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Nick Laird e la vecchia storia dell’albero

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Nick Laird diventerà un ottimo scrittore. Ho pensato questo mentre me ne uscivo da Villa Maria, dopo la sua Lectio Magistralis.

Nick Laird diventerà un ottimo scrittore. Ho pensato questo mentre me ne uscivo da Villa Maria, dopo la sua Lectio Magistralis. Se la premessa è La banda delle casse da morto, il futuro è davvero roseo. Nick, poco più di trentanni, ha fatto l’avvocato fino a l’altro ieri e non scrive, come si potrebbe erroneamente pensare, “legal Thriller”. Scrive di fiction, come se ne scrive oggi (anche al cinema, e non solo nella narrativa) in Inghilterra e nel regno unito in generale (Laird è irlandese): ovvero personaggi dinamici e pieni di problemi, uno sguardo attento al sociale ed un commento (anche politico) sempre ironico quando non corrosivo. In questo modo scrivono Irvine Welsh (Scozzese di Edimburgo e famoso per aver scritto il best seller Trainspotting e l’Iliade proletaria Colla), James Hawes (il più noir della combriccola, autore di Una mercedes bianca con le pinne, ovvero Elmore Leonard in salsa british) e Jonathan Coe (che mette d’accordo Mod e Rockers con il suo La banda dei brocchi). Nick Laird è il più giovane di tutti loro e nel suo romanzo troviamo una velocità ed un divertimento che lasciano il lettore piacevolmente stordito.
Laird prima di essere narratore è un poeta, un po’ come Bukowski faceva il postino a tempo perso e lo scrittore a tempo pieno. Se dovessimo avvicinare il suo esordio ad un film sarebbe “The Snatch”, di Guy Ritchie, pieno di ritmo e tensione ed animato da dialoghi al fulmicotone. Minimum fax ha avuto ragione. Nick Laird sta nel corridoio e guarda i suoi personaggi prendere forma, sposta il suo sguardo e cambia la voce narrante con facilità. Tutto va al suo posto e quello che rimane alla fine è un romanzo che racconta l’Irlanda (e l’Inghilterra) odierna, e lo fa con lo stesso sguardo che userebbe Ken Loach. Il Regno Unito sta cambiando e la letteratura si fa portavoce di un rinnovamento che è all’insegna del “multiculturalismo” e che rifiuta il nazionalismo becero dei tories. La trama si svolge in cinque febbrili giorni fra Londra e l’Irlanda del nord. Un’Irlanda, per la prima volta, non squassata da bombaroli, che si apre al resto d’Europa e che offre il suo corpo martoriato al capitalismo postmoderno allargando le braccia. Danny, il protagonista del romanzo, ha lasciato il suo paese da anni e vive a Londra. Ormai è integrato benissimo nella metropoli e non vorrebbe più avere a che fare con la sua nazione d’origine. Come in ogni storia che si rispetti gli toccherà ritornare al suo passato, e lo farà con un misto di amore e disprezzo, perché sa che tutto questo cambierà profondamente la sua vita (chi ha detto che Propp è superato?).
Mutano gli scenari, crollano le ideologie e le facce dei miti diventano macchie di umidità confuse, ma almeno in narrativa, persiste una regola base ( e le regole base non si violano mai!), espressa da Dalton Trumbo,sceneggiatore, regista ed autore di E Johnny prese il fucile, romanzo sul pacifismo e l’insensatezza della guerra: “Primo: prendi un personaggio e lo schiaffi su un albero, secondo: muovi l’albero e terzo: lo riporti a terra sano e salvo”. Missione compiuta Dalton. Almeno per quanto riguarda Nick.

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