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Viggo Mortensen

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Nella hall di un grande albergo, vicino a p.zza Esedra, un lunedì mattina di giugno c’è grande attesa: gli addetti stampa, il truccatore, l’alta rappresentanza dell’hotel lanciano occhiate avide, trafelate...

Nella hall di un grande albergo, vicino a p.zza Esedra, un lunedì mattina di giugno c’è grande attesa: gli addetti stampa, il truccatore, l’alta rappresentanza dell’hotel lanciano occhiate avide, trafelate tutto attorno e sulla strada trafficatissima oltre la porta a vetri rotatoria. Vogliono essere sicuri di vederlo subito, e riceverlo al meglio, il Capitano Alatriste: l’eclettico, affascinante Viggo Mortensen in arrivo da Budapest dove sta girando il suo ultimo film. Si fermerà a Roma solo poche ore per presentare Il Destino di un Guerriero (diretto da Agustín Díaz Yanes ispirato ai romanzi di Arturo Pérez-Reverte “Le Avventure del Capitano Alatriste”). Ci teneva ad essere presente per l’uscita del film in Italia e si è sobbarcato la fatica del viaggio nel suo giorno libero sul set.
I minuti sono contati e così c’è chi esce in strada ad aspettarlo, chi lo cerca a destra, chi a sinistra.
Ma quando Viggo appare al centro del grande salone di stucchi, velluti e broccati nessuno dei nostri se ne accorge, solo qualche ospite dell’albergo nota sorpreso lo strano personaggio che avanza ondeggiando, allo stremo delle forze. Se nessuno interviene è probabile che presto si accasci a terra insieme al suo insolito bagaglio.
Ma ecco i nostri lo hanno riconosciuto e gli si fanno attorno. Lo osservano per un lungo istante di silenzio allibito, come venisse da altri mondi, da altri tempi: lo sguardo stralunato, i capelli tinti biondo maniaco, tagliati a scodella, con uno strano ciuffo sporgente di lato. Insaccato in una magliettona da calcio a grandi strisce rosse e blu che stridono con l’incarnato pallidissimo e con il corpo magro. Da una spalla pende una sacca rossa e nera e l’altra mano, protesa in avanti, stringe il recipiente del mate (il tè argentino, amaro e ricco di caffeina) con la sua cannuccia, leggermente sollevato in aria come fosse la coppa del Sacro Graal.
Sento nelle orecchie il gemito del truccatore “e come lo aggiusto adesso?”, la signora dell’albergo mormora che è sceso dalla macchina in mezzo alla strada, senza aspettare che accostasse al marciapiede.
Lui ci sorride con gli occhi semichiusi, le spalle curve e dondolanti, ci bacia e ci abbraccia, sentiamo il suo peso indugiare sulla nostra spalla, ci sembra che i suoi occhi si chiudano e che tra poco sentiremo un leggero russare, come i viandanti che un tempo sembravano disporsi a raccontare accanto al fuoco e un istante dopo dormivano.
Lo scuotiamo con cautela, con amorevoli gesti, gli chiediamo se preferisca iniziare con la sessione di trucco o con un caffé. Lui sorride. Ammicca come un bambino che elemosini “Dormire, poco, poco” Mormora in italiano e spiega in un bisbiglio: “Ho lavorato tutta la notte e alle cinque all’aeroporto”
Gli viene accordata una mezz’ora di sonno, poi gli porteranno acqua calda per il mate e un caffé. A seguire lo aspetta la seduta di trucco, un’intervista individuale e poi le interviste collettive: prima i siti poi i quotidiani e da ultimo le tv.
Alla parola dormire lui annuisce riconoscente e non sente più nulla. Mentre si allontana verso l’ascensore, scortato dal personale dell’albergo, i nostri sguardi lo seguono per sostenerlo nell’impervio cammino.

Più di mezz’ora dopo siamo davanti alla porta della sua stanza per la prima intervista. Nel corridoio il truccatore ci dice “ma è simpaticissimo!”, sembra essersi ricreduto su capelli, colore e taglio. Contagiato in pochi minuti dalla leggerezza di Viggo, di cui ci si accorge lentamente e che tanto ci colpirà durante la giornata. La leggerezza con cui trascorre tra camuffamenti e identità e metamorfosi che non ne intaccano l’eterea essenza, la semplicità profonda. Enrico Lo Verso, il rivale di Viggo nel film, avanza festoso nel corridoio e ci implora di farlo passare: la porta si schiude ed Enrico è risucchiato all’interno, al grido di “mio caro nemico” e poi da fuori si sentono risate interminabili, un parlottare fitto tanto che la giornalista che è con noi comincia ad agitarsi. Finalmente Enrico Lo Verso esce come è entrato e Viggo ci accoglie sulla soglia in gessato blu scuro, la cravatta rossa e blu, lo sguardo lucidissimo sul volto intenso e affilato, il corpo agile dai gesti eleganti. Ci accomodiamo nel salottino. Le gambe accavallate, il mate in mano, Viggo ascolta attento, concentrato le domande e risponde lentamente, la voce bassissima che sembra infrangersi ad ogni istante contro un silenzio più grande e potente; lo sguardo perso al suolo come se ogni parola fosse scritta lì per terra e lui cercasse di decifrarla tra le tante lingue che conosce. Come se lì a terra dovesse trovare il paese, il volto, l’identità in cui ricomporsi.
La giornalista gli chiede che effetto abbia avuto il suo cosmopolitismo sulla sua persona, sul suo lavoro, e se sia la sua parte danese a permettergli di avere tanto successo in Europa.
Viggo Mortensen è nato a New York da padre danese e madre americana, ha vissuto in Argentina, in Venezuela, negli Stati uniti, in Danimarca.
E Viggo spiega che: sì, lui ha viaggiato tanto e questo può dare un’apertura mentale. Esita un istante, alza lo sguardo rivelando un’ironia, mai vista prima, come una luce che si irradi sul volto all’improvviso e divampi negli occhi e spiani le rughe della sua pelle nordica, dice “Però ci sono capi di stato e ministri degli esteri che viaggiano tanto, molto più di me, e con loro non funziona” La sua voce torna a infrangersi contro il silenzio.
La giornalista gli chiede in quale forma d’arte si riconosca di più. Viggo Mortensen ha pubblicato libri di fotografie, uno di poesia, dipinge, ha fondato una casa editrice: la “Perceval Press”. Lui si stringe nelle spalle: sono modi diversi di raccontare la stessa cosa e di cercarla; un modo di stare al mondo: puoi essere vigile e osservare ogni cosa oppure andare dritto per arrivare dove devi andare. E simula, con un movimento leggero delle mani, le due diverse modalità. La sua casa editrice è nata, spiega, per pubblicare i testi come sono stati pensati dagli autori, con tutto ciò che a loro sta a cuore.
La passione ora gli accende lo sguardo, ma il tono di Viggo rimane immutato, la voce un sussurro: il lavoro della casa editrice serve a lui come autore, è un ottimo esercizio, nella storia di un altro, nella vita di un altro, vedi sempre la chiave che non trovi quando sei bloccato sul tuo lavoro. La giornalista dice che scrivere poesia le sembra oggi un’impresa oltremodo audace, difficilissima. Viggo si stringe nelle spalle. E quando gli chiede se alla regia abbia mai pensato, lui, umile, serio, dice che certo, forse un giorno, gli piacerebbe ma è davvero difficile, l’arte più difficile. E spiega perché è venuto qui oggi, andando e tornando da Budapest in giornata. Per rendere l’omaggio dovuto al film e al regista. Il destino di un guerriero, il titolo che è stato scelto in Italia, lui non sa se sia il più indovinato. Dà l’idea di un film d’azione e molti potrebbero restare delusi scoprendo che nel film ci sono relazioni complesse, e molte ombre e un eroe che proprio eroe non è, e che le scene di combattimento sono brevi, e poco belle. Il film è grande per budget e cast, ma è anche un film intimista e d’autore.
Il tempo dell’intervista è finito. La giornalista, vincendo l’esitazione, gli chiede a bruciapelo. “Lei, è stato sposato, ha avuto un figlio, poi il divorzio e da allora nulla. Cosa succede: non crede più all’amore? Al matrimonio?” La giornalista sa anche che l’ex moglie di Viggo era una cantante punk ed era molto più grande di lui.
Immaginiamo che Viggo alzi gli occhi da terra e, come fanno i più educati, si rifiuti con un sorriso di rispondere alle domande personali. Lui invece la guarda incuriosito dalla sua franchezza, arrossisce. “Non è più capitato…” mormora imbarazzato, quasi a giustificarsi.
“Ma al matrimonio ci crede?” incalza la giornalista.
E l’ironia torna a divampare negli occhi di Viggo: “Non credo sia necessario, no.” Ci pensa un istante poi, arrossendo di nuovo, aggiunge con dolcezza ” A volte, però, è una cosa bella”

Nelle interviste collettive Viggo Mortensen ed Enrico Lo Verso insieme, seduti in poltrona, tenendosi gioco, scambiandosi battute, parlano dei loro personaggi: il capitano Diego Alatriste e Gualtiero Malatesta che combattono nella Spagna del Siglo de Oro dove Quevedo e Gongora e Lope de Vega compongono versi e commedie, il Conte-Duca de Olivares i suoi intrighi e su tutti incombe il grande Inquisitore.
Una corrente di simpatia, di cameratismo fluisce tra i due e trasforma le risposte in un minuetto di scambi e rincalzi e rilanci. Enrico Lo Verso dice che lui ci sguazza a fare il cattivo e che da allora non gli hanno proposto altro che quello: il gentil pubblico è avvisato. Il tono di Viggo è sempre bassissimo, ma le sue parole ora si rincorrono, si affastellano: il suo personaggio è un uomo pieno di difetti, testardo, chiuso e impenetrabile, la sua etica è tutta nel rispetto per la parola data e la fedeltà agli amici. Pieno dell’orgoglio che ha accompagnato la storia di Spagna nel corso dei secoli, fonte di grandi conquiste e di grandi tragedie, un orgoglio che Viggo ha imparato a conoscere sul set, scoprendone talvolta anche il lato migliore quando si trasforma in tenacia, in perseveranza.
Gli chiedono se gli pesi addosso il suo ruolo di Aragorn, de Il Signore degli Anelli e Viggo sorride e scuote la testa. Se qualcuno vorrà vederlo sempre chiuso in quel ruolo per lui va bene. Lui sa che ogni personaggio è diverso e ciò che lo appassiona è conoscerne la vita: immaginare e fantasticare su tutto ciò che succede al suo personaggio fuori delle pagine della sceneggiatura: dove è nato, la sua famiglia, i suoi antenati. Come ogni autore che si rispetti.
Quanto all’esistenza degli eroi, gli sembra che l’eroismo maggiore sia la compassione. Un uomo può diventare un eroe, se messo alla prova, costretto dalle circostanze, quasi sempre per caso. Perché gli uomini, così immersi nella vita difficilmente vedono realmente ciò che li circonda: come succede al capitano Alatriste e al professore tedesco, che non riconosce il nazismo negli anni 30: il personaggio che interpreta ora a Budapest per la regia di Vicente Amorim.
E non gli dispiace non sorridere mai sullo schermo? Viggo si stringe nelle spalle, l’ironia gli accende lo sguardo. La cosa non lo preoccupa affatto; ci sono degli attori che ridono quando non dovrebbero, dice, che hanno paura che un personaggio cupo infonda cupezza alla loro figura, ma a lui, no, non importa. Può perdere il sorriso, purché non perda la curiosità, quando un attore smette di interessarsi alla vita allora è finita. Durante le riprese di un film lui scatta foto, scrive, legge tantissimo. Per l’ultimo film di Cronenberg, Eastern Promises, si è immerso nella poesia russa, che forse non avrebbe letto con tanto impeto e assiduità se non gli fosse servita per il suo ruolo. Per il film di Amorim ha vinto la sua naturale ritrosia nei confronti del tedesco e lo ha imparato. Grazie ai film ha scoperto luoghi dove sempre ritorna. “La vita è una grandissima maestra” conclude “e il mio unico rammarico è che duri troppo poco”
Enrico Lo Verso dice che la prima regola è non giudicare mai il tuo personaggio, se sospendi il giudizio allora riesci a diventarci amico, a scambiarci molte cose. “E poi insomma ogni personaggio è un piezze ‘e core” Viggo annuisce e beve mate.
E qualcuno tra il pubblico ha notato il recipiente del mate, e una specie di drappo colorato appoggiato alla poltrona che Viggo accarezza con le dita, e chiede cosa siano. Viggo accenna alla preparazione del mate e poi timidamente chiede “Vuole vederlo?” indicando il drappo. E, aiutato da Enrico Lo Verso, apre la bandiera del San Lorenzo de Almagro. Il suo viso si illumina tutto, una dolcezza gli ingentilisce i tratti, con l’estasi e il rapimento di un ragazzo nella sobrietà pacata dei suoi gesti dice “Non pensavo di mostrarlo…Il San Lorenzo ha vinto il campionato argentino, la settimana scorsa. E non è cosa da poco perchè siamo piccoli e con pochi soldi.” È radioso, un’emozione immensa risuona nella sua voce, accanto ai colori rosso e blu, che indossava stamattina. Quando i giornalisti escono dalla sala lui ed Enrico si fermano a parlare accanto alla bandiera. L’Almagro è un quartiere di Buenos Aires, dove i ragazzi, come tutti i ragazzi porteñi, giocavano a calcio nelle strade. Un giorno, agli inizi del secolo scorso, uno di loro è morto investito da uno dei primi tram. Allora Padre Lorenzo, un salesiano, ha offerto di ospitare le partite di calcio nel cortile dell’oratorio a patto che i ragazzi andassero a messa la domenica. Si è fatto l’accordo ed è nata la squadra: San Lorenzo de Almagro, dal nome del salesiano e del quartiere. E da allora è una delle cinque grandi squadre argentine insieme a Boca Juniors e al River Plate.

Nel pomeriggio sui set delle televisioni, Viggo Mortensen ed Enrico Lo verso sono di nuovo separati, Viggo si è levato la cravatta e sotto il completo gessato ha una nuova variante, con bottoncini, della camicia del San Lorenzo; poggiato, discosto a terra, l’immancabile mate. Stamattina abbiamo iniziato a lavorare in inglese, poi gli abbiamo chiesto se preferisse parlare spagnolo e lui ha annuito contento. Nelle pause abbiamo parlato dell’Argentina, di Buenos Aires e di una zona al Nord, al confine con la Bolivia: una distesa sconfinata di canyon che rifulgono nei toni dell’arancio, del rosa e del verde sotto la luce e nel silenzio. Rocce e silenzio e Indios e la città di Salta. Viggo ci racconta che è proprio lì che ha fondato la sua casa editrice. Gli abbiamo chiesto quanti anni ha vissuto in Argentina, e lui ci ha risposto “da un anno e mezzo fino ai nove” ed è sembrato a noi di vedere un lampo di malinconia nei suoi occhi, una nostalgia infinita nel suo impassibile volto scandinavo.
Ci chiediamo quale Principe Aragorn potrà mai essere più ingombrante, quale camuffamento più perfetto dei suoi tratti nordici che celano l’ anima argentina, la passione per i cavalli, il mate, il San Lorenzo de Almagro. La felicità antica dell’infanzia, prima del divorzio dei suoi genitori, e della vita raminga, racchiusa nel recipiente del mate, nel vessillo arrotolato di una squadra. Supposizioni nostre, fantasticherie oziose.
L’Argentina lontana si insinua lentamente nel set mentre Viggo, alla domanda se ci sia un parallelo tra le guerre di un tempo e quelle di adesso, risponde che Alatriste è uguale ai soldati di sempre da che mondo è mondo, da che guerra è guerra. Vive sui campi di battaglia e agisce mosso da solidarietà per i suoi compagni. Le sue parole sono quelle che ripetono oggi i soldati che tornano dall’Irak: non sapevamo quale e dove fosse il fronte e per chi e cosa combattessimo, restavamo per i nostri compagni, per i nostri soldati: per occuparci di loro sperando che facessero lo stesso per noi. E racconta che nella scena finale, nella disfatta di Rocroi, quando i soldati spagnoli non accettano la resa offerta dai Francesi e, in nome di qualcosa che non sanno, uniti, insieme vanno incontro alla morte, lui si è commosso e anche i militari spagnoli, venuti a dare la loro consulenza, piangevano alla fine delle riprese.
Tra un’intervista e l’altra, Viggo fuma una sigaretta, si rilassa e racconta del San Lorenzo a chi voglia ascoltarlo. Racconta della tifoseria che, lo riconoscono tutti, anche quelli del Boca, è la migliore al mondo, ha le più belle canzoni. Non a caso la chiamano “La Gloriosa”. Appende la bandiera al cartellone del film che troneggia alle sue spalle e, sul bracciolo della poltrona a modo di centrino, spiega un altro vessillo. Si toglie la giacca gessata e rimane con la maglietta della squadra. E ride e scherza sul set pieno del suo mondo ambulante, dei suoi ricordi che da ultimo ripiega con cura nella sacca rossa e nera, cittadino del mondo, pellegrino viandante, condottiero del Sacro Graal, con il mate in mano, si prepara per tornare a Budapest. La macchina è sotto che l’aspetta. E lui si avvia, nella solitudine dei corridoi, con il suo passo compito e l’anima latina, sul viso scandinavo, in fondo agli occhi, la malinconia del gaucho.

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