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Self Pride

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Cosa vuol dire Gay Pride ora che, perfino negli ambienti più provinciali, si esalta l’essere gay come ultima moda ed emblema di sciccheria?

Cosa vuol dire Gay Pride ora che, perfino negli ambienti più provinciali, si esalta l’essere gay come ultima moda ed emblema di sciccheria? Se si chiede alle donne, si scoprirà che la maggior parte di quelle della mia generazione, quella delle vaghe trentenni, ha perlomeno un amichetto gay. Del quale è inconsapevolmente innamorata e nel quale appaga il desiderio di sentirsi dire “sei fa-vo-lo-sa!”, un complimento che unisce in una efficiente botta un’adulazione sia maschile sia femminile. Poi con l’amico gay ci vai a fare shopping, ci ridi di gusto, ti confidi, gli chiedi conferme sull’eterosessualità di qualcuno che ti piace, non ti senti mai sola in quanto anche lui, come te, cerca costantemente approvazioni e presenza e sms mentre ci si annoia da qualche altra parte. In più aggiunge quel tocco originale da sfoggiare con gli altri, quella certa apertura mentale che fa tanto “quanto sono avaanti”.

Il mio di amichetto gay è a Berlino adesso. Che io sappia ha partecipato a parecchi Gay Pride. Ma se ne tornava sempre con una strana sensazione addosso, di non contentezza. Non si sapeva spiegare perché. Gli si vedeva negli occhi: euforia mista a confusione. Mentre le manifestazioni in teoria sono precise, reclamando qualcosa di concreto, ultimamente sono invece diventate vaghe. Penso ad esempio a quelle per la pace (a proposito, che fine hanno fatto le bandiere arcobaleno, sono riciclate nelle manifestazioni gay?) o alla più assurda sulla famiglia. Si sfila. Si fa parte del fiume di gente, si sente il battito pulsante collettivo che copre solitudini profonde. Magari si conosce qualcuno. Magari no. A stento si conversa sul serio. Però ci si fa vedere, questo basta. O ci si diverte, semplicemente, senza il fuoco reale e pericoloso di un impegno. I nuovi carnevali sono le manifestazioni.

La questione dei Gay Pride mi si è chiarita un poco leggendo una tesi, in Critica al nuovo secolo di G. Sacco, che contiene un articolo scritto nel lontanissimo 2000, nel quale si spiega che “la craze dell’omosessualità viene dall’America. Nasce dal conflitto politico-ideologico interno alla società americana dopo il fallimento del ‘crogiuolo’ (melting pot, nda) , ed è parte della globalizzazione dei codici di comportamento promossi da Hollywood. Anche l’andamento esplosivo del fenomeno è tipicamente americano. È negli Usa, infatti, che la società tende ad assumere all’unisono comportamenti omogenei, a ‘pensare’ secondo un pensiero unico, a passare in blocco da un atteggiamento al suo opposto. E unanime e isterico era, sino a trent’anni fa, l’orrore per gli omosessuali, in tempi in cui in Europa se ne sorrideva, e a Napoli i ‘femminielli’ erano accettati e circondati dall’affetto che una famiglia porta al figlio per il quale – a causa di un neo della natura – sarà particolarmente difficile essere felice nella vita”. E continua spiegando che “in America, ancora alla metà degli anni Sessanta, l’omosessualità era considerata come il male assoluto. Gli addetti culturali dell’ambasciata negavano addirittura che, nel loro paese, la cosa esistesse. Poi, in pochi anni, si è passato al punto che oggi chi si dichiara eterosessuale (perché ci si deve dichiarare, in un senso o nell’altro) viene guardato con misto di incredulità e commiserazione (…). Da un controllo sociale che di fatto imponeva una proibizione assoluta, si è dunque passati a un obbligo di fatto di fare almeno qualche esperienza omosessuale. E da un obbligo all’ipocrisia, si è passati a una totale perdita del diritto alla privacy sull’uso che si fa delle proprie parti intime. Quel che mancava allora in America era la libertà; ed è la libertà che manca oggi, nel globo americanizzato: il diritto di sviluppare la propria personalità nella direzione e secondo la sessualità che si preferisce, senza subire pressioni dalla società, e dal conformismo in essa di volta in volta prevalente. Insomma, non è tanto la virtù quella che è minacciata dalle adunate oceaniche che da San Francisco giungono fino a Roma. È il ‘vizio’, che ne esce banalizzato, involgarito, sputtanato.” E salvare il vizio dalla banalizzazione vuol dire salvare un senso di diversità che, seppur tormentante, può essere capace di “ispirare un fecondo sguardo critico sulla società”.
Il motivo per cui non sono andata ai Gay Pride romani è stato proprio questo, nonostante la curiosità. Perché, pur non essendo LGBT (acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) dovevo andare a vedere una sfilata carnascialesca solo perché la massa lo faceva, per una sorta di adesione e sostegno a una richiesta di omologazione? Per interesse sociologico al fenomeno? Mi pareva poco come motivazione.

Però un merito la manifestazione lo ha avuto. Ho scoperto interessanti fotografie. Ritratti della giornata. Gli scatti sono di una ragazza venticinquenne, Alex Zhavoronkova, di origine ucraina, di Odessa. Vissuta a Londra, ora è a Roma. Non è ancora una fotografa professionista, ma aspira a diventarlo. Mi racconta che ha scoperto la sua vocazione in Canada, in un periodo negativo. Lì ha preso la sua Canon Reflex digitale e ha iniziato a scattare foto. Si è sentita meglio. Non ha più smesso. Aveva trovato il suo personale e privato modo di esprimersi. Odessa, dice, in Russia è riconosciuta come la capitale dell’umorismo. Città vacanziera, sul mare, è una “città ottimista, che non si rassegna mai. Siamo nazionalisti nella nostra città. Odessa è un mondo a sé stante”. Alex in effetti pare avere tutto l’umorismo della sua città in una risata che esplode libera, inframmezzando i suoi discorsi seri. Ha anche parentele illustri: una delle sorelle della sua bis bis nonna è stata la seconda moglie di Balzac, Evelina Hanska. Da russa Alex ama Dostoevskij (“anche se mi mette in uno strano stato d’animo, troppo negativo”), Puskin e Lermontov. Il suo punto di riferimento letterario è Il Maestro e Margherita di Bulgakov, per via dell’onestà e sincerità che le trasmette. Legge in metropolitana. Divora libri su libri, in lingua originale, ordinati da Amazon.
Al Gay Pride ci è andata proprio per fare scatti, aveva una motivazione concreta, cercava soggetti.

Anche repubblica.it ne ha utilizzati alcuni suoi, non certo i più belli. Sulla manifestazione afferma che le è piaciuto lo spirito: “rispetto a quella dello scorso anno che partiva un po’ compressa e spaurita da Piazza Esedra, la partenza di quest’anno da Piazzale Ostiense aveva più ampio respiro e unità. Inoltre si avvertiva maggiormente un senso di protesta per via delle contestazioni al Papa e alla rivendicazione dei matrimoni gay”. D’altronde simbolico è stato l’arrivo in Piazza San Giovanni, stesso luogo dove c’è stato l’opposto ideologico Family Day.
Tra le sue foto, nelle quali si percepisce una accuratezza nelle inquadrature e la predisposizione all’originalità e alla naturalezza delle pose, in una sorta di rispetto dei soggetti fotografati e alla ricerca di un dettaglio, che spesso è lo sguardo, che apra un varco in una possibile storia da narrare, noto Daniele Silvestri alla guida di un’Alfa Romeo d’epoca. È da solo. Scopro che è andato alla manifestazione per portare il suo ultimo singolo, diventato l’inno del Gay Pride: la storia di un uomo sposato che scopre le sue tendenze gay. La canzone, con gran delusione, mi pare una delle più brutte che abbia mai scritto, perlomeno nelle parole. La ascolto. Peggio. È qui: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/06_Giugno/15/pop_inno_gaypride.shtml
Torno alle foto: ce n’è una particolarmente ben fatta sul Gay Pride del 2006, con un’inquadratura completamente decontestualizzata.
Mi accorgo, poi, che i bianco e nero, togliendo la sgargiante sfacciataggine del colore, avvolgono di fascino anche la più esibizionista delle creature che hanno sfilato.
Insieme a queste immagini, Alex ne sta raccogliendo anche altre su Roma, vista da un’ottica insolita, quella più “industriale” e nascosta, sempre tenendo il polso della strada, che è il suo palcoscenico ideale. A breve infatti le esporrà a Londra, in una mostra dal titolo “Rome as you don’t know it”. Vuole esporre una visione diversa dallo stereotipo delle “Vacanze romane”.
Ma gli scatti più sinceri di Alex sono quelli della sua Odessa, che racchiudono una rispettosa intimità, una nostalgia accennata.

Perché fotografi? Le chiedo. “Perché ho una sensazione di flow, inteso proprio in senso psicologico, di fare la cosa giusta. La paura di tutto, quando scatto, mi passa. Mi sento me stessa”, che mi pare il modo più esatto di descrivere un’attitudine messa in pratica, un talento.
Sto per finire di scrivere, mi viene nostalgia del mio amico di Berlino. Lo chiamo. Manco a farlo apposta è al Gay Pride. Com’è lì, gli chiedo. “La solita frociata, ma piove”. Descrivimela, sto scrivendo sul Gay Pride di Roma, che non ho visto. “A Berlino atmosfera bagnata eccitante” mi dice. Ridiamo insieme, prima di raccontarci come ci vanno le cose. Il “sei fa-vo-lo-sa” è scomparso in nome di un più semplice “com’è che stai?”.

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