Boxe tra i palazzi rossi

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“Nonostante continui a vivere in un quartiere popolare non mi sono mai integrato”. Lorenzo vive in un quartiere che si chiama Valle Aurelia che non è proprio di periferia perché...

“Nonostante continui a vivere in un quartiere popolare non mi sono mai integrato”. Lorenzo vive in un quartiere che si chiama Valle Aurelia che non è proprio di periferia perché è a due passi da San Pietro e ha anche la fermata della metro, ma è una valle che non porta da nessuna parte. Lorenzo vive in un palazzo alto 50 metri e diviso in 12 piani. Lui è al decimo. Il suo palazzo ha gli infissi dipinti di giallo mentre ce ne sono altri 5 di palazzi identici al suo a Valle Aurelia che ce li hanno rossi. All’inizio degli anni ’80 a Valle Aurelia furono costruiti questi grattacieli che servivano da case popolari, ma ne avanzò uno che fu venduto a una cooperativa. Ben presto si creò una divisione di classe e di appartenenza tra coloro che vivevano nei “palazzi rossi” e quelli dei “gialli” considerati come ricchi. In passato a Valle Aurelia c’erano solo baracche e 18 fornaci che fabbricavano mattoni. Il comignolo diroccato di una di queste si può ancora vedere salendo per via Baldo degli Ubaldi: è la fornace Veschi che venne addirittura citata da Lenin in un suo discorso come esempio di giusta e leale convivenza tra padroni e operai. “Chissà chi gliela aveva detto a Lenin, ma questa zona è stata sempre poverissima. Addirittura i padroni avevano costruito le osterie per vendere il vino e riprendersi i soldi dai fornaciari”. Mi spiega Marcello che mi ha invitato a un incontro di boxe all’aperto tra i “palazzi rossi”. Le “riunioni”, nel gergo pugilistico, sono una serie di incontri tra due o più palestre rivali. Il ring viene montato in piazza, al centro dei palazzi con dietro la valle buia, si issano le luci, si chiamano i giudici, arriva l’ambulanza e è tutto allestito per combattere.

A Valle Aurelia c’è da qualche anno una palestra che si chiama Aurelius-Valle dell’Inferno gestita da Marcello Testasecca, un ex-campione che assomigliava vagamente a Stallone da giovane. Diawdy è il pugile più forte della palestra Valle dell’Inferno. È un senegalese di 25 anni, un peso welther che ha vinto nove incontri su dieci e che difficilmente trova dei rivali disposti a affrontare i suoi 188 centimetri. “Nella boxe contano molto le condizioni di partenza – mi spiega Lorenzo – per questo è importante accoppiare pugili di uguale peso, ma che abbiano anche le braccia della stessa misura”. La boxe aiuta Diawdy a rinnovare il permesso di soggiorno e a pagargli, a volte, da vivere. Alcuni pugili non possono combattere stasera. Robertino è una promessa dei pesi mosca, ma non ci vede bene dall’occhio destro. Ha la cataratta congenita e da grande si opererà, ma adesso non riesce a vedere i colpi che arrivano da quella parte. Lavora in un meccanico specializzato della Balduina e la ragazza, slanciata e più alta di lui, che lo segue ovunque, ha tatuato sotto il braccio il nome con i cuori di un altro passato amore. Anche Patrizio, che si presenta all’incontro su una moto Honda Hornet gialla, non combatte, ma non porta giustificazioni. Semplicemente non se la sente. Patrizio è nato con la lingua attaccata al palato. Per staccargliela gliela hanno dovuta tagliare col risultato che da quando è piccolo riesce a pronunciare un’unica indefinita vocale.

Nelle prime file del pubblico spunta Bruno Mei, una delle personalità di Valle Aurelia, vestito con una tutta acetata azzurra e degli anelli e bracciali d’oro al braccio. Molti lo vanno a salutare, a stringergli la mano e a scambiare due battuti sugli incontri. Le passioni di Bruno Mei sono la Lazio, di cui gestisce i pullman dei tifosi per le trasferte, e la boxe. È uno dei pochi abitanti della Valle a cui non hanno demolito la vecchia casa, accanto alla quale ha fatto costruire una piscina. È famoso in tutto il quartiere, anche perché è finito in televisione un sacco di volte. Gli incontri iniziano, quando tutta la piazza si riempie, e sono intermezzati dai tamburi di due suonatori ivoriani che sembra di partecipare a un incontro di Mohammed Ali. Alla pausa uno stornellista romano-napoletano ci riporta alla realtà. Dalle finestre dei palazzoni si affacciano dei vecchietti in canottiera che vedono i combattimenti dall’alto. Il pubblico sgranocchia fusaie e noccioline accompagnandole con la birra. C’è anche un pugile dei Casamonica, una famiglia rom molto potente a Roma, di nome Bobo che esordisce ma perde miseramente. Gli zingari tra il pubblico festeggiano come se avesse vinto e non spengono le telecamere che hanno portato per fare il filmino. Ma la cosa più bella di questa serata sono i palazzi rossi altissimi che fanno da cornice. Quando tramonta il sole, sono gli unici che illuminano il cielo e da sotto sembrano dei razzi o delle astronavi pronte per il lancio. I ragazzi si appoggiano al cemento armato dei palazzoni. Si mangiano i panini alla porchetta e guardano verso la piazza non proprio verso ring illuminato, ma anche oltre verso il profondo della Valle dove non c’è niente.

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