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Fausta non si sposa

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Il fatto è che dopo l’allucinante calura dei giorni scorsi c’era proprio voglia di mettere il naso fuori casa; dopo l’enorme invisibile fohn acceso su Palermo e il fuoco che divorava i dintorni della città spolverandola di cenere,

Il fatto è che dopo l’allucinante calura dei giorni scorsi c’era proprio voglia di mettere il naso fuori casa; dopo l’enorme invisibile fohn acceso su Palermo e il fuoco che divorava i dintorni della città spolverandola di cenere, c’era voglia di andare da un’altra parte, ed è proprio un’altra parte Catania, se uno conosce la differenza tra l’indolenza palermitana e la frenesia dei catanesi vogliosi di tutto: mare, montagna, locali, cultura, con un occhio sempre vigile al commercio; sarà per via del vulcano, dice qualcuno, che li minaccia continuamente di morte e loro intanto se la godono la vita come infaticabili cavallette dovunque ci sia da far salotto, fino a notte fonda.
Sono andata a trovare un’amica, e stavolta il termine è giusto, non è conoscente o persona con cui ogni tanto si esce per conversare amabilmente di una due cose. Amica dico.
”Sì, vieni, c’è anche Fausta, andiamo al mare.” Ed io vado ancora più contenta perché Fausta è della Tanzania. Non sono mai stata al mare con una nera nera. La curiosità si mette in moto da sola, ho voglia di vedere se diventa rossa anche lei sotto la pelle scura, se le goccioline d’acqua sui capelli lanosi restano sospese come perline luccicanti, se manda un odore più forte del nostro, se sarà brava a non perdere l’equilibrio alla scogliera ed entrare in acqua disinvolta come una gazzella. E anche quando provo il costume e mi chiedo di cosa parliamo quando parliamo di maniglie dell’amore, penso al suo corpo giunonico, alle forme voluttuose e antiche: un confronto più equo e giusto, sicuramente. Già vedo la sua pelle levigata luccicare al sole, il biancore dei denti, i piedi affusolati nonostante la mole, le unghie grandi e lo scuro profondo della pelle che già scolora come nelle palme delle mani. Son contenta di andare.
Il fatto è che lei abita dalle suore, campionesse a volte di grettezza e disamore, non può venire, deve stare in guardiola mentre loro pregano, fino alle sei, ma tanto non potrà rientrare oltre le sette, che ci viene a fare?
Ci diamo appuntamento per l’indomani, passerò io a salutarla, la mia amica le dice che voglio intervistarla, o dio no! mi abbraccia gioviale come quando ci siamo incontrate la prima volta ma si siede compunta e concentrata nell’anticamera scura in cui ci permettono di stare le sorelle, sotto una squallida luce al neon. Mi guarda smarrita, forse si aspetta il microfono e il registratore. Comincia: “Nel mio paese siamo 35 milioni, forse, perché non si riesce a calcolare la gente che vive nei villaggi. La Tanzania è formata dall’antica Tanganica più l’isola di Zanzibar”.
“Fausta usciamo da qui ti prego! E poi rilassati!, non fare sentire a disagio pure me, andiamo a prenderci una granita!”
“E’ un paese di pace il mio: dal Ruanda, dal Burundi vengono da noi a riunirsi per fare pace”.
Deve firmare su un registro prima di uscire. Mentre Catania ci accoglie nel salotto buono di via Etnea mi racconta del presidente Julias Kambalage Nyerere e della convivenza pacifica delle tribù, di etnie e religioni che si alternano a governare il paese ogni cinque anni, delle ricchezze: oro, the, caffè, diamanti venduti a poco prezzo. ”Ma voi vi rendete conto di quanta ingiustizia?” “Credo di no”, risponde.
“E il tuo villaggio, com’è?” “Ci sono case di fango e paglia, chi può permetterselo usa i mattoni, la luce è solo quella dei trasformatori della missione. Quando sono arrivata qui non potevo prendere sonno per la troppa luce di notte, anche se dormivo in un letto. Viviamo di agricoltura: fagioli verdura polenta e ci aiutiamo tra noi sempre. Un anno ci fu una forte carestia, mia madre preparava per noi bambini una polenta leggera leggera, mentre lei, per riempirsi lo stomaco beveva molto, prendeva acqua calda e sale. Eravamo nove, quattro fratelli non ci sono più.”
Mi racconta del dolore e della morte con una accettazione e partecipazione ai cicli della vita che noi non conosciamo.
“Ci alziamo di notte per andare a prendere l’acqua, e anche i bambini per andare a scuola si alzano presto. Dicono di noi africani che non usiamo l’orologio, ma a cosa ci serve se dobbiamo camminare per 7 km e poi fare la fila per avere l’acqua? E poi andare per la legna… A voi piace invece misurare tutto, vero? Quando m’invitano qui mi chiedono: – Fausta quanti grammi di pasta mangi? – Ma che ne so! Da noi quando viene qualcuno si prepara della roba, tanto se resta ci sono sempre i bambini che devono mangiare…” Poi cambia tono: “Magari sembrano cazzate dette a parole, tu devi venire nel mio villaggio a vedere come vestiamo, cosa mangiamo seduti in cerchio a terra con l’unico piatto in mezzo da cui attingiamo con le mani dopo aver cucinato con la legna e tre pietre sotto.
Devi venire e sarai la regina, ha detto all’amica mia. “Per noi portare un ospite a casa è una cosa sacra, e me lo ripete anche in lingua kiswahili: Kuwa na mgeni nyumbani ni baraka kwa familia. Gli ospiti alla missione devono mangiare tre volte al giorno, anche se i bambini possono farlo solo una volta. Le donne cucinano, ma aspettano che gli uomini seduti a tavola con gli ospiti finiscano, prima di mangiare ciò che rimane, se rimane.”
“Ma non è giusto!”
“Sì, la donna non è libera come da voi: il contratto di matrimonio è una compravendita; se sei brava lavoratrice in casa e anche bella, puoi valere fino a 6 mucche o c’è anche chi viene comprata per qualche pecora. Il taglio alla vulva non esiste più, dal ‘61, da quando il nostro presidente che è anche uno studioso, volle vietarlo, ma la donna deve tacere fino a che l’uomo non abbia finito di parlare, anche se è lei a fare i lavori più pesanti. Sì, la picchia a volte ma c’è anche il carcere per lui: 37 colpi di corda bagnata di mucca e poi resti così con gli stessi vestiti con cui sei entrato a terra fino alla fine della detenzione. Poi non lo fanno più.
Quando ritornerò al villaggio voglio costruirmi la casa. Da voi ho imparato la libertà, che la donna può avere un lavoro e una casa, ho imparato a fare le conserve di pomodoro e le marmellate: gli inglesi non ci hanno insegnato niente, e da noi ci sono tanti pomodori e tanta frutta. Non vedo l’ora di tornare al villaggio quando avrò preso la laurea per fare l’analista alla missione. Voglio aiutare la gente. Si muore ancora tanto di parto: di notte, col lume a petrolio, l’ostetrica non vede bene, taglia e colpisce un’arteria, un punto vitale; e poi le infezioni. Per questo ci sono tanti orfani alla missione.
– Ricordati che sei africana -, mi dice sempre mia madre, ma io non voglio sposarmi, non voglio mucche, sarò la prima al villaggio e sarà dura, ma non voglio parlare alla fine, dopo che gli uomini hanno finito, ora che ho imparato tanto. “Vieni!, continua a ripetermi, da noi l’ospite è un regalo – Io ho avuto tante volte la tentazione di andarmene, di ritornare al mio paese: è stato difficile imparare la lingua e poi le suore con me… ma mi hanno aiutato le amiche che ho incontrato”. Ed io so che hanno incaricato una sarta (per via della taglia difficile da trovare), perché anche lei sia elegante ad un matrimonio e poi il giorno della laurea: so che sembrerà la regina di una tribù africana. “Da noi, continua, quando l’ospite va via gli si regala una gallina, simbolo di accoglienza e buon ritorno e speranza che torni”. A me vien da ridere per via della gallina viva e anche perché forse noi non siamo così ospitali; ricordo infatti una commedia di Martoglio, quando Tuccio Musumeci, al contrario, intraprende strategie politiche per fregare la gallina al vicino: – Il comunismo è na cosa mportante. Se aiu due palazzi uno a mia e uno a tia. Se aiu due galline una a mia e una a tia. – No la gallina no!-, gli grida l’altro.
L’Università di Piazza Università ripulita dalla luttuosa cenere lavica è splendente e superba. Ci sediamo fuori ai tavolini del bar: lei vuole dividere il conto, io le dico che la gallina non ce l’ho, ma che mi conceda: una granita di mandorla e pistacchio per Fausta! Ci lasciamo dandoci un appuntamento, magari in Tanzania. Fino a quando tutto il mondo non sarà paese e avremo delle cose da raccontarci sarà un vero piacere conoscersi.
Alla fermata dell’autobus una donna con l’espressione ebete di chi non sa di averla, ride mentre squadra un uomo di colore con uno splendido abito bianco “Ma che è prete?!” “No, non è prete” gli dice un altro, nero anche lui ma con un fortissimo accento catanese. Io penso al gioco iniziato con Fausta da piazza Stesicoro in giù, io a chiederle, lei a dirmi la nazionalità dei “marocchini” agli angoli, col loro artigianato, le loro merci. “Quello è senegalese, quell’altro è nigeriano, guarda!, i nigeriani tengono sempre un pezzo di legno in bocca e se lo rotolano tra i denti.
Ora continuo io: questi due saranno africani del sud America. Indovinato! Li sento parlare spagnolo.

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