La città che muore

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Da lontano, dal belvedere che la fronteggia, sembra una di quelle rocche dipinte sul fondale di una scena da cui, a breve, sbucheranno uomini a cavallo, cortei principeschi, Morgane.

Da lontano, dal belvedere che la fronteggia, sembra una di quelle rocche dipinte sul fondale di una scena da cui, a breve, sbucheranno uomini a cavallo, cortei principeschi, Morgane. E se ci fosse un alone di nebbia intorno allo zoccolo di tufo sul quale si fonda, sembrerebbe sospesa: mura merlate galleggianti a mezz’aria dove sicuramente, di notte, vagano le ombre di chi le abitò. Ma non sono le ombre che affollano la nostra fantasia intanto che arranchiamo su per lo stretto ponte che congiunge Civita di Bagnoregio al resto del mondo, piuttosto un senso di disagio: possibile che questa sia davvero “La città che muore”, com’è scritto in uno dei tanti cartelli stradali che indicano la via per raggiungerla?
Davanti a noi gruppi di turisti. La bambina che ci precede salta con la corda: avanza con falcate armoniose mentre la corda gira sopra e sotto di lei. Ci ricorda altri tempi, giochi nel cortile, la spensieratezza allegra di chi ha davanti giorni e giorni da riempire con quanto di più leggiadro la vita offre. Avanza e salta, e la corda gira intorno a lei che dice: “Arancia, pera, limone, susina, mandarino… arancia, pera, limone…”.
“Sai chi ha casa qui?” dice un uomo alla donna che ha accanto.
“No”.
“Tornatore, il regista”.
“Ma se è un paese che sta morendo”.
“Macché, è una chicca, invece, un gioiellino”.
Morirà questo paese? Tanta bellezza finirà sgretolata insieme al tufo di cui è fatta? Ci saranno giorni in cui, affacciandosi dal belvedere – invece del cocuzzolo, delle facciate, della torre – si scorgeranno soltanto pietre?
“Arancia, pera, limone…” dice la bimba continuando a saltare. E ci pare impossibile che tutta la vita e la bellezza che ci circonda un giorno possa finire. Perché, poi? E perché si è deciso di accompagnare il nome di Civita alla affermazione della sua morte? Forse è un invito perentorio al passante distratto: “Fermati, aspetta, cambia direzione, vai a Civita, perché oggi c’è e puoi ancora ammirarla, domani chissà, perché Civita si sta spegnendo, inesorabilmente, lentamente, le si sgretolano le fondamenta, si corrodono i pilastri sui quali è eretta, le case precipiteranno a valle e del borgo, alla fine, resterà solo sabbia”.
Il sole picchia, per fortuna soffia un po’ di vento.
La rocca è davanti a noi, percorsa da unghiate orizzontali che danno l’idea del perché sia destinata a morire, è visibilissima, infatti, l’erosione degli agenti atmosferici: la pioggia, il vento, il caldo, tutto contribuisce allo sfacelo.
La salita, su per il ponte, si fa sempre più ripida.
“Ce la fai?” chiede una ragazza a una signora che sembra sua madre.
“Ci provo” risponde l’altra.
Ci proviamo anche noi. E intanto guardiamo giù, sotto questo nastro sospeso protetto a destra e sinistra da ringhiere di ferro, unica via d’accesso a Civita. Cespugli di ginestre macchiano di giallo il paesaggio, in lontananza biancheggiano i calanchi (solchi profondi e ramificati dove non cresce più vegetazione), e un declinare e risalire di boschi. Chissà se il brigante “Domenichino” Tiburzi – Robin Hood toscano del diciannovesimo secolo – ha tirato da queste parti le sue schioppettate?
Col fiato grosso arriviamo in cima. Una larga crepa lesiona il muro del primo palazzo che abbiamo davanti, conferma il senso di impotenza, quell’essere di fronte a costruzioni non destinate a sfidare i secoli.
Entriamo oltrepassando un portone ogivale, quello che da laggiù, dal belvedere, sembra un occhio vuoto. E’ la porta d’ingresso, sormontata da un’aquila gialla di licheni, da una finestrella rettangolare e, ancora più su, da una trifora. Oltre la porta si allunga una galleria fresca, semibuia. Ancora qualche passo e siamo nel borgo. Ci accoglie un’esplosione di gerani rossi posti sui davanzali delle finestre e lungo le scale delle abitazioni.
In piazza San Pietro, davanti a un ristorante, una lavagnetta propone i piatti del giorno: “Ceci del solco dritto e Farro e fagioli del Purgatorio”.
Ci chiediamo come sono i fagioli del Purgatorio: un po’ meno piccanti di quelli infernali?
“Sono fagioli piccoli” risponde la proprietaria del locale “quelli che da queste parti si mangiano nel giorno della Mensa del Purgatorio, il mercoledì delle Ceneri”.
“Perché del Purgatorio?”.
Sorride:
“E’ una storia antichissima. A Gradali, sulle rive del lago di Bolsena, viveva una confraternita di peccatori, uomini incappucciati che facevano opere di bene per scontare i propri peccati. Andavano nelle case dei ricchi (che erano perlopiù i contadini benestanti della zona, quelli che avevano le cantine piene di sacchi di fagioli e ceci) chiedevano offerte e col ricavato preparavano il pranzo per i poveri. E siccome chiedevano aiuto per le anime sante del Purgatorio, anche i fagioli furono detti “del Purgatorio”.
“Quindi col peperoncino non c’entra nulla”.
“No”.
Prende un pacchetto di fagioli (che ci regalerà): “Vedete” dice “si tratta di un cannellino molto piccolo, che prende nutrimento dal territorio vulcanico; non ha bisogno di ammollo e cuoce in quaranta minuti”.
Guardiamo i fagioli e pensiamo agli incappucciati. Erano peccatori, ha detto. Ma che tipo di peccatori? Fossero stati assassini non li avrebbero certamente lasciati andare in giro. Quindi ladri, imbroglioni, malversatori… Oppure? E come mai si trasformavano in anime vaganti ed espianti? Qual era il deterrente che li costringeva ad incappucciarsi e andare in giro elemosinando fagioli? Cerchiamo di saperne di più. Ma non ci riusciamo. Di nuovo apprendiamo soltanto che gli incappucciati raccoglievano le offerte il giovedì grasso: una schiera lugubre (vestita di scuro, con una mantellina viola e un cappuccio a nascondere il viso) tra i frizzi e lazzi del Carnevale, per ricordare a tutti che sarebbero arrivati i giorni della penitenza e del digiuno.
“Ma ci sono storie particolari qui a Civita?” chiediamo alla cassiera. Risponde che non sa, che non è proprio di qui. E torna fuori. Ma subito rientra portando con sé il professor Medori, memoria storica di Civita.
E’ lui che ci racconta del paese, della sua bellezza e necessità, del suo essere luogo d’incontro tra coloro che provenivano dalla valle del Tevere (dedita alla pastorizia) e quelli che giungevano dalla zona più ricca del lago di Bolsena. Qui avvenivano scambi di prodotti (formaggi in cambio di legumi) e di cultura.
“Ma è mai accaduto nulla di strano, qui?” chiediamo ancora.
“Be’, di strano proprio… a parte l’episodio del diavolo…”.
“Il diavolo? Qui a Civita?”.
Sorride. Seduto accanto a noi sugli scalini di una casa, ci dice di una donna poverissima, giunta allo stremo delle forze che prega, prega per avere un minimo di sostentamento e nessuno l’ascolta. Un giorno, sfinita, mentre sta tornando dai campi: “Il diavolo mi deve aiutare” si ritrova a mormorare. E davvero, in un lampo, le compare il diavolo che le mette in mano diverse monete. Ma lei, come risvegliandosi: “Vattene via” urla “che son figlia di Maria”.
Il professore sorride: “E’ stata una nipote di questa donna a raccontarmi la storia. Ecco, quella poveretta avrebbe potuto approfittarne, prendere i soldi e condurre una vita decente, ma quando capisce che son soldi maledetti, li butta via: meglio morire di fame che dannarsi”.
L’immagine del diavolo, sotto le spoglie di un uomo avvenente, per un attimo attraversa la nostra fantasia. E anche quella della donna che getta le monete. E più che una leggenda, questa storia ci sembra espressione del modo di essere della gente di qui: sobria, povera e però orgogliosa del suo tirare la giornata coi denti.
“Erano tutti poveri poveri qui” sta dicendo infatti il professore “perciò sono andati via. Adesso, però, vengono gli stranieri: tedeschi, americani, uomini famosi, vengono a comprare le case che i civitonici hanno abbandonato. Ma Civita è bella, ed è preziosissima”.
“Davvero è destinata a morire?”.
Annuisce, e c’è tanta desolazione nel suo sguardo, ci indica un albero appeso a uno sperone biancastro:
“Ecco, tra qualche tempo quell’albero non ci sarà più, finirà giù, nel fondovalle. E così Civita”.
Ci chiediamo se non si possa tentare qualcosa per arginare la fine, per mantenere in vita questo borgo così unico. Il professore solleva le spalle, un gesto che dice molto più delle parole. Poi, però: “Mica è tutto triste qui”, e corre a casa, va a prendere un libretto che ha scritto qualche tempo fa e in cui racconta, tra le altre cose, La Tonna, la corsa dei muli nella piazza del paese. E’ scritta in dialetto e, mano a mano, che legge s’infervora, gesticola, imita le voci dell’uno o dell’altro dei giovani impegnati a preparare l’arena in cui si sfideranno i muli. Racconta con gli occhi brillanti della gente che confluisce in piazza, della sfida, dell’occasione d’incontro che diventa quel gioco, con i ragazzi che corteggiano le ragazze lanciando lunghe occhiate eloquenti.
Poi passa a leggere un altro pezzo: Nostalgia: “(…) E noi giovani, che per ultimi abbiamo lasciato questo paese, sentiamo più forte il rimorso perché con noi esso poteva continuare a vivere in quell’aria antica che odora di sasso e di creta, nell’armonia delle cose lontane ed eterne”.
Abbandoniamo la città con un senso di impotenza, come se la lotta contro le forze della natura fosse troppo impari, impossibile da sostenere: il sole, la pioggia, il vento qui spaccano, sgretolano e indeboliscono. E allora guardiamola, Civita, riempiamoci gli occhi della sua bellezza, scattiamo fotografie, fermiamola sul foglio con pennelli e acquerelli, puntelliamone il ricordo con tutto quello che oggi ci offre, perché oggi c’è e domani… chissà.

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