carpe Diem. Sono nove a salire sul palco. Ci sono anche quei due scavezzacolli con cui avevo iniziato a suonare al liceo. La notte ormai è calata e le birre sono finite. Si va avanti a vino bruschette e qualche pezzo degli Incognito.
Il padrone di casa, il signor Quattrocchi suona la batteria. Ha una piccola ditta di falegnameria proprio dietro casa, ma se potesse suonerebbe sempre. Come lui Giorgia che si presenta con un boccale pieno di birra. Le chiedo dove l’ha rimediato e lei mi risponde che è solo per i musicisti. Poi mi dice che il jazz è la cosa più bella che ci sia e io le rispondo che non ha le mezze misure.
– Non le ho mai avute. Prima ha conosciuto mia figlia… perché le hai detto che pescavi. Io l’ho educata che è da miserabili fare del male al prossimo… scherzo ovviamente… mia figlia è un’artista…
Giorgia attacca una sparata sulla figlia. E’ vestita di bianco, ha anche gli occhiali di bianchi e dei bei capelli a caschetto mesciati di bianco e grigio. Dopo un po’ mi indica un signore con una pancia enorme e i capelli grigi e lunghi. E’ un raider anche lui, ma di giorno ha un alimentari a Campagnano. La vera passione anche per lui è la musica. Suona il basso da quando aveva dodici anni e come tutti i musicisti si pavoneggia:
– Io ascoltavo Beethoven a dieci anni. A sedici anni già sapevo fare tutti i pezzi fino quel momento usciti dei Pink Floyd. Ho fatto sempre una vita da artista… anche se la mattina devo aprire il negozio. Io mi sento un artista… e quando uno si sente come tale lo diventa anche se non lo è. Io la penso così. Anche se ho ereditato il lavoro che faccio da mio padre.
I Carpe Diem finiscono di suonare e dopo di loro si alternano un altro paio di gruppi. Alla fine si invoca a una jam session. Tutti gli artisti rimasti salgono sul palco a suonare. Però sembra troppo presto per la fine di un concerto. Così mi informo e scopro che il camionista che abita dopo la piccola valle domani deve lavorare.
Decido di venir via senza salutare gli amici del liceo. Mi bastava che il camionista fosse ancora vivo e avesse ancora un buon motivo per far smettere di suonare.

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